martedì 21 gennaio 2014

1033 - I giochi sporchi di Putin - McKenzie Funk, Outside, Stati Uniti Foto di Simon Roberts - Le Olimpiadi di Soči cominciano il 7 febbraio e saranno una vetrina per la Russia di Vladimir Putin. Ma dietro i progetti grandiosi voluti dal presidente ci sono danni ambientali gravissimi e costi enormi

N
el  2010  in  Russia  si  è
svolto un concorso per
scegliere  la  mascotte
per le Olimpiadi invernali del 2014 a Soči. In
tre  mesi  sono  arrivati
24mila disegni di orsi, tigri, iocchi di neve,
streghe e lupi. Una miriade di proposte:
sembrava il trionfo della democrazia. Fino
a quel momento i giochi olimpici erano stati a cuore soprattutto a Vladimir Putin. Il
presidente avrebbe avuto l’opportunità di
mettere in mostra la nuova Russia grazie
agli impianti costruiti dai suoi oligarchi nella città costiera del mar Nero e sulle montagne del Caucaso.
“Soči è un posto unico”, aveva dichiarato Putin al Comitato olimpico internazionale nel 2007, quando il suo intervento personale aveva permesso alla Russia di battere la concorrenza di Austria e Corea del
Sud. “Sulla costa c’è un clima primaverile,
mentre sulle montagne è inverno”. Putin
era andato alla riunione in Guatemala per
sostenere la candidatura russa e aveva perino parlato in inglese in pubblico, un fatto
rarissimo. Più tardi, per accendere la passione olimpica tra i russi, il suo governo
aveva indetto il concorso per la mascotte.
Chiunque poteva fare proposte e votare il
disegno preferito. Il vincitore avrebbe ricevuto in premio due biglietti per i giochi.
Appena quaranta minuti dopo essere
stata messa online, una rana psichedelica
azzurra con una racchetta da sci in bocca è
arrivata in cima alla classiica. I motivi del
suo successo erano diversi. Innanzitutto, la
democrazia – anche se gestita dall’alto, come in Russia – è sempre imprevedibile. E
poi, come ho potuto constatare di persona
durante la mia visita a Soči nel febbraio del
2013, le Olimpiadi sono la Russia di Putin in
miniatura.
La rana aveva in testa una corona zarista, un riferimento “al nostro nazionalismo
e alla nostra spiritualità”, ha spiegato con
sarcasmo il suo creatore, il disegnatore moscovita Egor Zhgun. Negli occhi, al posto
delle pupille, ruotavano gli anelli olimpici.
La rana era coperta di pelo – dopotutto si
trattava di Olimpiadi invernali – e non aveva le braccia, il che aveva spinto molti a
chiedersi quale fosse la possibile metafora
dietro questa scelta (in realtà Zhgun ha
spiegato che si era semplicemente dimenticato di disegnarle). Il nome era Zoich, una
parola che in cirillico (ZOIǬ) somiglia molto a 2014: la z è simile al 2 mentre l’ultima
lettera, la  ȫ (la c dolce), sembra un 4. Dopo
qualche bicchierino di vodka, 2014 si può
facilmente leggere Zoich.
Marketing e proteste
Il video difuso su YouTube per sostenere la
candidatura della mascotte, mostra la rana
mentre sorseggia un martini in discoteca,
si lancia sulla città in paracadute attaccata
a una ila di palloncini, prende a calci un altro candidato (un delino con gli sci) e beve
in compagnia di una delle altre mascotte
candidate più irriverenti, Pila, un nome che
in russo evoca la corruzione che tutti si
aspettavano avrebbe caratterizzato i lavori
delle  Olimpiadi.  Il  filmato  è  stato  visto
700mila volte. Perino i giornali e le tv si
sono innamorati di Zoich. Anche se nessuno sapeva cosa signiicasse quella rana, la
sua popolarità sembrava pericolosa. Era  diicile non vederla come una mascotte di
protesta.
Nel febbraio del 2013 incontro Zhgun in
un cafè di Mosca durante una sosta del mio
viaggio verso Soči. Ventisette anni, alto e
allampanato, non sembra particolarmente
interessato alle Olimpiadi. “Mentre disegnavo Zoich”, mi dice, “non mi sono reso
conto che sarebbe diventato un simbolo
dell’opposizione, ma la cosa non mi è dispiaciuta”.
Al momento del concorso, Putin, allora
primo ministro, stava organizzando il suo
ritorno al Cremlino. E l’opposizione – rappresentata soprattutto da persone della
classe media urbana, come Zhgun – cominciava a mobilitarsi. Quando nel 2012 Putin
ha conquistato di nuovo la presidenza, con
il 64 per cento dei voti, molti osservatori
hanno afermato che, nonostante le numerose accuse di irregolarità, il vero problema
non erano stati i brogli. Il punto era che il
potere aveva stabilito chi poteva partecipare alle elezioni e chi no. L’opposizione non
aveva potuto presentare i suoi candidati.
Una cosa simile è successa a Zoich. Poco prima del Natale 2010, una giuria di
esperti e persone famose nominata dal governo ha selezionato le mascotte, riducendone il numero da 24mila a undici. Il delino con gli sci è rientrato nella rosa dei prescelti. C’erano anche due orsi, uno polare e
uno bruno, e un leopardo delle nevi, secondo Zhgun disegnato molto male. Ma Zoich
non c’era. Dopo l’esclusione della rana l’intera faccenda è diventata ancora più strana.
Zhgun ha confessato di aver partecipato al
concorso solo perché il Comitato olimpico
russo lo aveva pagato nella speranza di
stuzzicare la curiosità del pubblico. “Può
disegnare quello che vuole”, gli avevano
detto, “ma non deve parlarne con nessuno”. Perino il candidato di protesta era stato un’idea del marketing, messa da parte
appena aveva cominciato a creare problemi.
L’ultimo round, la votazione trasmessa
in tv dal Primo canale russo, è stato seguito
da più di un milione di spettatori. L’orso polare era decisamente il preferito del pubblico, ma quella mattina qualcuno ha chiesto
a Putin, che stava visitando una scuola a
Soči, qual era la sua mascotte preferita. Si
dà il caso che in un parco alle porte della città il Wwf avesse avviato un programma per
l’allevamento di leopardi delle nevi, che
Putin aveva già visitato un paio di volte. Il
nuovo recinto era stato costruito con i soldi
delle Olimpiadi. Nel frattempo il leopardo
mascotte era stato ritoccato da un professionista e ribattezzato Barsik. Secondo l  sua biograia uiciale, era la personiicazione di un leader intrepido e solitario. “Il leopardo è un animale forte, bello e veloce”, ha
detto Putin ai bambini. La sera sono state
svelate le tre mascotte più votate: un coniglio, l’orso polare e, come era prevedibile, il
leopardo delle nevi.
La città fantasma
Mentre con il fotografo Simon Roberts saliamo verso i monti del Caucaso dall’aeroporto internazionale di Soči, il recinto del
leopardo del Wwf dev’essere da qualche
parte in un bosco alla nostra sinistra. Le
nuove strutture olimpiche ospitano una serie di gare di prova: competizioni di slittino,
ski  cross  e  snowboard  cross,  halfpipe  e
snowboard. Squadre provenienti da tutto il
mondo stanno convergendo verso l’unica
città subtropicale della Russia, un tempo
famosa per i sanatori in cui andavano a curarsi i lavoratori sovietici.
La cerimonia di apertura e metà degli
eventi dei giochi del 2014 – le gare di pattinaggio sul ghiaccio, di hockey, di curling e
di tutte le altre discipline che richiedono
uno stadio coperto – si terranno in quella
che gli organizzatori chiamano la Zona costiera, sulle sponde del mar Nero a una
trentina di chilometri a sud del centro di
Soči, un disordinato insediamento urbano
con circa 400mila abitanti che si estende
per decine di chilometri.
Lo stadio principale, chiamato Fish  capace di accogliere 40mila spettatori, è
avvolto in un guscio trasparente a forma di
uovo, e lascia aperta la vista verso le montagne. Ma per assistere alla gare che si svolgeranno in pista bisogna raggiungere la Zona
montuosa, risalendo per più di un’ora le gole del fiume Mzymta, fino al villaggio di
Krasnaja Poljana.
A causa del traico arriviamo nella cittadina giusto in tempo per la festa di benvenuto: danzatori cosacchi con i tamburi, ragazze che fanno piroette, e decine di sciatori e snowboarder stranieri che applaudono
e bevono.
È più o meno a questo punto che il mondo comincia a preoccuparsi per una serie di
motivi: la vicinanza di Soči alla Cecenia, le
minacce dei jihadisti del Caucaso, le rivendicazioni dei circassi, che nel 2014 ricordano  il  centocinquantesimo  anniversario
della cacciata dal Caucaso e del “genocidio
circasso”, le nuove leggi russe contro gli
omosessuali, il ruolo di Mosca nella crisi
siriana, la corruzione e il costo astronomico
dei giochi (51 miliardi di dollari, otto in più
rispetto alle Olimpiadi cinesi del 2008, inora le più costose di sempre). Ma a Krasnaja Poljana tutti questi problemi sembrano lontanissimi. Una cosa è certa: il vincitore è Putin. E gli sconitti sono i russi di Soči,
che vedono le loro montagne, le coste e la
loro città trasformate nel più grande cantiere europeo.
Siamo in pieno inverno, ma a Krasnaja
Poljana non c’è neve. Anche di giorno la città quasi non ha colore: ci sono solo le diverse tonalità di grigio degli ediici in costruzione. Il rumore dei martelli pneumatici,
degli autocarri e dei mezzi che trasportano
gli operai comincia all’alba. Gruppi di lavoratori uzbechi e kirghisi camminano a testa
bassa, fumando e schivando le pozzanghere. In lontananza si vedono le scintille delle
saldatrici. In un singolo cantiere contiamo
tredici gru. Sulle iancate di molti ediici
sono appesi i cartelloni con le immagini dei
lussuosi condomini e alberghi che saranno
completati per l’inizio dei giochi. A febbraio
la temperatura media a Krasnaja Poljana è
di 6 gradi, ma sulle foto tutto è coperto di
neve. Qualche giorno prima del nostro arrivo, Putin ha deciso di mettere ine ai ritardi
e alla lievitazione dei costi con un gesto
esemplare. Parlando da un trampolino da
sci ancora non completato davanti alle telecamere della tv nazionale, ha messo alla
gogna pubblicamente il vicepresidente del
comitato olimpico russo, Akhmed Bilalov,
accusandolo di corruzione. Ventiquattr’ore
dopo Bilalov è stato licenziato.
Dall’unica parte del villaggio che se  bra quasi completata – due ile di alberghi e
passaggi pedonali accanto al iume Mzymta – partiamo con la funivia per raggiungere
il luogo dove si svolgono le gare di prova. Se
non fosse per la vernice fresca e l’ininita
confusione dei cantieri, sembrerebbe di
essere sulle montagne del Colorado. Ma
l’impressione dura solo ino a quando non
scorgiamo un gruppo di soldati con armi
automatiche. Sono qui a ricordarci cosa c’è
poco più a est: le instabili repubbliche autonome di Cecenia, Daghestan e Inguscezia.
I soldati hanno un metal detector. Controllano i miei stivali, ma non gli sci e le racchette. Secondo gli atleti, sui pendii circostanti ci sono perfino cecchini vestiti di
bianco, anche se non riusciamo a vederli.
Alcune prove sono state annullate per
mancanza di neve, e i concorrenti delusi
stanno già tornando verso l’aeroporto. Non
riesco a capire perché a Putin piaccia tanto
Krasnaja Poljana, né perché l’abbia scelta
per i giochi, inché non salgo a 2.300 metri
d’altezza. Allora tutto si chiarisce. Appena
superato uno strato di nuvole, all’orizzonte
appare una distesa di cime altissime.
In Russia ci sono anche altre montagne,   ma solo il Caucaso ha la bellezza delle Alpi.
La brulla e frastagliata catena montuosa
dell’Aibga si estende per chilometri alla mia
destra e alla mia sinistra. E le sue pareti
scendono a valle quasi a picco .
Dissidenti per caso
Le vittime abituali dei progetti faraonici come quello che ha cambiato il volto di Soči – i
lavoratori stranieri sottopagati o non pagati
afatto, gli abitanti sfrattati con la forza per
fare spazio alle nuove costruzioni – nel 2013
sono state protagoniste di un rapporto di
Human rights watch sulla città che ospiterà
i giochi, insieme a un gruppo di vittime più
improbabili: i 226 membri della sezione locale della Società geograica russa (Sgr). Il
rapporto è stato pubblicato poco prima della mia partenza per la Russia, e gli studiosi
della Sgr – dissidenti per caso, ormai in rotta con l’intero stato russo – mi aiuteranno a
capire cosa sta succedendo nella zona.
Fondata  nel  1845,  la  Sgr  è  la  società
scientiica più antica del paese, lontana dal
mondo per la politica e universalmente rispettata, come la National geographic society negli Stati Uniti. Durante l’era sovietica, le sue sezioni erano luoghi d’incontro
per esploratori e scienziati, e punti di partenza per spedizioni. L’associazione organizzava un’assemblea nazionale ogni cinque anni a San Pietroburgo (all’epoca Leningrado), ma per il resto del tempo le sezioni operavano in modo indipendente. Pur
essendo una città piuttosto piccola, nel 1957
Soči era diventata una delle sedi dell’organizzazione grazie alla straordinaria varietà
geograica e biologica della regione.
La Sgr occupa oggi l’ex residenza di un
generale che aveva avuto il compito di proteggere il leader sovietico Josif Stalin, la cui
dacia era nascosta nel itto bosco in cima
alla collina. La casa si afaccia sulle placide
onde del mar Nero e su una serie di binari
dove arrivano treni carichi di materiali da
costruzione che ripartono pieni di detriti e
calcinacci. All’interno, la segretaria scientifica Maria Reneva, un’affabile geologa
sulla  quarantina,  e  Julia  Naberežnaja,
un’ambientalista di 37 anni responsabile
della sezione, mi raccontano come sono inite nel mirino di Putin. Il marito, il padre e
la madre di Maria sono geologi, e la madre
è stata segretaria dell’Sgr di Soči prima d  lei.  Maria è entrata nell’associazione nel
1989, a 16 anni, proprio mentre l’Unione
Sovietica si stava sfaldando. Con la ine del
comunismo, la Sgr di Soči è diventata legalmente indipendente. Dopo che altre istituzioni scientiiche locali sono crollate insieme allo stato sovietico, i loro archivi hanno
trovato rifugio nella sua biblioteca.
Quando gli oligarchi di Putin hanno cominciato a costruire l’autostrada e la ferrovia per dimezzare il tempo necessario a
raggiungere Krasnaja Poljana dalla costa,
la principale impresa di costruzioni si è imbattuta in un blocco di grotte calcaree proprio dove intendeva scavare un tunnel. I
funzionari della compagnia hanno chiesto
informazioni sugli speleologi locali e sono
stati indirizzati alla sede della Sgr, la cui biblioteca  ospitava  alcuni  studi  su  quelle
grotte risalenti al periodo sovietico. In questo modo i soci dell’Sgr hanno potuto farsi
un’idea in anticipo di quello che sarebbe
successo di lì a poco a Soči. E si sono subito
schierati contro la nuova strada, i giochi e
tutto il resto. “Non abbiamo dovuto votare
per  decidere  che  eravamo  contrari  alle
Olimpiadi”, dice Julia. “Era chiaro a tutti
che  sarebbero  state  un  disastro”.  Sulle
montagne ci sarebbero stati più skilift, nelle valli più strade, sarebbero stati scavati
tunnel nelle grotte, costruite barriere sulle
spiagge e stadi nella zona umida.
Le ville degli zar
I membri dell’Sgr di Soči si sono uniti alle
associazioni ambientaliste locali per dar
voce a queste preoccupazioni, hanno pubblicato articoli su riviste e sul sito web
dell’organizzazione, e hanno concesso interviste a tv e giornali, attirando così l’attenzione di Mosca. Alla ine del 2009, la
direzione nazionale dell’associazione ha
indetto una riunione straordinaria durante
la quale è stato deciso che l’Sgr aveva biso gno di un nuovo statuto. Secondo la proposta avanzata, le sezioni locali non sarebbero più state indipendenti. Avrebbero ricevuto inanziamenti, e ordini, da quelle regionali, che a loro volta li avrebbero presi
da una nuova direzione con sede a Mosca.
In pratica, la sezione di Soči sarebbe stata
messa a tacere. Con una votazione separata, Sergeij Shoigu, esponente di spicco del
partito Russia unita e allora ministro delle
situazioni di emergenza, è stato eletto presidente.
“Oggi siamo l’unica sezione che non fa
ancora parte del nuovo sistema”, ci spiega
Maria, sottolineando che entro breve Mosca avvierà un’azione legale e che le autorità  locali  stanno  già  facendo  pressioni  “Hanno detto che se non ci uniamo a loro,
avremo dei ‘problemi’”, aggiunge. Problemi con documenti e permessi, problemi
con le tasse, o qualsiasi cosa possa venire in
mente alle autorità.
In cima alla collina, lungo la strada che
porta alla dacia di Stalin sono in costruzione alcuni palazzi con le pareti di vetro. Si
dice che appartengano al governatore della
regione, un altro esponente di spicco di
Russia unita, che li ha costruiti per alloggiare i suoi ospiti durante i giochi. Maria e Julia
stanno cercando di tirare avanti come al
solito in attesa della causa. Ci spiegano che
la riunione mensile della sezione, durante
la quale i membri presentano rapporti sulle
loro spedizioni e mostrano foto e diapositive, è prevista per la domenica successiva. E
aggiungono che se vogliamo fare un giro
delle sedi delle Olimpiadi senza limiti e
censure,  potranno  accompagnarci  due
giorni dopo.
Quello stesso pomeriggio, prima di ritirarci nel into lusso del nostro albergo di
Soči, io e Simon saliamo a vedere la dacia di
Stalin, che può essere visitata. Fu costruita
nel 1937, e ogni dettaglio venne studiato per
garantire la salute e la sicurezza del dittatore. L’esterno è dipinto di verde scuro, colore
che  rende  il  complesso  quasi  invisibile
dall’alto. I buchi delle serrature erano ermeticamente sigillati, ainché eventuali
attentatori non potessero pompare gas tossici all’interno. Gli scalini sono alti 13 centimetri, calibrati esattamente sul passo di
Stalin. In ogni stanza ci sono una inestra e
un balcone, perché, come ci spiega la guardiana, “Stalin potesse respirare l’aria fresca
di cui i suoi polmoni avevano bisogno”. Pochi russi erano a conoscenza dei suoi problemi di salute, ma era proprio questo il
vero motivo delle sue visite a Soči. Aveva
problemi ai polmoni e alla schiena. E il suo
braccio sinistro era rimasto compromesso
da un incidente avuto da bambino. “La seconda parte della sua vita fu una tortura”,
dice la guida in tono ironico. “Ma qui l’aria
di mare si mescola con quella di montagna.
E fa bene ai polmoni”.
Stalin trovava toniicanti anche le nuotate quotidiane, e aveva deciso che Soči
sarebbe stato un posto ideale per la salute
non solo sua ma di tutti i lavoratori sovietici. Insomma Stalin amava Soči come la ama
Putin.  “Ma  cosa  avrebbe  pensato  delle
Olimpiadi?”, chiede Simon.
“Stalin non avrebbe permesso che suc  cedesse tutto questo”, risponde la guida.
“Stanno rovinando la città”.
Anche Vladimir Putin ha una dacia a
Soči. Anzi tre, se si vuol credere alle voci
che circolano. Voci che sono confermate
dai registri immobiliari, da indiscrezioni
varie, dalle guardie federali davanti ai cancelli, e dalle foto scattate da attivisti e lavoratori e poi messe online. Tutti a Soči sembrano saperlo. Una delle dacie, una villa in
stile italiano da 350 milioni di dollari che
qui chiamano il Palazzo di Putin, è sulla costa a nord della città. Un’altra è nei boschi
alle spalle di Krasnaja Poljana, vicino alla
pista dove si svolgeranno le gare di discesa
libera. Ma quella che vorrei visitare è a più
di duemila metri d’altezza, sui pendii nevosi della cima più alta del Caucaso occidentale, il monte Fisht, che raggiunge i 3.868
metri e dà il nome al principale stadio olimpico di Soči. Il posto si chiama Lunnaja Poljana (campo della luna) e, a seconda delle
mappe, è all’interno o al conine con una
zona protetta dall’Unesco, “una delle poche regioni montuose europee che non sono state modiicate in modo signiicativo
dall’uomo”, ha sottolineato l’organizzazione quando nel 1999 ha dichiarato il Caucaso occidentale patrimonio dell’umanità.
Quando è cominciata la costruzione del
corpo centrale della villa, nel 2002, il sito è
stato deinito uicialmente una stazione
meteorologica o un “centro scientiico” e
battezzato Biosfera. Ma poi sono arrivati gli
skilift, le piattaforme di atterraggio per gli
elicotteri, gli chalet in stile svizzero, decine
di stanze per gli ospiti e quattro gatti delle
nevi. A tutti è apparso chiaro che si trattava
d’altro: una stazione sciistica privata all’interno di quella che un tempo era una zona
protetta.
Gli escursionisti sono stati i primi a notare la strana costruzione. Alcuni hanno
raccontato  di  essere  stati  cacciati  dalle
guardie, che li hanno costretti a cancellare
le foto. Qualche immagine però è trapelata,
grazie soprattutto a un gruppo ambientalista locale che si fa chiamare Guardia ambientale del Caucaso settentrionale e che
nel 2007 ha iniziato a fare ispezioni annuali al sito. Sono cominciati a circolare video e
fotograie. Secondo un rapporto pubblicato
dai gruppi di opposizione, Lunnaja Poljana
sarebbe uno dei venti tra palazzi e chalet di
campagna  di  cui  dispone  Putin,  oltre  a
quattro yacht, 15 elicotteri e 43 aerei.
A far saltare il mio piano di visitare di
persona Lunnaja Poljana sono le stesse
piogge che hanno mandato a monte diverse
prove olimpiche. Le strade sterrate son  impraticabili a causa del fango, non c’è abbastanza neve per spostarsi con gli sci, e le
guide che contatto mi spiegano che mi ci
vorrebbe più di una settimana per salire
sulla montagna e riscendere a piedi. Perciò
decido di limitarmi a prendere un treno che
costeggia il mar Nero in direzione nordovest per incontrare il fondatore della Guardia ambientale del Caucaso settentrionale,
Andrej Rudomakha, un attivista leggendario che è probabilmente la più fastidiosa
spina nel ianco di Putin in tutta la regione.
Alla stazione di Krasnodar, la capitale
della regione, un gruppo di giovani mi accoglie con un cartello con la scritta “State
department”.  Uno  di  loro  mi  spiega  lo
scherzo: “Pensano tutti che siamo inanziati dagli Stati Uniti”. In efetti in Russia le
autorità ormai bollano ogni tipo di dissenso
come frutto di complotti stranieri. Io e i
miei ospiti ci stringiamo in una vecchia Lada in cui manca un sedile e ci dirigiamo verso la sede locale del partito liberale Yabloko. Cercare sponde in politica è l’ultimo
esperimento di Rudomakha, il tentativo di
capire se c’è un modo di lottare per la tutela
del Caucaso che vada oltre i picchetti e i comunicati stampa.
Nella sede di Yabloko, Rudomakha – che
da giovane è stato un chitarrista rock, un
ammiratore di Che Guevara e il fondatore
di una comune – scrive silenziosamente al
computer. Le Olimpiadi, dice, sono una catastrofe per l’ambiente. La villa di Lunnaja
Poljana è una minaccia all’ecosistema altrettanto grave, ma è anche stata l’oggetto
di una delle principali vittorie della sua organizzazione. Qualche anno fa, dopo che le
autorità avevano cominciato a costruire
una strada per raggiungere la villa attraverso la foresta, la Guardia ha avviato un’azione legale, ha mandato i loro attivisti a bloccare le ruspe e i taglialegna, e ha lanciato un
appello all’Unesco. La minaccia di aggiungere il Caucaso occidentale alla lista di siti
patrimonio dell’umanità a rischio è stata
suiciente a convincere il governo a fare
marcia indietro. Ma la villa è ancora lì, e
all’orizzonte c’è un nuovo progetto: un’altra
strada che dovrà sorgere sulla parte opposta della montagna. “In Russia la legge non
esiste”,  commenta  Rudomakha.  “È  per
questo che siamo destinati a perdere quasi
tutte le nostre battaglie. Ma in questo caso
c’è di mezzo l’Unesco, e forse abbiamo
qualche possibilità”.
Vietato inquinare
“Hai solo una iglia, vero?”, chiedo a Julia in
una mattinata piovosa mentre lei e Maria si
preparano ad accompagnarci a fare il giro
dei siti olimpici. È una semplice curiosità.
Ma lei si gira verso di me, che sono seduto
sul sedile posteriore della macchina, e mi
lancia un’occhiata carica d’odio. “Come fai
a saperlo?”, mi chiede. Si calma solo quando le ricordo che ho visto la bambina qualche giorno prima nella sede della società
geograica. In quel momento capisco l’atmosfera di terrore che ormai pervade tutto.
Qualche tempo dopo trapelerà la notizia
che a Soči il governo ha istituito un sistema
per sorvegliare tutti i tweet, le email e le telefonate fatte durante i giochi.
Julia, scopro, da tempo fa anche parte
della Guardia. Negli anni novanta ha perino vissuto nella comune di Rudomakha, il
quale, a sua volta, è socio della Società geograica. Tuttavia è importante distinguere
tra i due gruppi, sottolinea Maria. L’opposizione dell’Sgr di Soči ai giochi non è di tipo
politico:  è  motivata  esclusivamente  da
quello che vedremo tra poco. La nostra destinazione è un’importante zona umida che
un tempo ospitava duecento specie di uccelli  migratori  e  numerose  piante  rare.
“Questo territorio doveva diventare una
riserva”, spiega Julia. “Avevamo preparato
tutti i documenti. Doveva rientrare nella
convenzione di Ramsar sulle zone umide.
Ma non è stato possibile”.
Lasciamo la strada principale e seguiamo una ila di enormi ribaltabili arancioni
ino alla Zona costiera dei giochi. Il Fisht e
altri stadi in costruzione emergono dal fango circondati da strade di ghiaia e da una
foresta di grattacieli destinati a ospitare
atleti, giornalisti e spettatori. Il rumore dei
lavori si sente attraverso i inestrini chiusi
della macchina. Quando arriviamo a quel
che resta della palude, Maria e Julia non dicono nulla. Non è necessario. Una serie di
piccoli stagni privi di vegetazione segna
l’incrocio tra due strade fangose percorse
da un lusso continuo di camion. Le sponde
sono disseminate di bottiglie di plastica,
calcinacci e cataste di legna. Accanto a un
bagno chimico ci sono due cartelli, uno in
russo  e  uno  in  inglese,  che  definiscono
quella scena apocalittica “Parco ornitologico naturale della palude di Imeretinskaja”.
“Su tutto il territorio del parco”, dicono i
cartelli, “è vietato svolgere attività che possano  modificare  il  paesaggio  naturale”.
Vietato cacciare, danneggiare i terreni di
riproduzione  degli  uccelli,  raccogliere
piante selvatiche, inquinare l’acqua o danneggiare “la qualità ambientale, estetica e
ricreativa del parco”.
Dalla  palude  ci  spostiamo  verso  un
quartiere residenziale afacciato sulla Zona
costiera. Cerchiamo una strada chiamata
Bakinskaja. Un intero isolato di case quasi
tutte ancora occupate è inclinato con una
strana angolazione. Un po’ più giù, la posizione di due palazzi ricorda quella della
torre di Pisa: sono appoggiati l’uno all’altro
e si sostengono come due ubriachi. Da un
paio d’anni gli abitanti della zona vedono i
camion arrampicarsi pieni in cima alla collina per scenderne vuoti. Trentamila tonnellate di detriti olimpici, provenienti quasi
tutti dalla costruzione della ferrovia, sono
initi in una discarica illegale. Un giorno,
dopo un temporale, il ianco della collina è
improvvisamente scivolato, insieme alle
fondamenta delle case. Dieci mesi prima
della nostra visita, il governo ha annunciato
che avrebbe trasferito altrove gli abitanti
della strada. Ma passati i dieci mesi i camion continuano a scaricare materiale e la
gente è ancora nelle vecchie case. La nostra
ultima meta è un campo di attivisti sulla riva nord del fiume Kudepsta, sorvegliato
ventiquattr’ore al giorno dai residenti della
zona e da membri della Guardia. Hanno
occupato la postazione nove mesi prima,
quando un’impresa edile ci ha costruito un
ponte temporaneo. Sulla riva opposta doveva sorgere una centrale elettrica a gas
destinata a fornire elettricità ai giochi.
L’ultimo giorno a Soči assisto alla riunione domenicale della Società geograica:
per qualche ora nessuno parla delle Olimpiadi. Tre soci intrattengono gli ospiti, uno
dopo l’altro, nella sala conferenze. Una
trentina di persone, tra vecchi e giovani, è
arrivata per assistere alle loro presentazioni. Il primo a parlare è un tizio che ha fatto
una normale gita turistica in Crimea e proietta una serie di diapositive. Poi c’è il video
di un trekking attraverso il Caucaso accompagnato da una piacevole musichetta. Le
montagne sopra Krasnaja Poljana sono di
una bellezza mozzaiato anche d’estate.
L’ultima presentazione è una sorpresa:
nell’estate del 2012 uno degli iscritti di no  me Andrej ha chiesto 19 passaggi, è saltato
su un numero imprecisato di treni merci e si
è costruito una zattera di tronchi per raggiungere la parte più settentrionale della
Siberia. Il suo viaggio è durato 58 giorni.
“Adesso vi mostrerò le mie 269 foto”, dice.
L’intera stanza scoppia a ridere, applaude e
comincia a cantare con lui le canzoni che ha
scritto lungo la strada. È una manifestazione di quello spirito russo che tanto sorprende gli stranieri. Questa è la Russia che Putin
dovrebbe  orgogliosamente  mostrare  al
mondo ai giochi di Soči.
Dopo la festa
Qualche giorno dopo il mio ritorno negli
Stati Uniti ho ricevuto un’email da Julia.
Erano stati scoperti dei taglialegna e dei
bulldozer al lavoro per costruire una nuova
strada per Lunnaja Poljana. Julia era subito
andata sul posto con gli attivisti della Guardia ed era riuscita a conservare la scheda di
memoria della sua macchina fotograica.
Le immagini sono inite su internet. Poco
più di un mese dopo, gli agenti dell’Fsb, i
servizi di sicurezza russi, e del Centro per la
lotta all’estremismo hanno fatto irruzione
nella sede della Guardia a Majkop. Hanno
costretto gli attivisti ad aprire le loro caselle
di posta elettronica e hanno letto tutti i
messaggi. Alla ine hanno “consigliato” di
non pubblicare il rapporto sulle Olimpiadi
per non “danneggiare la Russia”.
Qualche mese dopo, Andrej Rudomakha è stato invitato a incontrarsi con un presunto informatore a un capolinea degli autobus di Krasnodar. L’uomo aveva detto di
chiamarsi Aleksej e di essere un “cittadino
preoccupato” che aveva informazioni su
una discarica illegale. In realtà era un agente del Centro per la lotta all’estremismo e
aveva con sé la lettera di un procuratore.
Rudomakha è stato costretto a leggerla a
voce alta mentre l’agente lo ilmava. Confessate che la Guardia è “un’agenzia straniera”, diceva, altrimenti saranno guai. Alla
ine di aprile, alcuni pesanti macchinari e
sette guardie private sono arrivati al campo
di attivisti sulla riva del Kudepsta. Gli attivisti si sono arrampicati sul ponte per bloccare il passaggio. Poi sono arrivati una settantina di poliziotti, li hanno trascinati via e le
macchine hanno raggiunto l’altra sponda.
Il progetto della centrale elettrica, tuttavia,
è stato abbandonato a giugno per ritardi
nella costruzione. Per quanto riguarda la
Società geograica di Soči, l’ingiunzione di
Mosca è arrivata all’inizio di marzo, come
preannunciato. Ma un mese dopo, mentre i
manifestanti venivano allontanati dal iume Kudepsta, è successo qualcosa di sorprendente. “Può congratularsi con noi”,
diceva un messaggio di Maria e Julia. “Ieri
abbiamo vinto la causa”. Mosca ha deciso
che la sezione di Soči potrà continuare a
esistere. Maria e Julia erano sorprese. E
anch’io. Poi mi sono ricordato una cosa che
Maria mi aveva detto quando ero a Soči.
“Qualunque cosa vogliano farci, aspetteranno dopo le Olimpiadi, quando nessuno
presterà più attenzione a quello che succede qui”. u  bt
L’AUTORE
McKenzie Funkè un giornalista
statunitense. Si occupa di ambiente e ha
collaborato con Harper’s, National
Geographic e il New York Times. Ha
scritto Windfall: The booming business of
global warming (Penguin Press 2014).




Qualcosa si è rotto
Gazeta, Russia  


S
e non ci fossero stati gli attentati
di Volgograd (dove il 29 e il 30 dicembre un attentato suicida e
un’autobomba hanno causato 34 morti)
il 2013 sarebbe stato un anno di pace e
perino di slancio spirituale: l’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij, in carcere
dal 2003, ha ricevuto la grazia, mentre
le Pussy riot e gli attivisti di Greenpeace sono stati amnistiati. E alle Olimpiadi di Soči potrà partecipare senza timori di conseguenze perino chi non condivide i valori tradizionali russi. Alla ine, però, qualcosa si è rotto proprio dove il tessuto del paese è più fragile.
All’inizio del 2013 la Russia sembrava essere sprofondata in un vortice di
oscurantismo. Il parlamento aveva vietato agli statunitensi di adottare gli orfani russi e si preparava a vietare la
“propaganda” dell’omosessualità. I dodici incriminati per le proteste di piazza
Bolotnaja contro Putin erano in attesa
di un processo. In estate, poi, c’è stato il
processo ad Aleksej Navalnij, uno dei
leader dell’opposizione, che prima è
stato condannato a cinque anni di carcere, poi inaspettatamente scarcerato.
In autunno si è fatta sentire una delle
Pussy riot, Nadežda Tolokonnikova,
che è riuscita a far pubblicare una lettera aperta sulle violazioni dei diritti dei
detenuti ed è stata poi trasferita in un
luogo di reclusione in Siberia. Negli
stessi giorni si apriva il processo agli attivisti di Greenpeace accusati di avere
assaltato una piattaforma petrolifera
nell’Artico. Il 2013, insomma, è stato un
anno di repressione: processi, carcere,
esilio per chi si era macchiato di colpe
nei confronti dello stato e del sistema.
Alla ine dell’anno, però, il sistema
stesso ha inaspettatamente mostrato
un volto nuovo. In realtà non è corretto
parlare di sistema, visto che si tratta di
un uomo solo e della sua benevolenza.
Navalnij? Non è pericoloso, dice l’uomo al comando, altrimenti non gli avrei
permesso di candidarsi alle elezioni
per il sindaco di Mosca. Le Pussy riot?
Solo delle innocue teppiste. E Khodorkovskij? Ma è stato lui a chiedermi la
grazia, io l’ho solo irmata. Certo, il
processo per le proteste di piazza Bolotnaja continua, ma lontano dai rilettori, ora che l’oligarca può inalmente riabbracciare la mamma malata e le Pussy riot rilasciano interviste in tv. La
Russia è diventata così un quadro da
esposizione, una terra promessa. Le
Olimpiadi? È tutto pronto. Mosca? Una
città piena di mercatini natalizi e con
elezioni trasparenti. I prigionieri politici? Tutti liberi.
I tribunali russi non sono più uno
strumento per risolvere i problemi di
politica interna. Insieme alla polizia,
ora svolgono il ruolo di ligi esecutori
della volontà suprema dello stato. E poco importa che, tra un’amnistia e una
grazia, nella sostanza le cose non siano
cambiate: l’importante è che il clima
per gli investimenti sia migliorato.
L’importante è il messaggio simbolico
inviato alla vigilia delle Olimpiadi e del
summit dei G8, in programma a giugno, sempre a Soči. L’importante è la
benevolenza del sovrano e la sensazione che ci troviamo in un momento in
cui non ci sono pericoli incombenti.
Che il pubblico accorra pure in Russia
per il grande spettacolo, ovunque regna la stabilità...
Ma l’illusione della stabilità è stata
infranta dalle bombe di Volgograd. E
ora c’è il rischio che il 2014 sia segnato
da un inasprirsi della repressione. I politici nazionalisti sembrano fare a gara
a chi è più assetato di sangue. Alcuni
hanno chiesto di annullare la moratoria
sulla pena di morte, altri vogliono che
la polizia possa intercettare ogni tipo di
conversazione. E così, nonostante le
sorprese dell’anno appena inito, l’inizio del 2014 ha la stessa tetra atmosfera
che aveva l’inizio del 2013. u  af

1033 -- La censura su internet con la scusa dei bambini

I
mmaginate la scena. Siete su internet per passare il tempo, magari cercando ricette di torte
o video di cuccioli che imparano a ululare.
Squilla il telefono. È il vostro provider. In realtà, è la gentile dipendente di un call center,
chiamiamola Linda. Linda vi chiama perché,
grazie al  porn ilterdel primo ministro David Cameron,
adesso siete “costretti a scegliere”, come altri 20 milioni di famiglie britanniche con una connessione a
banda larga, se vedere o meno certi contenuti. In pratica vuole sapere se intendete vedere siti pornograici.
E informazioni sulle droghe illegali? Sul
sesso tra gay? Sull’aborto? “La chiamata
può essere registrata ai ini di formazione e monitoraggio del personale”. E materiale osceno e volgare? Volete vederlo?
Parlate più forte, Linda non vi sente.
Il iltro ideato dal governo britannico, che entrerà in vigore questo mese
dopo un anno di pressioni, bloccherà
molto più che le immagini oscene. L’intenzione è sempre stata questa, e ora
appare chiaro che c’era un subdolo piano per censurare internet. Con la scusa
di proteggere i bambini da una marea di robaccia volgare, si stabilisce un grave precedente di controllo dello stato sui contenuti digitali.
Il lodevole intento di proteggere gli innocenti viene
sempre  usato  per  mantenere  l’opinione  pubblica
nell’ignoranza. Quando è cominciata l’introduzione
del iltro, si è scoperto che British Telecom (Bt) avrebbe bloccato anche i siti “gay e lesbici” non pornograici e i contenuti di “educazione sessuale”. Appena sono
scoppiate le proteste, l’azienda ha rapidamente cambiato il testo sul suo sito, ma non sappiamo se ha modiicato anche qualcos’altro.
Il presidente di TalkTalk, uno dei più grandi fornitori di servizi internet britannici, ha afermato che la
rete non ha nessuna “norma sociale o morale”. Be’,
non ce l’ha neanche una biblioteca. Nessuno si sognerebbe di chiedere a una biblioteca di impiegare robot
guardiani della moralità per impedire ai bambini di
scoprire qualcosa che secondo i loro genitori non dovrebbero vedere. Online sta succedendo questo, con
la sola diferenza che chiunque usi internet è trattato
come se fosse un bambino.
Ogni argomento usato dai politici a favore di questo iltro riguarda la pornograia e i suoi efetti dannosi
sui giovani. È curioso, poi, che tante delle categorie
incluse nella lista dei contenuti bloccati dalla Bt non
sembrino né pornograiche né direttamente collegate
ai bambini. La categoria dei “contenuti osceni”, per
esempio, si estende a “siti con informazioni sulla manipolazione di dispositivi elettronici e la distribuzione
illegale di software”, cioè al ilesharing e al download
di musica, sui quali in parlamento la discussione va
avanti da anni. Qualunque sia il vostro giudizio su chi
scarica gratuitamente musica e cartoni animati, resta
il fatto che non fa nulla di osceno né di pornograico.
Più che un tentativo di proteggere i bambini, il  porn
ilterdi Cameron sembra un tentativo del governo britannico di tenere lontani i suoi cittadini da certi contenuti. La cosa peggiore, però, non è il fatto che blocca
una gran quantità di informazioni utili,
ma il blocco in sé. Con una giustiicazione inconsistente, un governo conservatore ha dato alle aziende private il permesso di decidere a quali siti possiamo o
meno accedere. È un precedente per
una censura su vasta scala.
Ancora più preoccupante è l’inclusione nelle liste di materiale considerato
“estremista”, comunque il governo e le
aziende autorizzate decidano di deinire
questo concetto. L’opinione pubblica
non ha alcuna voce in capitolo su quali
contenuti politici saranno bloccati, come non ne ha
avuta sul fatto che dovessero essere bloccati.
La registrazione delle scelte, inoltre, renderà più
facile alle agenzie di sorveglianza nazionali e internazionali sapere chi vede cosa. Sette mesi di rivelazioni
sulla capacità di acquisire dati da parte di organizzazioni come la National security agency statunitense
(Nsa), comprese le informazioni sulle abitudini sessuali dei politici, raccolte per screditarli, sollevano
ragionevoli sospetti. Vi sentite ancora a vostro agio
mettendo una crocetta sul riquadro “contenuti osceni
e volgari”? Siete sicuri?
La domanda su chi dovrebbe poter accedere a queste informazioni è diventata oggetto di un dibattito
pubblico che deinisce la nostra epoca. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden, nel 2014 quella domanda
sarà rivolta a tutti noi, e dobbiamo interpretare il tentativo di qualsiasi stato di bloccare e iltrare i contenuti online in questo contesto.
Gli strumenti per controllare gli adulti sono usati
da tempo con la scusa di proteggere i bambini, ma se
vogliamo davvero aiutare i bambini possiamo cominciare negando alle aziende private e ai politici conservatori il diritto di stabilire ciò che possono o non possono sapere. Il libero accesso a secoli di informazioni
e di cultura è un’impareggiabile conquista della civiltà
umana. Dobbiamo difenderla, per il bene delle generazioni future.  u

1033 - I motivi della crisi che scuote la Turchia - Il sostegno del movimento islamico di Fethullah Gülen è stato cruciale per il governo di Recep Tayyip Erdoğan. Ora la ine di quest’alleanza minaccia la stabilità del paese Mustafa Akyol, Al Monitor, Stati Uniti KIYOSHI OTA (BLOOMBERG VIA G

L
o scandalo di corruzione che a
dicembre ha provocato le dimissioni di tre ministri continua ad
allargarsi.  Il  governo  dell’Akp
(Partito per la giustizia e lo sviluppo, conservatore) accusa i suoi ex alleati del movimento guidato da Fethullah Gülen di manipolare la giustizia per rovesciare l’esecutivo. La tensione tra l’Akp e il movimento è
costantemente aumentata negli ultimi due
anni.  Il  primo  ministro  Recep  Tayyip
Erdoğan, lo studioso dell’islam Fethullah
Gülen e i loro rispettivi sostenitori sono tutti musulmani provenienti dalla corrente
sunnita maggioritaria in Turchia (hanai).
In passato Erdoğan e Gülen si sono alleati
contro l’autoritarismo laico e hanno usato
riferimenti religiosi per sostenere le loro
argomentazioni. Nonostante questo ci sono alcune diferenze di rilievo. Il nucleo
dell’Akp proviene dalla tradizione del Millî
görüş (Visione nazionale), la versione turca
dell’islam politico caratterizzata da toni
antioccidentali e panislamici. Anche se
l’Akp ha esplicitamente abbandonato questa ideologia in dalla sua fondazione, più
di dieci anni fa, la maggior parte degli osservatori  ritiene  che  negli  ultimi  anni
Erdoğan si sia gradualmente riavvicinato
al Millî görüş.
Il movimento di Gülen invece si rifà alle
idee del teologo islamico Said Nursî (1878-1960), che predicava la supremazia della
fede e dell’etica sulla politica. Di solito i
suoi sostenitori riiutano le derive politiche
dell’islamismo. Anche per questo i seguaci
di Gülen non hanno mai votato per i partiti
legati al Millî görüş, preferendo le formazioni politiche di centrodestra. Alcuni studenti islamici hanno deinito il movimento  di Gülen come un’espressione dell’“islam
culturale” in opposizione all’islam politico.
I motivi dello scontroSe il movimento di
Gülen si fosse limitato alla cultura islamica, però, non si sarebbe mai arrivati alle
attuali tensioni. Secondo molti osservatori
invece il movimento ha una sua concezione di impegno politico: ottenere per i suoi
esponenti incarichi di rilievo all’interno del
sistema giudiziario e delle forze dell’ordine. Questa strategia è cominciata negli anni settanta per modiicare uno stato ostile
– il draconiano regime laico turco – iniltrandosi gradualmente nei suoi ranghi.
L’impegno politico del movimento è stato
sempre portato avanti di nascosto, alimentando speculazioni e teorie del complotto.
Quando l’Akp è salito al potere nel 2002
ed è stato subito preso di mira dalla vecchia
guardia  secolare,  i  sostenitori  di  Gülen
all’interno della polizia e del sistema giudiziario sono emersi come un alleato naturale del governo. Così Erdoğan avrebbe deciso di sostenerli a scapito dei loro rivali laici.
Tuttavia, dopo la deinitiva sconitta del
vecchio establishment tra il 2010 e il 2011,
sono emerse alcune divergenze tra l’Akp e
il movimento. Il primo momento critico è
arrivato con la crisi del Mit, il servizio segreto turco.
Nel febbraio del 2012 il capo del Mit Hakan Fidan, uomo di iducia di Erdoğan, è
stato chiamato a testimoniare da un giudice di Istanbul nell’ambito di un’indagine
sul  Partito  dei  lavoratori  del  Kurdistan
(Pkk). Secondo il New York Times era “l’ultimo atto di una lotta di potere tra le forze
di sicurezza e i servizi segreti”, ma l’episodio è stato interpretato anche come uno
scontro tra l’Akp e gli esponenti della polizia e del sistema giudiziario vicini a Gülen.
Da allora i sostenitori di Erdoğan hanno
denunciato l’esistenza di uno “stato nello
stato” che agirebbe in base alla sua personale gerarchia e userebbe il potere per proteggere i propri interessi.
L’escalationDopo la crisi del Mit del febbraio 2012 tra l’Akp e il movimento i rapporti sono stati ostili ma tranquilli, ino a
quando, a metà dello scorso novembre, la
decisione di Erdoğan di chiudere le “scuole
preparatorie” (i corsi del ine settimana che
preparano gli studenti liceali agli esami
universitari) ha fatto precipitare la situazione. Il movimento, che gestisce un quarto delle scuole e le considera una fonte di
inanziamento e reclutamento, ha interpretato la mossa del primo ministro come
un attacco. I mezzi d’informazione vicini a
Gülen  hanno  parlato  di  un  “attentato
all’impresa privata” da parte del governo.
L’esecutivo ha risposto con dichiarazioni
durissime, e presto lo scontro verbale è degenerato in guerra aperta.
La battaglia tra “una leadership politica
sempre più autoritaria e il suo rivale sempre più nervoso”, come l’ha deinita Yasemin Çongar su Al Monitor, ha avuto una
nuova svolta il 16 dicembre, quando Hakan
Şükür, ex stella del calcio diventato parlamentare, si è dimesso dall’Akp. Şükür, che
al momento delle dimissioni ha duramente
criticato il governo, è un seguace di Gülen,
e se il suo ingresso in parlamento nel 2011
era apparso come un sigillo al matrimonio
tra il movimento e il partito, la sua uscita ne
ha sancito il divorzio.
La vera bomba però è esplosa il giorno
successivo. Il giudice Zekeriya Öz, considerato un esponente del movimento di
Gülen, ha ordinato una retata contro deci  ne di persone, inclusi i igli di tre ministri,
un sindaco dell’Akp e alcuni uomini d’afari e funzionari statali. Milioni di dollari ammassati in scatole di scarpe sono stati mostrati ai giornalisti, rivelando quello che è
senza dubbio il più grave scandalo di corruzione nella storia recente della Turchia.
Nel giro di otto giorni i quattro ministri
coinvolti hanno rassegnato le dimissioni.
Uno di loro, Erdoğan Bayraktar, ha dichiarato che anche il premier avrebbe dovuto
dimettersi.
Dall’inizio dell’inchiesta sulla corruzione sono emerse due versioni in contrasto
tra  loro.  Secondo  i  sostenitori  dell’Akp
l’obiettivo del movimento di Gülen, o per
lo meno del suo “stato nello stato”, è sabotare il governo cercando di portare a termine un “colpo di stato” per vie legali. I mezzi
d’informazione vicini a Gülen accusano
invece l’esecutivo di voler nascondere la
corruzione ricorrendo a teorie del complotto e ostacolando il corso della giustizia.
Il ruolo di Iran e IsraeleAl centro dello
scandalo c’è l’accordo “petrolio in cambio
di oro” con l’Iran. Ankara avrebbe usato
l’accordo per aggirare le sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione europea contro Teheran, mentre la Halkbank, controllata dallo
stato turco, avrebbe gestito il trasferimento
di denaro utilizzando una complessa rete.
Non c’è da stupirsi se tra gli arrestati c’è anche l’amministratore delegato della Halkbank, Süleyman Aslan, nella cui abitazione
sarebbero state trovate le famose scatole
da scarpe piene di dollari. Un altro sospettato illustre è Riza Sarraf, ricco commerciante d’oro iraniano, conosciuto in precedenza come Reza Zarrab e accusato di aver
corrotto politici di spicco.
I mezzi d’informazione vicini all’Akp
sostengono  che  l’accordo  segreto  con
l’Iran fosse nell’interesse del paese, e che il
denaro trovato nelle abitazioni sarebbe
stato usato per inanziare progetti di beneicenza come la costruzione di scuole. Inoltre dietro questa manovra si nascondereb be Israele. In base a questa teoria lo stato
ebraico e le sue lobby americane, principali nemici dell’Iran e del legame tra Teheran
e Ankara, sono all’origine dell’inchiesta
sulla corruzione. Il fatto che il movimento
di Gülen abbia accuratamente evitato di
alimentare il sentimento antiisraeliano
all’interno dei circoli islamici turchi viene
presentato come una prova a sostegno del
coinvolgimento di Israele nella vicenda. I
quotidiani vicini al governo sono pieni di
articoli che dipingono il movimento come
la quinta colonna o il cavallo di Troia del
sionismo.
Sulla vicenda i liberali sono divisi. Molti di loro si sono allontanati dall’Akp ancora
prima delle proteste contro la ristrutturazione del parco Gezi dell’estate scorsa, e
dunque sostengono l’inchiesta sulla corruzione e sembrano appoggiare Gülen. Tuttavia altri esponenti progressisti continuano a sostenere l’Akp perché sperano in un
esito positivo del processo di pace con il
Pkk. Questo secondo gruppo inoltre continua a temere lo “stato nello stato” e le posizioni da falco di Gülen riguardo alla questione curda.
Nel frattempo la maggior parte degli
altri gruppi islamici (nessuno dei quali paragonabile al movimento di Gülen in termini di notorietà e forza politica) è fedele a
Erdoğan, mentre i laici accusano i due
principali schieramenti islamici di aver distrutto la repubblica.
Chi vincerà?A questo punto il concetto di
vittoria appare relativo. Il movimento di
Gülen non è un partito politico, e non c’è
nessun altro partito con cui potrebbe andare d’accordo. Per questo molti pensano che
il movimento non voglia colpire l’Akp ma
solo Erdoğan, nella speranza che l’uscita di
scena del leader possa smussare l’autoritarismo del partito al potere.
Comunque vada a inire, sarà una vittoria di Pirro. Se Erdoğan riuscirà a schiacciare il movimento, come prevedono diversi osservatori, inirà col perdere molti
voti e indebolire le sue credenziali democratiche. Se prevarrà Gülen, sarà la prova
che il movimento dispone di un grande potere all’interno dello stato, e questo comprometterà la sua posizione come espressione  moderata  dell’islam  culturale.  In
entrambi i casi a farne le spese sarà la stabilità politica ed economica della Turchia,
per non parlare dello stato di diritto e della
pace sociale. In Turchia, insomma, è in
corso una guerra che non avrà vincitori.
Proprio il genere di guerra che si combatte
con più passione. u as
Mustafa Akyol  è un giornalista turco.
Scrive regolarmente per i quotidiani turchi
Star e Hürriyet e collabora con il New York
Times.

lunedì 20 gennaio 2014

1029 - La stagnazione secolare Secondo l’economista Larry Summers, l’occidente è destinato ad anni di crescita piatta come il Giappone. Il suo intervento fa discutere gli esperti e i politici Mark Schieritz, Die Zeit, Germania

N
ei primi mesi della presidenza
di Bill  Clinton un gruppo di economisti statunitensi ricevette
l’incarico di esaminare attentamente la situazione del Giappone. In quel
periodo, all’inizio degli anni novanta, il
pae se asiatico era precipitato in una grave
crisi dopo anni di rapido sviluppo. Uno degli
esperti era Larry Summers, un ambizioso
studioso di economia che era stato nominato professore a Harvard ad appena 29 anni .
Summers e i suoi colleghi si misero al lavoro
e  pronosticarono  una  rapida  ripresa
dell’economia giapponese. La loro previsione, però, si è rivelata completamente
sbagliata: oggi il pil del Giappone corrisponde a circa la metà di quello contenuto nello
studio per l’amministrazione Clinton.
Summers, che in seguito è stato ministro
delle inanze e poi è tornato a insegnare a
Harvard, ha raccontato questo aneddoto a
novembre, in occasione di un convegno del
Fondo monetario internazionale. Il suo intervento, che è durato sedici minuti, ha avuto  un  grande  risalto  online,  gettando  lo
scompiglio tra gli economisti e i politici di
tutto il mondo. Summers, infatti, ritiene
che l’occidente si trovi di fronte allo stesso
destino del Giappone, cioè lo attendono anni di stagnazione.
Per comprendere lo scalpore provocato
dal discorso, bisogna considerare che il modello  economico  occidentale  è  basato
sull’idea di una crescita ininterrotta. Una
crescita che serve a creare nuovi posti di lavoro per le persone che restano disoccupate
a causa del progresso tecnologico. Una crescita che fa in modo che ci sia bisogno di
sempre meno giovani per pagare la pensione a un numero crescente di anziani. Una
crescita, inine, che permette di far salire le  entrate dello stato, che così può rimborsare
i suoi debiti. Insomma, senza la crescita il
mondo così com’è organizzato si trova di
fronte a gravi diicoltà.
Secondo Summers, invece, questo problema esiste già: a uno sguardo attento, infatti, si può notare che l’economia dei grandi paesi industrializzati è praticamente immobile  da  più  di  vent’anni.  Prima  dello
scoppio della crisi, nel 2008, negli Stati Uniti era stato registrato un notevole sviluppo
in alcuni settori, ma questo era dovuto soprattutto al fatto che l’economia era stata
ravvivata grazie agli eccessi del mercato
immobiliare. Qualche anno prima era avvenuta la stessa cosa quando gli statunitensi si
erano rovinati speculando sulle azioni delle
aziende high-tech.
Troppi risparmi
In questa prospettiva, la storia economica
recente può essere descritta come una sequenza ininterrotta di bolle speculative.
Diversamente da altre fasi di crescita, durante le bolle le paghe dei lavoratori non
hanno registrato quasi nessun aumento, e
anche la produzione industriale è rimasta
indietro rispetto alle sue possibilità. I tempi
della crescita sana, ha detto Summers, sono
“initi da un pezzo”.
Secondo l’economista, il motivo è che si
risparmia troppo e si investe troppo poco.
Normalmente gli interessi fanno sì che i risparmi e gli investimenti siano in equilibrio.
Se per esempio durante una crisi si risparmia molto, in un primo momento i consumi  ne risentono. Ma dato che tutti i soldi risparmiati iniscono prima o poi sul mercato, si
ottiene una riduzione del costo del denaro,
cioè dei tassi d’interesse, e le imprese possono ottenere finanziamenti più convenienti. In questo modo diventano realizzabili  quei  progetti  d’investimento  che  in
presenza di tassi d’interesse più alti non sarebbero stati redditizi. Così l’economia torna a crescere a ritmi più sostenuti.
Ma i tassi d’interesse hanno un limite:
non possono scendere in modo signiicativo al di sotto dello zero (un tasso d’interesse
è negativo quando il suo valore nominale è
inferiore all’inlazione, cioè la perdita di
potere d’acquisto dei soldi depositati supera la loro remunerazione). Se, con i tassi
negativi, le banche tentassero di sottrarre
una certa somma ogni mese dai risparmi   dei loro correntisti, i clienti si limiterebbero
a conservare più denaro a casa.
Nel  suo  discorso  Summers  ha  citato
l’economista Alvin Hansen, che già negli
anni trenta aveva previsto una pericolosa
“stagnazione secolare” dell’economia: nello scenario delineato da Hansen, le imprese
investono meno perché vendono meno prodotti a causa della diminuzione della popolazione e perché si è esaurita la spinta causata dalle grandi innovazioni tecnologiche.
Le aziende potrebbero decidere di lanciare
nuovi progetti, in modo da riequilibrare i
risparmi e gli investimenti, solo se i tassi
d’interesse scendessero molto al di sotto
dello zero. Dal momento che questo è impossibile, i risparmi restano inutilizzati e
quindi l’economia ristagna.
Negli ultimi anni, in efetti, gli investimenti nei paesi industrializzati sono calati.
Le imprese accumulano liquidità invece di
comprare nuovi macchinari. La Apple detiene quasi centocinquanta miliardi di dollari in riserve di liquidità, e perino in Germania, dove l’economia è relativamente
lorida, la quota di investimenti che ha contribuito al pil è scesa dal 30 per cento circa
del 1980 all’attuale 17 per cento. A cinque
anni dall’inizio della crisi, inoltre, in quasi
tutti i paesi la crescita è nettamente sotto i
livelli precedenti al 2008.
Secondo i profeti della stagnazione, gli
eccessi dei mercati inanziari non sono un  efetto collaterale ma, per citare il premio
Nobel per l’economia Paul Krugman, il tentativo disperato di continuare anche in un
contesto del genere a raggiungere “qualcosa di simile alla piena occupazione”. Quando si cade nella trappola della stagnazione
non valgono più le regole di una sana amministrazione economica e qualunque tipo di
spesa garantisce la creazione di posti di lavoro anche se, in base ai criteri economici
tradizionali, si tratta di uno spreco.
I moderni critici della crescita possono
contare su una lunga tradizione. Già nell’ottocento, studiosi come l’inglese Thomas
Malthus sostenevano che la limitatezza
delle risorse frena la crescita. Nel 1972, inoltre, il Club di Roma pubblicò un famoso
studio secondo cui le riserve di materie prime si sarebbero esaurite già prima del 2100.
John Maynard Keynes, inine, ipotizzava
che a un certo punto la crescita avrebbe cominciato  autonomamente  a  ridursi,  dal
momento che i bisogni materiali dell’umanità erano già ampiamente soddisfatti. Il
problema di queste previsioni è che inora
hanno sempre sottovalutato il progresso
tecnico, che permette alle aziende di produrre risparmiando risorse e fa nascere
nuovi bisogni tra i consumatori.
Summers, però, si discosta dai suoi predecessori su un punto importante: l’economista è convinto che la crisi della crescita si
possa quantomeno attenuare attraverso
delle misure politiche, ma a condizione che
si riesca a trasformare nuovamente i risparmi in investimenti. Le vie d’uscita da questa
situazione, però, sono tutte drastiche. Una
consisterebbe nell’abolizione del denaro
contante. In questo modo si dovrebbero depositare in banca almeno i risparmi necessari per soddisfare il fabbisogno quotidiano
(e i pagamenti dovrebbero avvenire attraverso la carta di credito), e le banche centrali potrebbero tranquillamente ridurre i tassi
d’interesse al di sotto dello zero. Così si risparmierebbe di meno e si investirebbe di
più. Si potrebbe pure immaginare che sia lo
stato a spendere il denaro in eccedenza, come propose negli anni cinquanta l’economista Paul Samuelson, un allievo di Hansen. La sua idea era la seguente: anche se i  tempi normali è diicile che lo stato prenda
in prestito troppi soldi da investire, perché
poi ne resterebbero pochi per le imprese,
nei momenti di crisi le aziende non hanno
comunque intenzione di investire, perciò lo
stato potrebbe usare i capitali che altrimenti resterebbero immobilizzati nei conti bancari, e in questo modo sventerebbe il rischio
della stagnazione.
Samuelson era convinto che la società
avrebbe tratto proitto dagli investimenti
pubblici. E poiché, data l’oferta eccessiva
di risparmi, sarebbe sceso il costo del denaro, per lo stato sarebbe diventato conveniente indebitarsi a quello scopo. L’economista proponeva di spianare le montagne
in modo che i treni andassero più veloci.
Nella situazione attuale si potrebbe pensare, per esempio, al inanziamento di una
svolta energetica generalizzata per afrontare il cambiamento climatico.
Rilevanza politica
La tesi della stagnazione permanente giustiica quindi l’elaborazione di programmi
d’investimento inanziati con il debito pubblico, e in questo risiede la sua rilevanza
politica: a causa delle loro limitate risorse
inanziarie, infatti, molti paesi stanno ridimensionando gli investimenti. Il governo
tedesco sta perino cercando di limitare la
richiesta di crediti sia a livello europeo sia a
livello internazionale, sostenendo che la
crescita riprenderà solo se saranno attuate
delle riforme strutturali.
Secondo il punto di vista della Germania, in seguito allo scoppio della bolla immobiliare paesi come la Spagna non sono
economicamente produttivi come in passato: troppa manodopera formata per lavorare nel settore edile deve imparare un altro
mestiere e trovare un altro impiego. Ci vuole tempo perché questo succeda, e il compito sarebbe più facile se il mercato del lavoro
fosse lessibile. Non stupisce quindi che a
Berlino molti sospettino che la crisi sia solo
un nuovo stratagemma degli Stati Uniti per
costringere i tedeschi a spendere di più. Il
dibattito sulla stagnazione si soferma anche sul modo più corretto di analizzare la
crisi: Summers vorrebbe soprattutto rilanciare la domanda, mentre i suoi avversari
puntano alle riforme.
Nel Giappone degli anni novanta infuriava una dibattito simile, ma alla ine nessuna delle due posizioni ha dato risultati
degni di nota. Forse è questo il rischio peggiore per l’economia globale. u  f

1029 - Africani a Guangzhou

Philippe Grangereau, Libération, Francia
Negli ultimi dieci anni, migliaia di cittadini dei paesi africani che forniscono materie
prime a Pechino hanno ottenuto il visto per la Cina. Molti sono partiti in cerca
di fortuna ma hanno dovuto fare i conti con una società poco accogliente




L
a terza volta che è
venuto nel mio piccolo negozio di magliette, mi ha detto
che era innamorato
di  me”,  racconta
con civetteria Xiao Jiang. “Dato che trovavo
il suo naso e i suoi occhi molto belli, alla ine
sono uscita con lui. E nel 2007 ci siamo sposati”. Xiao Jiang, una cantonese di trent’anni, e Saliou Ndyaye, un senegalese di 32 anni, oggi hanno una bambina di due anni che
si chiama Yiwa. “Le parlo in cinese per evitare che confonda le due lingue”, mormora
il papà premuroso aprendoci la porta del
suo minuscolo appartamento di due stanze
nella periferia di Guangzhou. Sullo schermo del computer una voce femminile canta
una nenia locale. “Le canzoni cinesi mi
piacciono moltissimo”, confessa Saliou.
Dal suo arrivo in Cina, nel 2005, tira avanti
lavorando nell’import-export. In questo
momento ha comprato in Cina delle macchine da cucire per fare merletti che esporta
via nave in Senegal. “I margini sono molto
piccoli, ma mi permettono di sopravvivere.
Per noi immigrati non è facile lavorare.
L’unico modo è lanciarsi negli afari”.
Xiao Jiang e Saliou sono una delle quattrocento coppie miste sinoafricane di questa metropoli del sud della Cina, dove vivono tra i 20 e i 30mila africani. Gli anglofoni
gravitano intorno a Sanyuanli, un quartiere
moderno, mentre i francofoni dell’Africa
occidentale frequentano le stradine del
quartiere di Xiaobei, dove da molto tempo
è presente una grande comunità di commercianti mediorientali. Qui si arriva passando sotto un ponte ferroviario dove, non  ontano da una bancarella di vestiti africani
made in China, due africane sedute su delle
sedie in mezzo alla strada si fanno depilare
il volto da donne cinesi. “Portate sempre
con voi il passaporto. È vietato frequentare
le prostitute. Qualunque infrazione sarà
punita con una multa”, si legge in inglese su
una grande stele in cemento collocata dal
commissariato di quartiere.
Arrivato per caso
In un dedalo di vicoli dove incrociamo un
gruppo di donne in abaya(il velo nero integrale), ci sono ristoranti turchi, burkinabé,
maliani e qualche parrucchiere africano
quasi sempre pieno. Sul bordo di una piccola piazza, davanti a un manifesto in francese che pubblicizza una scuola serale di “lingua  cinese  commerciale”,  alcuni  uiguri
dello Xinjang davanti ai loro scooter aspettano i clienti africani. “I taxi normali ci accettano di rado come clienti perché siamo
neri. Ma si è creato un servizio di taxi parallelo illegale. Il problema è che costa il doppio del normale”, ci spiega Mustafa Dieng,
il “presidente” della comunità senegalese
di Guangzhou. “Conosco un uomo d’afari
del Togo che è talmente stufo di veder scappare i taxi che ha inito per comprarsi una
macchina. La Cina non è un paese facile”.
Mustafa Dieng, ex militare dell’aeronautica senegalese, è arrivato un po’ per
caso a Guangzhou, all’epoca in cui la Little
Africa non esisteva ancora. Era il 2003 e la
Cina si era messa in cerca di materie prime
in Africa. Per questo Pechino aveva liberalizzato la sua politica dei visti nei confronti
di molti paesi del continente. “Un visto cinese si otteneva in pochi giorni, mentre ci
volevano dei mesi per ottenerne uno da un
paese europeo”, sottolinea Dieng, che ha
abbandonato il suo progetto iniziale di emigrare in Australia per dedicarsi all’importexport a Guangzhou. “Ho cominciato con
jeans e scarpe da ginnastica. All’inizio si
guadagnava così bene che spedivo le mie
merci  con  aerei  cargo”,  ricorda  Dieng.
Quando gli ordini sono diminuiti, si è dato
invece al trasporto marittimo. Ma gli afari
non vanno più come prima. “La manodopera cinese è diventata più cara e l’industria
tessile ha perso la sua competitività. Ora
bisogna andare in Vietnam”. Per Dieng sono initi i bei giorni della Little Africa. “A
poco a poco i cinesi si stanno riprendendo
le nostre attività”, dice Dieng. “Sono ovunque in Africa, dove creano i loro canali
commerciali facendo a meno di quelli del
posto”. Nel corso degli anni molti degli interpreti e degli impiegati cinesi con cui lavorava lo hanno lasciato per creare sullo
stesso modello le loro ditte di import-export. “Uno di loro si è perino portato via
tutta la mia lista di clienti”.
“Le dimensioni della comunità africana  di Guangzhou, che ha avuto il suo momento di massimo splendore nel 2008, si stanno riducendo sempre più”, conferma Roberto Castillo, un ricercatore messicano
dell’università Lingnan di Hong Kong, che
da tre anni studia il particolare melting pot
etnico  della  “Chocolate  city”  di
Guangzhou. Da qualche tempo Pechino ha
reso più diicile la concessione dei visti ai
cittadini di alcuni paesi africani. “I congo  lesi, che ormai hanno molta diicoltà a ottenere un  visto cinese, si sono ridotti a comprare di nascosto i passaporti degli angolani, che al contrario sono accolti molto bene
in Cina”, osserva Castillo. Molti africani
vivono in Cina senza documenti perché la
polizia di frontiera punisce gli immigrati
irregolari con multe severe e una pena di 21
giorni di prigione, anche quando vogliono
lasciare il paese. Chi non ha il denaro per  pagare è quindi paradossalmente incoraggiato a rimanere. Tuttavia molti iniscono
in prigione o sono espulsi (a loro spese).
“Mi controllano i documenti anche diverse
volte al giorno. Talvolta la polizia arriva da
noi all’una di notte, è terribile”, si lamenta
Fatima, una donna d’afari della Guinea.
La nuova politica cinese di restrizione
dei visti spinge gli africani a lasciare il paese, conferma Ojukwu Emma, il presidente
della comunità nigeriana di Guangzhou,
che conta diecimila persone. Imponente,
con una voce profonda e pacata, ci riceve
nel suo grande uicio pieno di telecamere
di sorveglianza. Gli afari vanno bene poiché secondo lui “tra Guangzhou e Lagos
transitano ogni giorno più di trenta milioni
di dollari”. Ma il clima sta peggiorando.
Molti dei suoi connazionali sono irregolari
e “si fanno trufare dai commercianti cinesi”, riconosce Emma. “Per evitare di pagare
i loro clienti nigeriani, i cinesi li denunciano
alla polizia per farli espellere”. Le liti tra i
commercianti nigeriani e i loro fornitori cinesi sono così frequenti che la comunità
nigeriana ha creato una polizia parallela, i
peace-keepers (custodi della pace), sessanta
colossi tatuati strategicamente distribuiti
nei mercati cinesi dove lavorano gli uomini
d’afari nigeriani per dare l’allarme in caso  di problemi. “Quando c’è un diverbio intervengono, perché la polizia dà sempre ragione ai cinesi”, osserva Emma.
Il piccolo Obama
Gli  incidenti  tra  la  comunità  africana  e
quella cinese sono piuttosto frequenti. Nel
2009 un giovane nigeriano che scappava da
un controllo dei documenti è morto saltando dal secondo piano di un ediicio. Il giorno stesso duecento nigeriani hanno protestato  davanti  a  un  commissariato  di
Guangzhou. Nel 2012 centinaia di cittadini
africani hanno manifestato dopo la morte
di un uomo picchiato a morte da un gruppo
di cinesi nel corso di una lite sulla tarifa di
una corsa in taxi. “I rappresentanti di tutte
le comunità africane si sono uniti nella protesta”, ricorda Dieng. “Ma la polizia si è riiutata di incontrarci tutti insieme, preferendo convocarci separatamente. Alla ine
abbiamo preferito non andare. Per quanto
ne sappia, i colpevoli di questo omicidio
non sono ancora stati arrestati. La Cina è un
paese comunista, mentre noi veniamo da
un paese democratico. Si cerca di dialogare
ma non è facile”, commenta Emma, che vive a Guangzhou dal 1997.
Il razzismo dei cinesi nei confronti degli
heiren(neri) mette a disagio molti africani,
spiega questo veterano della comunità ni  geriana sistemandosi la veste. “Ho perso il
conto delle volte che ho visto dei cinesi uscire dall’ascensore turandosi il naso quando
entravo io. Il mese scorso, per strada, una
babysitter mi ha indicato con il dito al bambino che portava a spasso deinendomi con
termini molto volgari”. Sposato con una
cantonese, Emma ci racconta che suo iglio,
che ha quattro anni, ha dovuto cambiare
scuola tre volte. “Gli insegnanti dicevano
agli studenti che mio iglio non era come
loro e questo lo ha fatto molto sofrire”. Nella speranza di ridurre al minimo la discriminazione, ha chiamato suo figlio Obama.
Con i suoi interlocutori, Emma dimostra
ogni tanto un umorismo caustico: “Una volta per provocazione ho detto a delle autorità
cinesi che il mio Obama, in quanto cinese,
sarebbe potuto diventare il loro futuro presidente! Mi hanno risposto alzando le braccia al cielo ‘no, no, è impossibile’”.
Alimentando il razzismo, la polizia di
Guangzhou caccia i neri da alcuni quartieri.
“L’altro giorno alcuni poliziotti hanno convocato il proprietario del mio appartamento
per chiedergli di sfrattarci”, si lamenta Saliou. “E non sono certo l’unico africano a
cui è successa una cosa simile”. Questa segregazione  silenziosa  è  cominciata  nel
2007. Anche se è contento di essere in Cina,
a  Saliou  il  “razzismo  quotidiano”  pesa.
“Quando mi siedo in autobus, i passeggeri
accanto a me si alzano e a volte si turano il
naso”, dice il ragazzo mostrando il video di
uno di questi incidenti che ha ilmato con il
suo smartphone.
Durante una breve passeggiata con la
moglie e la iglia, si possono scorgere gli
sguardi dei passanti. Sorridente, Xiao Jiang
fa inta di niente. “Non mi interessa quello
che pensa questa gente”, inisce per dire. “È
Saliou che amo e che ho sposato, non loro!”.
Ma Xiao dice anche di avere “molta voglia”
di vedere il Senegal, il paese da dove viene
suo marito.  u  adr

1029 - Pensiero sfuggente

Tim Bayne, New Scientist, Regno Unito
Foto di Cerise Doucède
Consapevoli o involontari, i pensieri riempiono la
nostra mente in ogni momento. Ma cosa signiica
esattamente pensare? Possiamo controllare questa
facoltà? Esiste un limite al pensabile? 




e ci riuscite, provate a immaginare una vita senza pensiero. Non sarebbe una grande
esistenza. I pensieri riempiono tutti i nostri momenti di
veglia, e che siano profondi,
banali, divertenti o bizzarri, non possiamo
negare che ci vengono naturali. Potremmo
dire che per gli esseri umani pensare è come
volare per le aquile o nuotare per i delini.
Ma una cosa è pensare e un’altra è comprendere la natura del pensiero. Come le
aquile volano senza sapere nulla di aerodinamica e i delini nuotano senza conoscere
la meccanica dei luidi, la maggior parte di
noi pensa senza avere la più pallida idea di
cosa signiichi farlo. Chiunque può pensare,
ma è piuttosto raro che qualcuno riletta sul
pensiero in sé.
Cos’è il pensiero allora? È diicilissimo
rispondere a questa domanda. Le neuroscienze, la psicologia, la ilosoia e altre
discipline ci hanno dato ognuna una risposta, ma il problema non ha mai ottenuto
tutta l’attenzione che merita. Forse perché
è un fenomeno estremamente vario e complesso. Possiamo pensare a un’incredibile
varietà di cose: oggetti, persone, luoghi,
rapporti, concetti astratti, presente, futuro, cose reali e immaginarie. Possiamo non
pensare  a  niente  e  pensare  al  pensiero
stesso.
Il funzionamento del pensiero ci sfugge,
anche se ormai ne sappiamo qualcosa. Lo
usiamo per risolvere problemi e per inven tare cose nuove, ma ino a che punto lo controlliamo? E inine, esiste un limite a quello
che possiamo pensare?
Prima di provare a rispondere a queste
domande dobbiamo fare qualche distinzione, perché il termine “pensiero” si può riferire a tre aspetti diversi della nostra vita
mentale. Per un verso, è un tipo di evento
mentale. Pensare a qualcosa significa richiamarlo alla mente. Per un altro, è una
facoltà. Come esistono facoltà associate
alla percezione e al linguaggio, esiste anche
una facoltà – o forse più di una – associata
alla capacità di pensare. Inine il pensiero è
anche un tipo di attività. Come possiamo
essere impegnati nell’attività di cercare o
ascoltare qualcosa, possiamo anche esserlo
nell’attività di pensare a qualcosa.
Consideriamo prima di tutto il pensiero
come evento mentale. Cosa sono i pensieri
e cosa li distingue da altri tipi di eventi mentali come le esperienze percettive e le sensazioni isiche? Immaginate di essere davanti a un falò. Potete vedere le iamme e
sentire il calore. Queste sono esperienze
puramente percettive. Ma potreste anche
chiedervi cosa succederebbe se il vento
cambiasse direzione o come funziona la
combustione. Questi eventi sono indotti
dall’esperienza percettiva, ma non sono
percezioni. Sono pensieri.
Anche se la distinzione tra percezione e
pensiero è intuitiva, nessuno è stato mai in
grado di esprimerla in modo inequivocabile. Un modo per farlo è dire che il pensier implica l’impiego di concetti e la percezione
sensoriale no. È possibile vedere un falò anche senza possedere il concetto di falò, ma
è impossibile pensarlo. Tuttavia, questa deinizione non convince tutti. Alcuni teorici
sostengono che anche la percezione implica l’impiego di concetti. E poi non è facile
spiegare con precisione cos’è un concetto.
Un’altra distinzione possibile è che i
pensieri sono coscienti, le percezioni no:
pensare a un falò non è la stessa cosa che
percepirlo. Ma anche qui si va incontro a
qualche diicoltà. Tutti concordano sul fatto che pensare a un falò è soggettivamente
diverso dal percepirlo, ma non è semplice
spiegare perché. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che anche i pensieri possono essere inconsci, come quando
state cercando di risolvere un problema e vi
viene in mente un’idea, oppure ci dormite
sopra e la mattina dopo scoprite che si è miracolosamente risolto. Quindi non possiamo far conto sulla coscienza per distinguere
il pensiero da altri eventi mentali.
E come facoltà? Un punto di partenza
utile potrebbe essere la deinizione che c  dà Cartesio del pensiero come “strumento
universale che può servire in qualsiasi occasione”. Cosa intendeva dire?
Torniamo alla diferenza tra percepire e
pensare. Per percepire, supponiamo, una
mela, dev’esserci un nesso causale tra noi e
la mela. Prima di tutto la mela deve rilettere la luce, che a sua volta deve essere elaborata dal nostro sistema visivo. Ma per pensare a una mela non è necessario nessun
nesso simile. Possiamo farlo in qualsiasi
momento, anche se non l’abbiamo davanti.
È questo che consente alla facoltà del pensare di essere usata “in qualsiasi occasione”.
Un’altra caratteristica del pensiero che
ci fa osservare Cartesio è l’ampiezza della
sua sfera d’azione. La percezione ci permette di accedere a una gamma limitata di cose. La vista può dirci se una mela è rossa o se
sta cadendo, ma solo una creatura capace di
pensare può sapere che è originaria dell’Asia
occidentale o che ha più geni di un essere
umano. Possiamo pensare a oggetti che sono molto lontani da noi nello spazio e nel
tempo, a cose concrete e astratte, al passato  e al futuro, a ciò che esiste e a ciò che non
esiste. La portata del pensiero umano non è
proprio illimitata, ma senza dubbio è molto
più ampia di quella della percezione.
L’importante è capire
Un’altra caratteristica della facoltà di pensiero è la sua capacità di integrare i concetti,
che ci permette di collegare due eventi e di
capire che rapporto c’è tra loro.
Pensate a un famoso episodio della storia della medicina. Negli anni quaranta
dell’ottocento, mentre lavorava in un ospedale di Vienna, il medico Ignaz Semmelweis si accorse che l’incidenza della febbre
puerperale era molto più alta in un reparto
maternità che in un altro. Notò anche che di
quel reparto si occupavano gli studenti che
efettuavano le autopsie. Questo lo portò a
chiedersi se non fossero per caso loro a infettare le donne. Cercò di veriicare questa
ipotesi chiedendo ai giovani di lavarsi le
mani con l’ipoclorito di calcio – noto per la
sua capacità di eliminare l’odore dei cadaveri – prima di andare in reparto. Questo
determinò una notevole diminuzione delle morti per febbre puerperale.
La scoperta di Semmelweis, che gettò le
basi della teoria dei germi come causa delle
malattie, richiedeva una doppia integrazione: non solo aveva fatto un collegamento al
quale ino a quel momento nessuno aveva
pensato, ma aveva anche concepito un modo per veriicare l’ipotesi che ne derivava.
Usiamo ogni giorno questa capacità di risolvere i problemi. Che si tratti di programmare una vacanza o semplicemente di decidere come arrivare da un posto a un altro,
passiamo la maggior parte della nostra vita
a considerare i rapporti tra gli eventi.
Ora passiamo al pensiero come attività
mentale. Anche se possono essere isolati, di
solito i pensieri sono concatenati tra loro.
Esistono due tipi di concatenazione. A volte
il rapporto tra pensieri è di tipo associativo:
uno porta naturalmente e spontaneamente
a un altro. Per esempio, se stiamo pensando
alla Svizzera può venirci in mente lo sci, che
a sua volta può spingerci a pensare alla neve, di conseguenza al Natale, e così via. Di
solito pensiamo in questo modo quando
sogniamo a occhi aperti o fantastichiamo.
Anche  se  è  piacevole  seguire  questo
lusso, la vera forza del pensiero risiede in
qualcosa di più sistematico: nel fatto che ci
permette di usare la logica deduttiva. Anzi,
a volte il termine “pensiero” è riservato
esclusivamente a questa attività. Pensate
alla serie di enunciati “Socrate è un uomo”,
“Tutti gli uomini sono mortali”, quindi “Socrate è mortale”. I tre elementi sono collegati tra loro per inferenza: se i primi due
sono veri, deve necessariamente esserlo
anche il terzo. L’importanza del pensiero si
basa soprattutto sulla nostra capacità di organizzare i concetti in modo coerente per
“capire” cosa consegue da cosa. In altre parole, quello che ci interessa di più è il ragionamento.
Dopo aver distinto tra i vari aspetti del
pensiero, possiamo rivolgere l’attenzione
alla sua natura. Cos’è esattamente?
Un tempo si credeva che richiedesse un
qualche tipo di mezzo non isico, un’anima
o una mente immateriale. I ilosoi moderni
respingono questa ipotesi a favore di una
spiegazione più materialistica, secondo cui
pensare comporta solo una serie di processi
isici.
I motivi alla base di questa teoria sono
tre. Il primo è che spiega i rapporti tra stati
cerebrali e stati mentali. Dai leggeri cambiamenti indotti dalla cafeina a quelli più
radicali provocati dai danni cerebrali, è
chiaro che le condizioni del cervello sono
strettamente collegate alla nostra capacità
di pensare Il secondo motivo è che spiega il ruolo
causale del pensiero. I pensieri sono causati da eventi isici ma possono anche esserne
la causa a loro volta. Vedere un treno entrare in stazione può portarci a pensare che è
“ora di andare”, e questo ci spinge a prendere la valigia e a salire sul treno.
In terzo luogo, la concezione materialistica del pensiero confermerebbe la continuità dell’evoluzione naturale. Supponiamo che gli esseri umani si siano evoluti da
animali che non erano in grado di pensare.
Anche se non si può escludere che questo
abbia comportato l’emergere di un mezzo
non isico, è più plausibile ipotizzare che
l’evoluzione delle creature pensanti sia dovuta a una serie di cambiamenti strutturali
che si sono veriicati nei sistemi isici.
Se la consideriamo separatamente, nessuna di queste motivazioni è decisiva, ma
messe tutte insieme costituiscono una prova abbastanza convincente della validità
della teoria isicalista del pensiero. Ma come fanno i pensieri, in quanto fenomeni isici, a manifestarsi nel cervello?
Per buona parte della storia umana il
pensiero è sempre stato qualcosa di personale e privato, che poteva essere espresso
solo attraverso la parola e il comportamento. Esistono già varie teorie su come nascono i pensieri, ma gli ultimi sviluppi delle
tecniche di “decodiica”, o lettura, del cervello, cominciano a renderlo oggetto di studi più diretti.
Con l’aiuto della risonanza magnetica
funzionale, i neuroscienziati sono in grado
di usare le informazioni sullo stato cerebrale di una persona per stabilire cosa sta pensando. Nel corso di uno studio è stato chiesto ai partecipanti di scegliere tra due opzioni – “somma” o “sottrazione” – prima di
vedere due numeri sui quali avrebbero poi
dovuto efettuare l’operazione prescelta. I
ricercatori sono riusciti a capire con una
precisione del 70 per cento se i soggetti avevano deciso di sommare o sottrarre, e quindi in pratica di leggere le loro intenzioni.
Altri ricercatori sono riusciti a determinare
cosa guardava una persona semplicemente
osservando la sua attività cerebrale.
Anche se i primi risultati sembrano entusiasmanti, è bene sottolineare i limiti di
questi studi. In primo luogo, la gamma di
cose alle quali si chiede ai soggetti di pensare è artiicialmente ristretta. Nello studio
sull’addizione e la sottrazione, le possibilità
erano solo due. Nel mondo reale la gamma
dei nostri pensieri non è così limitata, e
quindi interpretare l’attività mentale di una
persona nella vita quotidiana sarà molto più
diicile.  La decodiica dei pensieri richiede una
lunga  preparazione,  è  necessario  prima
tracciare una mappa delle correlazioni tra
pensieri e attività cerebrale. I ricercatori
non possono leggere pensieri che non sono
già inseriti nel loro database. Il brain imagingnon è ancora in grado di decodiicare il
linguaggio del pensiero, e la possibilità di
progettare una macchina capace di leggere
i pensieri umani è ancora molto lontana.
Nella mente degli animali
Una delle questioni più discusse sulla natura del pensiero riguarda il ruolo del linguaggio. In proposito esistono opinioni diverse.
A un’estremità dello spettro c’è chi sostiene
che pensiamo con le parole. All’altra c’è chi
dice che il linguaggio non svolge alcuna
funzione se non quella di permetterci di comunicare i nostri pensieri. Molto probabilmente la verità sta nel mezzo.
Un modo per intervenire in questo dibattito è considerare che tipo di pensieri
possono avere gli animali non umani. Condurre ricerche in questo settore è molto dificile, ma esistono almeno tre campi in cui è
stato possibile dimostrare l’esistenza di un
pensiero animale: i numeri, i rapporti sociali e gli stati psicologici.
Molte specie hanno la capacità di individuare proprietà matematiche basilari. Durante uno studio, i ricercatori hanno prima
insegnato alle cavie a premere una leva
quando  sentivano  due  suoni  e  un’altra
quando ne sentivano quattro, poi a fare la
stessa cosa quando vedevano dei lampi di
luce. In seguito, quando si sono trovate davanti a un suono e a un lampo, le cavie hanno premuto la prima leva, lasciando quindi
intendere che avevano interpretato lo stimolo come “due eventi”, mentre davanti a
due note e due lampi, hanno premuto la seconda.
Alcune specie sono anche in grado di
confrontare le quantità con una certa precisione.  Durante  un  esperimento,  a  degli
scimpanzé è stata oferta la scelta tra due
vassoi di gocce di cioccolato. Su ogni vassoio ce n’erano due mucchietti – per esempio,
uno di tre e uno di quattro, e uno di sette e
uno di due – e gli animali dovevano stabilire
su quale ce n’erano di più. Alla ine riuscivano sempre a scegliere quello giusto, anche
se con quantità molto simili facevano più
fatica.
Gli scimpanzé sono in grado di capire
anche le frazioni semplici. Dopo che gli è
stato mostrato un bicchiere di latte pieno a
metà, per ottenere una ricompensa sono
capaci di distinguere tra una mezza mela e
una a tre quarti.
Nel complesso, sembra dimostrato che
un certo numero di specie è in grado di
quantiicare gli oggetti ino a tre unità, e di
valutare  approssimativamente  quantità
maggiori. Nella misura in cui sono indipendenti dagli stimoli e sistematiche, queste
rappresentazioni  mentali  sono  simili  ai
pensieri.
Un’altra sfera nella quale esistono le
prove di un pensiero animale è quella dei
ranghi sociali. Le ricerche più estese sulle
cognizioni sociali sono state condotte sui
babbuini femmina, nel cui complesso mondo sociale esiste una gerarchia a due livelli:
quello delle famiglie tra loro, e quello delle
femmine all’interno di ogni famiglia.
Questa gerarchia, anche se non è rigidissima, svolge un ruolo fondamentale nella società dei babbuini, quindi è comprensibile che questi animali abbiano una rappresentazione complessa del loro mondo sociale. Per esempio, un babbuino può essere
più spaventato dalla sequenza di richiami
emessa da un maschio subordinato per minacciarne uno dominante di una famiglia
diversa, che non da quella che rappresenta
un conlitto simile all’interno della stessa
famiglia, anche se la diferenza di rango è
identica.
La comprensione che un babbuino mostra di avere del suo mondo sociale ha più di
un aspetto in comune con il pensiero. In primo luogo, il livello gerarchico non è immediatamente evidente e per riconoscerlo è
necessario avere una teoria in proposito. In
secondo luogo, questa comprensione sembra essere elastica: un babbuino è in grado
di concepire un gran numero di possibili
rapporti, anche inaspettati, tra membri del
suo branco. Queste caratteristiche permettono di deinire la rappresentazione mentale che i babbuini hanno del loro mondo sociale come una forma di pensiero.  Un terzo settore in cui sono state scoperte rappresentazioni mentali simili a pensieri è quello della comprensione degli stati
psicologici. Sembra che almeno i primati
siano in grado di stabilire quello che gli altri
possono vedere – e quindi, probabilmente
sanno – in base a quello che stanno guardando. Seguono lo sguardo di altri animali
per individuare l’oggetto della loro attenzione e rimuovono il cibo dalla loro visuale.
Negli esperimenti, gli scimpanzé di rango
inferiore prendono solo il cibo che quelli
dominanti non possono vedere (di solito i
dominanti prendono tutto il cibo e puniscono i subordinati che li sidano), il che fa pensare che comprendono il collegamento tra
vedere e sapere.
Sdoppiamento
È stato anche dimostrato che i primati sono
in grado di controllare i loro stati mentali. In
una serie di studi, alcune scimmie avevano
imparato a sottoporsi a un test in cui dovevano distinguere tra due forme. Quando
rispondevano correttamente gli veniva offerto del cibo, quando sbagliavano non ricevevano nulla ed erano obbligate ad aspettare un po’ di tempo prima della prova successiva, cosa che detestavano fare. Così
avevano imparato che premendo un bottone potevano saltare una prova e passare
immediatamente alla successiva. Dall’uso
che ne facevano si deduceva che erano in
grado di valutarne la diicoltà, perché sceglievano di saltare solo quelle più diicili.
Sembra ormai chiaro che le specie non
umane usano processi simili al pensiero in
diverse situazioni, ma che comunque non si
avvicinano mai all’ampiezza e alla rainatezza del pensiero umano. Perché questo è
così unico? Sembra che l’elemento discriminante sia il linguaggio.
Pensate al seguente esperimento condotto su Sheba, una femmina di scimpanzé
addestrata a usare i numeri per rappresentare gli oggetti. I ricercatori le avevano offerto due piatti di cibo, uno grande e uno
piccolo. Per avere il piatto più grande, doveva indicare quello piccolo. Anche se aveva
capito la regola, non riusciva a superare
l’istinto di indicare quello più grande, ino a
quando i piatti non sono stati coperti e sopra
ci sono stati messi dei numeri.
L’uso dei simboli ha permesso a Sheba
di andare oltre le sue normali capacità e di
fare qualcosa di molto più intelligente: separare il pensiero dalla percezione. Questo
“sdoppiamento” è uno dei tratti tipici del
pensiero  umano  e  può  essere  facilitato
dall’uso di simboli, in particolare linguistici
(e forse addirittura lo richiede).
Un altro esempio del potere dei simboli
ci è fornito da uno studio sugli scimpanzé
addestrati a usare targhette di plastica per
rappresentare l’identicità e la diferenza.
Per esempio, due tazze potevano essere associate a un triangolo rosso (identicità),
mentre una tazza e una scarpa a un cerchio
azzurro (diferenza).
Una volta capito questo concetto, ma
solo a quel punto, gli scimpanzé erano in
grado di comprendere rapporti di identicità
e diferenza più complessi. Capivano che il
rapporto tra due coppie di oggetti, come
tazza-tazza e tazza-scarpa, era di diferenza. Secondo i ricercatori, le targhette permettevano agli animali di rispondere correttamente perché trasformavano un compito complesso in quello più semplice di
stabilire se il simbolo associato alle due
coppie era lo stesso. Come ha osservato il
filosofo Andy Clark: “L’uso di etichette
esterne consente al cervello di risolvere
problemi il cui livello di complessità e astrazione ci metterebbe in diicoltà”.
Il linguaggio facilita il pensiero anche
in altri modi. È uno strumento che aumenta la nostra capacità di pensare. Traducendo i pensieri in linguaggio siamo in grado
di fare un passo indietro e sottoporli a una  valutazione  critica. Abbiamo buoni motivi
per supporre che il linguaggio sia il presupposto di alcune caratteristiche distintive
del pensiero umano, o almeno che le renda
possibili.
Un altro tratto caratteristico del pensiero umano è che implica un contesto sociale.
Nasciamo in una comunità di pensatori, e
impariamo a pensare guidati da chi è più
esperto di noi. L’infanzia è un lungo periodo
di apprendistato. Impariamo sia cosa sia
come pensare.
Ma, forse soprattutto, è la cultura a consentire che i pensieri migliori di una generazione  siano  trasmessi  alla  successiva.
Diversamente da altre specie, le cui scoperte cognitive di solito devono essere ripetute
da ogni generazione, noi siamo in grado di
costruire sui pensieri dei nostri antenati.
Ereditiamo non solo il contenuto dei loro
pensieri, ma anche il metodo per generarli,
valutarli e comunicarli.
Fuori controllo
Un altro interrogativo importante che ci poniamo quando consideriamo il pensiero
come attività riguarda il grado di controllo
che esercitiamo su di esso. È un’attività intenzionale o essenzialmente passiva? La
controlliamo o è qualcosa che semplicemente ci succede?
A volte il pensiero è controllato dall’applicazione di regole. Le operazioni matematiche e logiche, per esempio, si basano
su regole, e i ilosoi hanno inventato molti
altri “strumenti sistematici” per pensare
più chiaramente. Ma è un tipo di attività insolito: nella maggior parte dei casi invece il
pensiero non comporta nessuna regola.
Supponiamo che vi chieda perché le democrazie tendono a non dichiarare guerra
alle altre democrazie. Se non avete già rilettuto sulla questione, forse avete bisogno
di pensarci.
Cosa signiica questo esattamente? Se la
vostra esperienza somiglia vagamente alla
mia, vi limitate a porre la domanda a voi
stessi e aspettare che vi venga in mente
qualcosa. A volte non succede quasi niente,
altre volte il vostro inconscio tira fuori qualcosa di intellegibile. In un caso o nell’altro,
non esiste alcuna regola da seguire coscientemente per generare i pensieri che vi servono.
Nel complesso, spesso pensare somiglia
alla semplice attività di porsi delle domande e aspettare che l’inconscio risponda. In
questi casi, il pensiero sembra avere il ruolo
di un guardiano incaricato di garantire che
i nostri pensieri non vadano fuori tema.
In realtà, non siamo afatto bravi a tene  re a freno la tendenza della nostra mente a
divagare. In occasione di uno studio, è stato
chiesto a un gruppo di persone di leggere
mentalmente un brano cercando di non
“distrarsi”. Ogni tanto venivano interrotte
per sapere se stavano ancora leggendo, e si
è scoperto che si distraevano spesso, per di
più senza rendersene conto.
Una buona parte dei nostri pensieri non
ha una direzione precisa, cioè non mira a
uno scopo o a risolvere un problema speciico. Questo modo di pensare può assumere
varie forme, che vanno dal semplice divagare rispetto al compito che ci eravamo preissi ai pensieri spontanei che ci vengono in
mente quando riposiamo o facciamo un lavoro di routine.
Fino a poco tempo fa i pensieri non mirati erano considerati un aspetto inutile e
superluo della nostra vita interiore. Ma oggi i risultati di alcuni studi fanno pensare
che siano normali se non addirittura necessari. L’attività cerebrale che si registra quando la mente vaga senza meta è molto simile
a quella del pensiero creativo cosciente. È
possibile che, paradossalmente, i nostri
pensieri migliori siano proprio quelli non
mirati.
È stato anche dimostrato che cercare di
controllare la direzione di un lusso di pensiero può essere controproducente. In occasione di un famoso studio, lo psicologo
Daniel Wegner ha chiesto a un gruppo di
partecipanti di non pensare agli orsi bianchi
per cinque minuti, e ha scoperto che ci avevano pensato più di quanto avevano fatto i
componenti del gruppo a cui aveva chiesto
di fare il contrario.
Quindi, anche se un certo controllo cosciente sulla direzione dei nostri pensieri lo
abbiamo, non è afatto illimitato. E se abbiamo relativamente poco controllo, forse
abbiamo anche relativamente poca responsabilità per quello che pensiamo.
Nonostante questo, le capacità del pensiero umano sono chiaramente enormi.
Non sono limitate come quelle isiche o percettive. Per esempio, non possiamo vedere
luoghi molto lontani nello spazio e nel tempo, ma possiamo pensarli.
Più lontano
Le capacità della nostra mente hanno un
limite? L’idea che non possiamo capire certi aspetti della realtà a prima vista appare
poco plausibile. Dopotutto, non sembra esserci nessun aspetto del mondo al quale
non possiamo pensare. C’è qualche motivo
per prendere sul serio la possibilità di avere
dei limiti cognitivi?
Ebbene sì. Dato che il meccanismo del
pensiero fa parte della nostra biologia, abbiamo tutti i motivi per sospettare che sia
afetto dalle stesse carenze che costituiscono un vincolo per gli altri sistemi biologici.
Per esempio, è improbabile che gli scimpanzé siano in grado di pensare alla meccanica quantistica, forse perché gli manca la
parola. E se esistono parti della realtà inaccessibili ad altre specie pensanti, perché
dovremmo presumere che per noi siano
tutte accessibili?
Ma  una  cosa  è  ammettere  che  certi
aspetti della realtà vanno oltre la nostra
capacità di comprensione, tutt’altra cosa è
individuare esattamente quali sono. È possibile stabilire i conini del pensiero umano?
Forse questa domanda vi sembrerà assurda. Potreste obiettare che se qualcosa è
impensabile, non possiamo pensarci, e meno che mai sapere che è impensabile. Ma
non c’è nulla di assurdo nel cercare di stabilire quali sono questi limiti. Tutto sta nel
distinguere tra immaginare un pensiero e
pensarlo veramente. Possiamo sapere quello che non sappiamo (le incognite note),
perciò forse potremmo anche essere in grado di pensare a ciò che non possiamo pensare, a quelli che potremmo deinire gli impensabili pensabili.
Quali  che  siano  i  limiti  del  pensiero
umano, non c’è dubbio che siamo ben lontani dall’averli raggiunti. Esistono sicuramente idee – profonde e importanti – che
nessun essere umano ha mai concepito. Il
pensiero ci ha già portato molto lontano, e
chissà dove ci porterà ancora. u  bt
Se esistono parti della
realtà inaccessibili
ad altre specie
pensanti, perché
dovremmo presumere
che per noi siano tutte
accessibili?
L’AUTORE
Tim Bayneè un ilosofo della psicologia
dell’università di Manchester, nel Regno
Unito. Ha scritto Thought. A very short
introduction (Oxford University Press 201