ufu, la città dove è nato
Confucio, nella provincia
dello Shandong, non è particolarmente bella. Ma in
questa zona del sudovest
della Cina i campi valgono
oro. Da qui alla ine di settembre è partito
un carico di fragole diretto in Germania.
Nelle città dell’entroterra cinese, dove i
camion carichi di carbone o di travi di ferro
delle fonderie sfrecciano sulle strade appena asfaltate, l’aria è nera di smog. I campi
coltivati che si estendono a perdita d’occhio
forniscono il cibo al paese più popoloso del
mondo. La raccolta dei peperoncini e del
cotone è appena terminata. Tra due settimane sarà il turno del riso, poi ad aprile
quello dell’aglio. Così adesso migliaia di
contadine se ne stanno inginocchiate nei
campi a piantare i bulbi di una pianta particolarmente redditizia per il settore alimentare internazionale. “L’aglio si mangia dappertutto”, spiega Wu Xiuqin, 30 anni, direttrice delle vendite di un’azienda agricola
chiamata Success. “Lo vendiamo ovunque
nel mondo e sempre di più anche in Germania”. Al momento, una tonnellata di aglio
bianco costa 920 euro, e i tedeschi, spiega
Wu, tengono molto alla “purezza” di questo
prodotto, che vogliono ricevere ripartito in
piccole confezioni. Più dell’80 per cento
dell’aglio venduto a livello globale arriva
dalla Repubblica popolare cinese. La Success ne produce diecimila tonnellate all’anno. E, a giudicare da quel che si vede alle
iere dell’alimentazione di Berlino e di altre città, nessun paese del mondo è in grado di
tenere testa alla Cina. La ditta produce
aglio sbucciato, in iocchi, granulare e in
polvere, e adesso ha inserito nell’assortimento anche lo zenzero, il peperoncino, le
carote, le pere, le mele, le patate dolci e le
arachidi. Il paese dove già si cuciono i nostri
vestiti, si assemblano i nostri smartphone e
si fabbricano i giocattoli dei nostri igli sta
diventando un importante fornitore di beni
alimentari per la Germania. Dato che l’immagine di questo paese non è generalmente positiva tra i consumatori, di solito l’industria alimentare sorvola sull’origine dei
prodotti. La quantità di ingredienti coltivati
e lavorati in Cina che inisce sulle tavole tedesche è risultata più chiara a molti solo alla
ine di settembre, quando migliaia di bambini della Germania orientale hanno soferto di diarrea e vomito. L’epidemia era stata
probabilmente causata da una fornitura di
fragole cinesi contaminate da norovirus.
Cibo globale
I lussi globali di generi alimentari hanno
risvolti bizzarri. In alcune zone della Cina la
popolazione ha tuttora poco da mangiare.
Per questo il paese acquista terreni in Africa
e importa quantità massicce di latte in polvere e carne di pollo e di maiale. Nel 2011 le
aziende dell’Unione europea hanno venduto 393mila tonnellate di carne di maiale alla
Cina, l’85 per cento in più rispetto all’anno
precedente. Per le multinazionali dell’alimentazione il paese è un mercato in espansione che fa gola. D’altra parte, anche la
Cina vende all’Europa molti più generi alimentari che in passato. Il campione mondiale delle esportazioni ha individuato a
sua volta un mercato in crescita decisamente redditizio. Tra il 2005 e il 2010 il valore
globale delle esportazioni cinesi di alimenti è quasi raddoppiato, attestandosi sui 41
miliardi di dollari. E la Germania nel 2011
ha importato dalla Cina 1,4 miliardi di euro
di prodotti alimentari. Per ora è solo un 2
per cento di tutte le importazioni alimentari tedesche, ma “la Cina si è inserita in questo settore con una rapidità e un impeto
straordinari”, sostiene un esperto.
Come sempre, il paese si è adattato alle
esigenze del mercato. Se in passato negli
alimentari tedeschi si trovavano soprattutto prodotti tipici, oggi esiste un fiorente
mercato di alimenti di base e ingredienti
prelavorati a buon mercato, come per esempio i secchi di fragole da dieci chili che sono
initi nelle mense scolastiche tedesche. Sono due gli aspetti che rendono la Cina interessante per i grandi gruppi industriali come Nestlé, Unilever o Metro: il prezzo e il
volume. “Naturalmente potremmo acquistare le cipolle o i funghi anche da dieci fornitori diversi, ma sarebbe un immenso dispendio di energie”, spiega il dirigente di
un’azienda alimentare. I distributori devono far sì che i produttori rispettino le regole
del paese importatore, assisterli e controllarli. In Cina i campi sono sterminati come
il numero dei lavoratori a basso reddito.
“Raccogliere, lavare e tagliare le fragole è
un lavoro ad alta intensità di manodopera
perché l’uso di macchinari è praticamente
impossibile”, spiega Felix Ahlers, il diretto re del produttore di surgelati tedeschi Frosta. Quindi procurarsi la frutta in Europa,
come fa la sua azienda, è costoso. Ma certe
ditte pensano solo al risparmio.
Anche la gamma di prodotti oferti dalla
Cina sembra quasi ininita. Il paese è diventato per esempio il primo esportatore mondiale di miele, e inoltre produce una quantità crescente di cibi pronti, che sul mercato
hanno un margine di proitto anche maggiore delle materie prime. Una parte consistente del pescato mondiale di salmone
viene lavorata in Cina, dove si efettua tra
l’altro l’afumicatura. Nella patria dell’anatra alla pechinese ormai si preparano anche
le pizze surgelate dirette al mercato globale,
a un quinto del prezzo tedesco. Dal punto di
vista ambientale la produzione di pizze su
scala globale non è così preoccupante. Secondo i calcoli dell’istituto di ecologia applicata di Friburgo, il trasporto di surgelati
non incide granché sull’ambiente. Ovviamente sarebbe “meglio mangiare sempre
prodotti locali e di stagione”, dice Moritz
Mottschall, un collaboratore dell’istituto,
ma se a qualcuno viene voglia di fragole in
autunno, il trasporto via mare di dieci tonnellate di frutta dalla Cina genera un’emissione di anidride carbonica di 1,3 tonnellate.
Quando la stessa quantità di fragole viaggia
in camion da Alicante ad Amburgo, nell’aria
si immettono 1,56 tonnellate di CO2.
Il problema principale dei generi alimentari cinesi è il contesto produttivo loc le: l’inquinamento provocato dai pesticidi
tossici e dall’eccessiva somministrazione di
antibiotici al bestiame si associa a volte a
un’assoluta mancanza di scrupoli. Nel 2008
la melamina, un agente chimico, ha danneggiato la salute di 300mila neonati: i produttori cinesi avevano tagliato il latte in
polvere con quella sostanza, che tra le altre
cose è dannosa per i reni. Inoltre hanno anche messo in vendita piselli tinti di verde
che perdevano il colore durante la cottura,
orecchie di maiale inte, cavoli contenenti
formaldeide, e gli oli usati dei ristoranti, recuperati dagli scarichi, trattati e imbottigliati. Il quotidiano China Daily ha riferito
perino di inte uova di gallina, e la notizia
risulta divertente solo per chi ha la sicurezza di non doverne mai mangiare.
In Cina, dove le garanzie per i consumatori non esistono, l’attivista Wu Heng è diventato una celebrità. La scorsa primavera
Wu ha letto di una strana polverina che i
produttori aggiungevano alla carne di maiale per venderla come manzo. Wu non è
più riuscito a mangiare i piatti che contengono manzo. Allora ha aperto un sito web
con una mappa su cui sono segnati tutti gli
scandali alimentari riferiti dai mezzi d’informazione cinesi. Wu ha chiamato il suo
sito “Lancialo fuori della inestra”, un’allusione al presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt che un giorno, mentre faceva colazione, gettò disgustato una salsiccia
fuori dalla inestra dopo aver sentito in che
condizioni erano i mattatoi di Chicago.
I prodotti più preoccupanti sono quelli
di origine animale, aferma Zhou Li, docente dell’università Renmin di Pechino, che
studia la sicurezza dei generi alimentari.
Dato che la carne è più remunerativa della
verdura, aumenta il desiderio di massimizzare i proitti. Come ha osservato Zhou, un
tempo i contadini mangiavano quel che
vendevano. Invece oggi si sono resi conto
degli efetti nocivi dei pesticidi e dei fertilizzanti, degli ormoni e degli antibiotici, e destinano una parte della loro produzione al
mercato, mentre per nutrire la loro famiglia
continuano a coltivare secondo i metodi
tradizionali. Molti ricchi hanno acquistato
da tempo aziende agricole personali per
non dover dipendere dall’oferta dei supermercati. Secondo i giornali esistono perino
campi speciali per produrre il cibo destinato
ai funzionari d’alto rango del governo.
Nel 2009 il governo cinese ha approvato
una nuova legge sulla sicurezza dei prodotti alimentari e nel 2010 ha istituito una
commissione ad hoc. Inoltre in futuro i consumatori che denunceranno attività illegali
riceveranno un premio in denaro. Ma per capire che non sempre tutto procede come
previsto basta dare un’occhiata a Bruxelles,
dove un sistema di allerta sugli alimenti e i
mangimi avverte tutti i paesi dell’Unione
europea della presenza di un prodotto contaminato. Fino all’inizio dello scorso otto bre a Bruxelles erano stati segnalati, solo
per il 2012, 262 carichi provenienti dalla Cina. Tra i prodotti in questione c’erano ravioli infestati dai vermi, gamberetti contaminati dagli antibiotici, arachidi maleodoranti e frutta candita con troppo zolfo.
Ulrich Nöhle conosce molto bene il settore alimentare cinese. Il professore di chimica degli alimenti efettua da molti anni
veriiche indipendenti nella Repubblica popolare, dove controlla la qualità dei prodotti per diversi rivenditori tedeschi. L’esperto
sostiene che dalla Cina arriva “quel che si
ordina”. Bisogna specificare ai fornitori
“come allevare il bestiame o quali requisiti
devono essere soddisfatti per procurarsi la
certiicazione biologica”. Chi invece ordina
in Cina solo le merci più economiche senza
fare controlli non può lamentarsi se poi non
riceve i prodotti che si aspettava. Una volta
Nöhle si è accorto che i dolciicanti ordinati
in Cina dalla Germania avevano un ripugnante odore di solventi. Quando ne ha
parlato con i produttori cinesi loro gli hanno
risposto: “Puzzano sempre così”. Nöhle ha
dovuto far ristrutturare gli impianti inché
la merce non ha soddisfatto le esigenze dei
suoi clienti. Quando inine i prodotti vengono spediti non si fanno quasi più controlli.
Al porto di Amburgo, dove arriva buona
parte degli alimenti provenienti da oltreoceano e diretti al mercato europeo, già il 15
per cento delle spedizioni contenenti ingredienti di origine animale e il 20 per cento di
quelle di origine vegetale provengono dalla
Cina. Per il pesce, la carne, il miele e i prodotti caseari, l’importatore deve dichiarare
in anticipo l’arrivo della merce all’uicio
veterinario e delle importazioni del porto di
Amburgo e presentare i documenti di trasporto. A quel punto spetta all’uicio stabilire se i prodotti possono entrare nel paese
senza altri controlli. I container sigillati sono aperti solo in caso di dubbi sul
contenuto. Allora i veterinari accertano che il sistema di refrigerazione funzioni e che il trasporto
si sia svolto alla giusta temperatura. Altre veriiche sono responsabilità delle autorità locali di controllo alimentare, più esperte di fast food che di lussi globali di merci.
I prodotti di origine vegetale sono ancora meno sorvegliati: che siano freschi, surgelati o sotto forma di conserve, in genere
entrano nell’Unione europea senza alcun
tipo di controllo. A questa regola fa eccezione solo un piccolo gruppo di alimenti particolari che in passato sono stati al centro di
scandali o che sono considerati sospetti.
Molti di questi provengono dalla Cina: arachidi, soia, riso, ravioli, pompelmi e tè.
Questi prodotti sono controllati di frequente, e in alcuni casi singoli paesi ne bloccano
le importazioni. L’irregolarità dei controlli
rende diicile anche l’individuazione delle
cause quando insorgono problemi. In quasi
la metà delle 3.697 segnalazioni inviate
dall’Unione europea nel 2011, le associazioni di tutela del consumatore “non sono state in grado di risalire al produttore originario”, aferma Nöhle. Però il fornitore delle
fragole è stato identiicato: i frutti sono stati
coltivati, raccolti e surgelati nella provincia
cinese dello Shandong e li ha spediti dal
porto di Qingdao ad Amburgo la Foodstuf.
In Germania le 44 tonnellate sono state ricevute e sdoganate dalla ditta di intermediazione Elbfrost Tiekühlkost, che il giorno dopo le ha trasportate con dei tir ino a
Mehltheuer, una cittadina della Sassonia. Il
principale destinatario del carico della Elbfrost era la Sodexo, un’impresa internazionale di catering con sede in Francia, che in
Germania gestisce sessantacinque cucine
regionali. Ora le autorità stanno cercando
di capire in che punto della iliera le fragole
siano state contaminate.
Prezzi vantaggiosi
I dirigenti della Elbfrost hanno annunciato
che non si riforniranno più in Cina e hanno
spiegato che la ditta non può garantire che i
produttori cinesi spediscano “merci di qualità ineccepibile”. Come mai allora la Elbfrost aveva deciso di acquistare quei pro dotti? Nella Repubblica popolare l’azienda
sassone non comprava solo fragole ma anche funghi e asparagi. La Elbfrost sostiene
di dipendere dalle importazioni e i suoi vertici mettono l’accento sul “prezzo vantaggioso” degli ingredienti cinesi. Nel 2011 la
Germania ha importato dalla Cina più di
31mila tonnellate di fragole prelavorate, costate in media 1,10 euro al chilo.
Walmart, Carrefour, Tesco e
Metro, le catene di supermercati
più grandi del mondo, ma anche
industrie alimentari come CocaCola, Unilever, Barilla, Campbell’s o Nestlé hanno capito di non poter
fare aidamento né sui fornitori né sui controlli statali. Ma non possono neanche permettersi di vendere cibi contaminati, perché il danno per la loro immagine sarebbe
immenso. Per questo le aziende più importanti del settore hanno unito le forze per dar
vita alla Global food safety initiative e sviluppare un proprio sistema di controlli della
qualità. “Concordiamo con i produttori le
norme più appropriate”, spiega Peter Overbosch, della gestione internazionale della
qualità di Metro. Ma queste misure non riguardano le imprese più piccole, come
quelle che riforniscono le ditte di catering e
i ristoranti. E in in dei conti anche il consumatore ha le sue responsabilità. In generale, afferma un supervisore alimentare di
Amburgo, la Cina è in grado di produrre alimenti di alta qualità, “ma arriva a destinazione quel che si è disposti a pagare”. Insomma, se si fa la spesa a buon mercato si
riceve anche cibo a buon mercato. u fp
giovedì 24 aprile 2014
983 - Un mondo di parole - Scienza
Mark Pagel, New Scientist, Regno Unito
Se lo scopo dell’evoluzione delle lingue è favorire
la comunicazione, allora perché sono così tante
e così diverse tra loro? Un parallelo con la
biodiversità aiuta a capirlo
P
er gli appassionati di lingue,
la costa nordorientale della
Papua Nuova Guinea è come un negozio di caramelle
ben fornito. Persone che
parlano korak vivono accanto ad altre che parlano brem, a loro volta
vicine a chi parla wanambre, e così via. Una
volta ho conosciuto un uomo originario della zona e gli ho chiesto se era vero che dalle
sue parti bastava fare pochi chilometri per
incontrare una lingua diversa. “No”, ha risposto, “le nostre lingue sono molto più vicine”.
Oggi nel mondo si parlano settemila lingue diverse. Ci sono quindi settemila modi
per dire “buongiorno” o “sembra che stia
per piovere”. Un unico mammifero parla
più lingue del numero di specie mammifere
che esistono sulla terra. Inoltre, queste settemila lingue rappresentano solo una parte
di quelle parlate nel corso della storia. Per
mettere in prospettiva questa diversità, basta pensare che un gorilla o uno scimpanzé
prelevato dal suo branco e trasferito in qualsiasi altro posto dove vive la sua specie saprebbe comunicare. E lo stesso saprebbe
fare un asino, un grillo o un pesce rosso, ma
non un essere umano.
Questo dato sottolinea l’affascinante
paradosso alla base della comunicazione
umana. Se il linguaggio si è evoluto per permetterci di scambiare informazioni, perché
non capiamo la maggior parte degli altri
abitanti della terra? Nell’Antico testamento
la domanda è al centro dell’episodio della
torre di Babele. A un certo punto gli esseri
umani, che parlavano tutti la stessa lingua,
ebbero la bizzarra idea di collaborare alla
costruzione di una torre che li avrebbe portati in paradiso. Infuriato per il tentativo di
usurpare il suo potere, Dio distrusse la torre. Poi, per essere sicuro che non ne costruissero un’altra, sparse gli uomini su tutta la
terra e li confuse dandogli lingue diferenti.
Secondo l’episodio della torre di Babele, le
lingue esistono per impedirci di comunicare. La cosa sorprendente è che forse non è
un’ipotesi lontana dalla realtà.
Ai poli e ai tropici
È diicile risalire all’origine del linguaggio.
Secondo i reperti fossili, dal punto di vista
anatomico, i nostri antenati hanno acquisito la capacità di parlare tra 1,6 milioni e seicentomila anni fa. Ma le prove certe del
fatto che la capacità di parlare fosse usata
per esprimere delle idee complesse le troviamo solo nella cultura più raffinata e
nell’uso del simbolismo degli esseri umani
moderni. Questi si difusero in Africa tra i
duecentomila e i centosessantamila anni
fa, e sessantamila anni fa cominciarono a
lasciare quel continente per sparpagliarsi
nel resto del mondo. In quel periodo si formarono nuove lingue perché, quando un
gruppo si separava da un altro e occupava
nuove terre, il suo linguaggio cambiava per
adattarsi alle necessità del luogo. Ma la diversità più grande delle società umane e
delle lingue non si veriica dove le persone
sono più sparpagliate, ma dove sono più vicine.
La Papua Nuova Guinea è un esempio
classico. Il suo territorio abbastanza limitato ospita tra le ottocento e le mille lingue, il
15 per cento di quelle parlate sul pianeta.
Questa diversità linguistica non dipende
dalle migrazioni o dall’isolamento geograico dei vari gruppi. Anzi, persone che vivono così vicine hanno deciso di dividersi in
molte comunità, conducendo vite talmente
separate e distinte da non riuscire più a comunicare. Perché? Rilettendoci mi è venuto in mente lo strano parallelo tra la diversità linguistica e quella biologica. Secondo un
principio noto in ecologia come regola di
Rapoport, la diversità tra le specie biolog che è maggiore vicino all’equatore e diminuisce avvicinandosi ai poli. Potrebbe essere lo stesso anche per le lingue?
Per veriicare quest’ipotesi, io e l’antropologa Ruth Mace, dell’University college
London, abbiamo studiato la distribuzione
di cinquecento tribù native americane prima dell’arrivo degli europei e l’abbiamo
usata per calcolare il numero di gruppi linguistici diversi per unità di supericie a ogni
grado di latitudine. Abbiamo scoperto che
la loro distribuzione corrispondeva alla regola di Rapoport. Probabilmente la corrispondenza tra la diversità biologica e le
culture con lingue diverse non è casuale.
Per sopravvivere in un ambiente diicile
come quello dei poli, gli animali devono
percorrere lunghe distanze lasciando poco
spazio per la nascita di nuove specie. Lo
stesso succede ai gruppi umani che vivono
nelle regioni settentrionali più estreme: devono attraversare vaste aree geograich per trovare cibo a suicienza, un fatto che
provoca una maggiore sovrapposizione di
lingue e di culture. All’estremità opposta gli
assolati tropici sono la culla di numerose
specie biologiche, e questa ricchezza ambientale ha consentito anche agli esseri
umani di nutrirsi facilmente e di suddividersi in molte società.
Questo non spiega perché gli esseri
umani desiderano formare tanti gruppi distinti. Per le specie biologiche che vivono ai
tropici, la diversità è vantaggiosa perché
permette a ognuna di adattarsi alla propria
nicchia ecologica. Ma gli esseri umani occupano tutti la stessa nicchia, e dividersi in
tanti gruppi culturali e linguistici comporta
una serie di svantaggi, come una circolazione più lenta delle idee, delle tecnologie e
delle persone, e rende le società più soggette ai rischi e alla cattiva sorte. Non sarebbe
meglio formare un gruppo più ampio con
una lingua comune? Una risposta a questa domanda sta
emergendo con la constatazione che, nella
storia umana, ci sono sempre stati dei conlitti. Da quando i nostri progenitori hanno
cominciato a lasciare l’Africa, sessantamila
anni fa, gli esseri umani sono sempre stati
in lotta tra loro per il controllo del territorio
e delle risorse. Nel mio libro Wired for culturespiego come, di conseguenza, abbiamo
acquisito una serie di tratti che aiutano il
nostro particolare gruppo a prevalere sugli
altri. I due tratti fondamentali sono la “tendenza a fare gruppo”, cioè ad associarci con
persone con cui condividiamo un’identità
precisa, e la xenofobia, cioè la tendenza a
demonizzare chiunque sia esterno al gruppo. In questo contesto, le lingue agiscono
come potenti ancore sociali della nostra
identità tribale. Il modo in cui parliamo ci
ricorda chi siamo e, cosa altrettanto importante, chi non siamo. Chiunque parli il nostro particolare dialetto è la pubblicità vivente dei valori e della storia culturale che
condividiamo. Inoltre quando delle comunità diverse vivono molto vicine tra loro,
l’uso di lingue diferenti è un sistema eicace per evitare di essere spiati o di lasciar
trapelare informazioni importanti agli
estranei.
A sostegno di questa tesi ho trovato i resoconti di alcuni antropologi su certe tribù
che hanno deciso di cambiare lingua solo
per distinguersi da quelle vicine. Un gruppo
di parlanti selepet della Papua Nuova Guinea ha cambiato la parola “no” da biaa bune
per distinguersi dagli abitanti di un villaggio vicino. Un altro gruppo ha invertito i
nomi maschili e quelli femminili: lui è diventato lei, uomo è diventato donna, madre
è diventato padre, e così via.
Estinzione
Gli abitanti della Papua Nuova Guinea non
sono gli unici a usare la lingua come un
marcatore d’identità. In tutto il mondo le
lingue servono per capire chi fa parte della
propria “tribù”. Abbiamo una chiara consapevolezza, a volte ossessiva, di come parlano le persone intorno a noi e adattiamo il
linguaggio per distinguere il nostro particolare gruppo dagli altri. In modo simile a
quello che è successo tra i due gruppi che
parlavano selepet, molte variazioni ortograiche che distinguono l’inglese americano da quello britannico – la tendenza a eliminare la u in parole come colour– sono
emerse all’inizio dell’ottocento quando Noah Webster compilò il primo American dictionary of the english language, sottolineando
che “in quanto nazione indipendente, il nostro onore ci impone di adottare un nostro, sia per la lingua sia per il governo”.
L’uso della lingua per deinire l’identità
di gruppo non è un fenomeno recente. Analizzando il modo in cui le lingue si sono diversiicate nel corso della storia umana, io e
i miei colleghi abbiamo tracciato gli alberi
genealogici di tre grandi gruppi linguistici:
le lingue indoeuropee, le lingue bantu africane e quelle polinesiane dell’Oceania.
Questa “ilogenesi”, che ricostruisce la
storia di ogni gruppo facendolo risalire a un
antenato comune, permette di vedere
quante volte una lingua contemporanea si è
separata o ha “divorziato” da quelle collegate. Abbiamo scoperto che alcune lingue
hanno alle spalle molti divorzi, altre ne hanno meno. Quando una lingua si stacca da
un’altra, per un breve periodo subisce rapidi
cambiamenti. La stessa cosa succede durante l’evoluzione biologica ed è conosciuta
come evoluzione puntuazionale. Quindi
più divorzi ha avuto una lingua, più il suo
vocabolario diferisce da quello originario.
La nostra analisi non ci ha permesso di capire perché una lingua è arrivata a dividersi
in due. La migrazione e l’isolamento dei
gruppi sono cause possibili, ma almeno in
parte alcuni cambiamenti linguistici sono
avvenuti per permettere ai parlanti di afermare la propria identità. C’è stata una vera
e propria guerra delle parole.
Cosa succederà in futuro? Il mondo in
cui viviamo è molto diverso da quello dei
nostri antenati. Per gran parte della nostra
storia le persone hanno conosciuto solo chi
faceva parte del loro gruppo culturale e i vicini più immediati. La globalizzazione e la
comunicazione digitale ci hanno permesso
di essere più collegati e ci hanno reso culturalmente più omogenei, sottolineando i
vantaggi di riuscire a capirsi. Il risultato è
un’estinzione in massa delle lingue, simile
alle grandi estinzioni biologiche del passato. Anche se le lingue contemporanee continuano a evolversi e a divergere l’una
dall’altra, oggi il numero delle lingue minoritarie estinte supera quello delle lingue che
nascono. Ogni anno scompaiono tra le trenta e le cinquanta lingue, perché i giovani
delle piccole società tribali adottano quelle
maggioritarie. Questa perdita supera in
percentuale il calo di diversità tra le specie
biologiche provocato dalla scomparsa di
alcuni habitat e dal cambiamento climatico. Solo quindici lingue, delle settemila esistenti, sono parlate dal 40 per cento della
popolazione. La maggior parte delle lingue
ha pochissimi parlanti.
Ma questa omogeneità di lingue e culture si sta realizzando a un ritmo molto più
lento di quello che si potrebbe avere, grazie
all’importante ruolo psicologico svolto dalle lingue nel delineare i territori e le identità
culturali. Una conseguenza è che le lingue
resistono alla “contaminazione”, e i parlanti guardano con sospetto l’introduzione
delle parole straniere, come testimoniano
le proteste degli inglesi e dei francesi per i
cosiddetti americanismi. Un altro fattore
importante è il ruolo dei nazionalismi per
salvare le lingue in via di estinzione, che
può dare origine a scelte politiche come
quella del Galles di rendere obbligatorio
l’insegnamento del gallese ai ragazzi ino a
sedici anni.
Una morale positiva
La resistenza al cambiamento lascia spazio
alla diversità linguistica interna. Linguaggi
di strada come l’hip hop, per esempio, sono
fondamentali per affermare l’identità di
gruppi speciici, mentre i mezzi di comunicazione di massa gli permettono di raggiungere facilmente il loro pubblico naturale.
Un altro esempio è quello del globish, una
forma ridotta d’inglese composta da appena un migliaio di parole e da poche strutture
linguistiche sempliicate. Si è evoluto naturalmente tra le persone che viaggiano molto, come i diplomatici e gli uomini d’afari.
Quando si parla globishi madrelingua inglesi sono svantaggiati perché usano parole e
strutture grammaticali che gli altri non capiscono.
Ma sembra inevitabile che, nel corso del
tempo, un’unica lingua sostituirà le altre. In
termini evoluzionistici quando ci sono due
soluzioni ugualmente valide a un problema, una delle due tende a prevalere. Lo si
vede già nel modo standardizzato a livello
mondiale di dire l’ora, di misurare i pesi e le
distanze, di indicare il formato dei cd e dei
dvd, dei voltaggi e delle frequenze elettriche. Forse ci vorrà molto tempo, ma le lingue seguiranno la stessa strada: sono tutti
strumenti di comunicazione validi, quindi
alla ine uno sostituirà gli altri. Quale sarà?
Oggi 1,2 miliardi di persone, più o meno
un sesto della popolazione mondiale, parla
il cinese mandarino. Subito dopo vengono
lo spagnolo e l’inglese con quattrocento milioni di parlanti ciascuno, seguiti dal bengali e dall’hindi. Il mandarino sembra il favorito nella gara per diventare la lingua mondiale. Ma la maggioranza delle persone
studia l’inglese come seconda lingua. Anni
fa, in una lontana zona della Tanzania, ho
rinunciato a parlare swahili perché il mio
interlocutore ha alzato una mano dicendo:
“Il mio inglese è molto meglio del suo swahili”. L’inglese è già la lingua franca del
mondo, quindi se dovessi scommettere su
quale sarà quella che alla ine sostituirà le
altre non avrei nessun dubbio.
Nella continua guerra delle parole è inevitabile che ci siano delle vittime. Quando
una lingua si estingue non perdiamo solo
un modo diverso per dire “buongiorno”,
ma anche un po’ di diversità culturale. Ogni
lingua svolge un ruolo fondamentale
nell’afermazione di un’identità culturale, è
la voce interna portatrice dei ricordi, dei
pensieri, delle speranze e delle paure di un
particolare gruppo di persone. Se scompare
una lingua, si perde anche tutto questo.
Credo però che il futuro monolinguistico non sarà così brutto come sostengono i
catastroisti. È convinzione difusa che la
lingua che parliamo determini il nostro modo di pensare. Di conseguenza la scomparsa di una diversità linguistica signiicherebbe anche la perdita di stili di pensiero unici.
Non sono d’accordo.
La nostra lingua determina le parole che
usiamo, ma non limita i concetti che siamo
in grado di capire. Quindi potremmo trarre
anche un’altra morale, più positiva, dalla
storia della torre di Babele: se tutti parlano
la stessa lingua, per l’umanità sarà più facile
collaborare alla costruzione di qualcosa di
grande. E in efetti oggi sono proprio i paesi
che hanno una minore diversità linguistica
ad aver ottenuto più successi. u bt
L’AUTORE
Mark Pagel è un biologo britannico e insegna
all’università di Reading. Il suo ultimo libro è
Wired for culture (W.W. Norton & Company
2012)
Se lo scopo dell’evoluzione delle lingue è favorire
la comunicazione, allora perché sono così tante
e così diverse tra loro? Un parallelo con la
biodiversità aiuta a capirlo
P
er gli appassionati di lingue,
la costa nordorientale della
Papua Nuova Guinea è come un negozio di caramelle
ben fornito. Persone che
parlano korak vivono accanto ad altre che parlano brem, a loro volta
vicine a chi parla wanambre, e così via. Una
volta ho conosciuto un uomo originario della zona e gli ho chiesto se era vero che dalle
sue parti bastava fare pochi chilometri per
incontrare una lingua diversa. “No”, ha risposto, “le nostre lingue sono molto più vicine”.
Oggi nel mondo si parlano settemila lingue diverse. Ci sono quindi settemila modi
per dire “buongiorno” o “sembra che stia
per piovere”. Un unico mammifero parla
più lingue del numero di specie mammifere
che esistono sulla terra. Inoltre, queste settemila lingue rappresentano solo una parte
di quelle parlate nel corso della storia. Per
mettere in prospettiva questa diversità, basta pensare che un gorilla o uno scimpanzé
prelevato dal suo branco e trasferito in qualsiasi altro posto dove vive la sua specie saprebbe comunicare. E lo stesso saprebbe
fare un asino, un grillo o un pesce rosso, ma
non un essere umano.
Questo dato sottolinea l’affascinante
paradosso alla base della comunicazione
umana. Se il linguaggio si è evoluto per permetterci di scambiare informazioni, perché
non capiamo la maggior parte degli altri
abitanti della terra? Nell’Antico testamento
la domanda è al centro dell’episodio della
torre di Babele. A un certo punto gli esseri
umani, che parlavano tutti la stessa lingua,
ebbero la bizzarra idea di collaborare alla
costruzione di una torre che li avrebbe portati in paradiso. Infuriato per il tentativo di
usurpare il suo potere, Dio distrusse la torre. Poi, per essere sicuro che non ne costruissero un’altra, sparse gli uomini su tutta la
terra e li confuse dandogli lingue diferenti.
Secondo l’episodio della torre di Babele, le
lingue esistono per impedirci di comunicare. La cosa sorprendente è che forse non è
un’ipotesi lontana dalla realtà.
Ai poli e ai tropici
È diicile risalire all’origine del linguaggio.
Secondo i reperti fossili, dal punto di vista
anatomico, i nostri antenati hanno acquisito la capacità di parlare tra 1,6 milioni e seicentomila anni fa. Ma le prove certe del
fatto che la capacità di parlare fosse usata
per esprimere delle idee complesse le troviamo solo nella cultura più raffinata e
nell’uso del simbolismo degli esseri umani
moderni. Questi si difusero in Africa tra i
duecentomila e i centosessantamila anni
fa, e sessantamila anni fa cominciarono a
lasciare quel continente per sparpagliarsi
nel resto del mondo. In quel periodo si formarono nuove lingue perché, quando un
gruppo si separava da un altro e occupava
nuove terre, il suo linguaggio cambiava per
adattarsi alle necessità del luogo. Ma la diversità più grande delle società umane e
delle lingue non si veriica dove le persone
sono più sparpagliate, ma dove sono più vicine.
La Papua Nuova Guinea è un esempio
classico. Il suo territorio abbastanza limitato ospita tra le ottocento e le mille lingue, il
15 per cento di quelle parlate sul pianeta.
Questa diversità linguistica non dipende
dalle migrazioni o dall’isolamento geograico dei vari gruppi. Anzi, persone che vivono così vicine hanno deciso di dividersi in
molte comunità, conducendo vite talmente
separate e distinte da non riuscire più a comunicare. Perché? Rilettendoci mi è venuto in mente lo strano parallelo tra la diversità linguistica e quella biologica. Secondo un
principio noto in ecologia come regola di
Rapoport, la diversità tra le specie biolog che è maggiore vicino all’equatore e diminuisce avvicinandosi ai poli. Potrebbe essere lo stesso anche per le lingue?
Per veriicare quest’ipotesi, io e l’antropologa Ruth Mace, dell’University college
London, abbiamo studiato la distribuzione
di cinquecento tribù native americane prima dell’arrivo degli europei e l’abbiamo
usata per calcolare il numero di gruppi linguistici diversi per unità di supericie a ogni
grado di latitudine. Abbiamo scoperto che
la loro distribuzione corrispondeva alla regola di Rapoport. Probabilmente la corrispondenza tra la diversità biologica e le
culture con lingue diverse non è casuale.
Per sopravvivere in un ambiente diicile
come quello dei poli, gli animali devono
percorrere lunghe distanze lasciando poco
spazio per la nascita di nuove specie. Lo
stesso succede ai gruppi umani che vivono
nelle regioni settentrionali più estreme: devono attraversare vaste aree geograich per trovare cibo a suicienza, un fatto che
provoca una maggiore sovrapposizione di
lingue e di culture. All’estremità opposta gli
assolati tropici sono la culla di numerose
specie biologiche, e questa ricchezza ambientale ha consentito anche agli esseri
umani di nutrirsi facilmente e di suddividersi in molte società.
Questo non spiega perché gli esseri
umani desiderano formare tanti gruppi distinti. Per le specie biologiche che vivono ai
tropici, la diversità è vantaggiosa perché
permette a ognuna di adattarsi alla propria
nicchia ecologica. Ma gli esseri umani occupano tutti la stessa nicchia, e dividersi in
tanti gruppi culturali e linguistici comporta
una serie di svantaggi, come una circolazione più lenta delle idee, delle tecnologie e
delle persone, e rende le società più soggette ai rischi e alla cattiva sorte. Non sarebbe
meglio formare un gruppo più ampio con
una lingua comune? Una risposta a questa domanda sta
emergendo con la constatazione che, nella
storia umana, ci sono sempre stati dei conlitti. Da quando i nostri progenitori hanno
cominciato a lasciare l’Africa, sessantamila
anni fa, gli esseri umani sono sempre stati
in lotta tra loro per il controllo del territorio
e delle risorse. Nel mio libro Wired for culturespiego come, di conseguenza, abbiamo
acquisito una serie di tratti che aiutano il
nostro particolare gruppo a prevalere sugli
altri. I due tratti fondamentali sono la “tendenza a fare gruppo”, cioè ad associarci con
persone con cui condividiamo un’identità
precisa, e la xenofobia, cioè la tendenza a
demonizzare chiunque sia esterno al gruppo. In questo contesto, le lingue agiscono
come potenti ancore sociali della nostra
identità tribale. Il modo in cui parliamo ci
ricorda chi siamo e, cosa altrettanto importante, chi non siamo. Chiunque parli il nostro particolare dialetto è la pubblicità vivente dei valori e della storia culturale che
condividiamo. Inoltre quando delle comunità diverse vivono molto vicine tra loro,
l’uso di lingue diferenti è un sistema eicace per evitare di essere spiati o di lasciar
trapelare informazioni importanti agli
estranei.
A sostegno di questa tesi ho trovato i resoconti di alcuni antropologi su certe tribù
che hanno deciso di cambiare lingua solo
per distinguersi da quelle vicine. Un gruppo
di parlanti selepet della Papua Nuova Guinea ha cambiato la parola “no” da biaa bune
per distinguersi dagli abitanti di un villaggio vicino. Un altro gruppo ha invertito i
nomi maschili e quelli femminili: lui è diventato lei, uomo è diventato donna, madre
è diventato padre, e così via.
Estinzione
Gli abitanti della Papua Nuova Guinea non
sono gli unici a usare la lingua come un
marcatore d’identità. In tutto il mondo le
lingue servono per capire chi fa parte della
propria “tribù”. Abbiamo una chiara consapevolezza, a volte ossessiva, di come parlano le persone intorno a noi e adattiamo il
linguaggio per distinguere il nostro particolare gruppo dagli altri. In modo simile a
quello che è successo tra i due gruppi che
parlavano selepet, molte variazioni ortograiche che distinguono l’inglese americano da quello britannico – la tendenza a eliminare la u in parole come colour– sono
emerse all’inizio dell’ottocento quando Noah Webster compilò il primo American dictionary of the english language, sottolineando
che “in quanto nazione indipendente, il nostro onore ci impone di adottare un nostro, sia per la lingua sia per il governo”.
L’uso della lingua per deinire l’identità
di gruppo non è un fenomeno recente. Analizzando il modo in cui le lingue si sono diversiicate nel corso della storia umana, io e
i miei colleghi abbiamo tracciato gli alberi
genealogici di tre grandi gruppi linguistici:
le lingue indoeuropee, le lingue bantu africane e quelle polinesiane dell’Oceania.
Questa “ilogenesi”, che ricostruisce la
storia di ogni gruppo facendolo risalire a un
antenato comune, permette di vedere
quante volte una lingua contemporanea si è
separata o ha “divorziato” da quelle collegate. Abbiamo scoperto che alcune lingue
hanno alle spalle molti divorzi, altre ne hanno meno. Quando una lingua si stacca da
un’altra, per un breve periodo subisce rapidi
cambiamenti. La stessa cosa succede durante l’evoluzione biologica ed è conosciuta
come evoluzione puntuazionale. Quindi
più divorzi ha avuto una lingua, più il suo
vocabolario diferisce da quello originario.
La nostra analisi non ci ha permesso di capire perché una lingua è arrivata a dividersi
in due. La migrazione e l’isolamento dei
gruppi sono cause possibili, ma almeno in
parte alcuni cambiamenti linguistici sono
avvenuti per permettere ai parlanti di afermare la propria identità. C’è stata una vera
e propria guerra delle parole.
Cosa succederà in futuro? Il mondo in
cui viviamo è molto diverso da quello dei
nostri antenati. Per gran parte della nostra
storia le persone hanno conosciuto solo chi
faceva parte del loro gruppo culturale e i vicini più immediati. La globalizzazione e la
comunicazione digitale ci hanno permesso
di essere più collegati e ci hanno reso culturalmente più omogenei, sottolineando i
vantaggi di riuscire a capirsi. Il risultato è
un’estinzione in massa delle lingue, simile
alle grandi estinzioni biologiche del passato. Anche se le lingue contemporanee continuano a evolversi e a divergere l’una
dall’altra, oggi il numero delle lingue minoritarie estinte supera quello delle lingue che
nascono. Ogni anno scompaiono tra le trenta e le cinquanta lingue, perché i giovani
delle piccole società tribali adottano quelle
maggioritarie. Questa perdita supera in
percentuale il calo di diversità tra le specie
biologiche provocato dalla scomparsa di
alcuni habitat e dal cambiamento climatico. Solo quindici lingue, delle settemila esistenti, sono parlate dal 40 per cento della
popolazione. La maggior parte delle lingue
ha pochissimi parlanti.
Ma questa omogeneità di lingue e culture si sta realizzando a un ritmo molto più
lento di quello che si potrebbe avere, grazie
all’importante ruolo psicologico svolto dalle lingue nel delineare i territori e le identità
culturali. Una conseguenza è che le lingue
resistono alla “contaminazione”, e i parlanti guardano con sospetto l’introduzione
delle parole straniere, come testimoniano
le proteste degli inglesi e dei francesi per i
cosiddetti americanismi. Un altro fattore
importante è il ruolo dei nazionalismi per
salvare le lingue in via di estinzione, che
può dare origine a scelte politiche come
quella del Galles di rendere obbligatorio
l’insegnamento del gallese ai ragazzi ino a
sedici anni.
Una morale positiva
La resistenza al cambiamento lascia spazio
alla diversità linguistica interna. Linguaggi
di strada come l’hip hop, per esempio, sono
fondamentali per affermare l’identità di
gruppi speciici, mentre i mezzi di comunicazione di massa gli permettono di raggiungere facilmente il loro pubblico naturale.
Un altro esempio è quello del globish, una
forma ridotta d’inglese composta da appena un migliaio di parole e da poche strutture
linguistiche sempliicate. Si è evoluto naturalmente tra le persone che viaggiano molto, come i diplomatici e gli uomini d’afari.
Quando si parla globishi madrelingua inglesi sono svantaggiati perché usano parole e
strutture grammaticali che gli altri non capiscono.
Ma sembra inevitabile che, nel corso del
tempo, un’unica lingua sostituirà le altre. In
termini evoluzionistici quando ci sono due
soluzioni ugualmente valide a un problema, una delle due tende a prevalere. Lo si
vede già nel modo standardizzato a livello
mondiale di dire l’ora, di misurare i pesi e le
distanze, di indicare il formato dei cd e dei
dvd, dei voltaggi e delle frequenze elettriche. Forse ci vorrà molto tempo, ma le lingue seguiranno la stessa strada: sono tutti
strumenti di comunicazione validi, quindi
alla ine uno sostituirà gli altri. Quale sarà?
Oggi 1,2 miliardi di persone, più o meno
un sesto della popolazione mondiale, parla
il cinese mandarino. Subito dopo vengono
lo spagnolo e l’inglese con quattrocento milioni di parlanti ciascuno, seguiti dal bengali e dall’hindi. Il mandarino sembra il favorito nella gara per diventare la lingua mondiale. Ma la maggioranza delle persone
studia l’inglese come seconda lingua. Anni
fa, in una lontana zona della Tanzania, ho
rinunciato a parlare swahili perché il mio
interlocutore ha alzato una mano dicendo:
“Il mio inglese è molto meglio del suo swahili”. L’inglese è già la lingua franca del
mondo, quindi se dovessi scommettere su
quale sarà quella che alla ine sostituirà le
altre non avrei nessun dubbio.
Nella continua guerra delle parole è inevitabile che ci siano delle vittime. Quando
una lingua si estingue non perdiamo solo
un modo diverso per dire “buongiorno”,
ma anche un po’ di diversità culturale. Ogni
lingua svolge un ruolo fondamentale
nell’afermazione di un’identità culturale, è
la voce interna portatrice dei ricordi, dei
pensieri, delle speranze e delle paure di un
particolare gruppo di persone. Se scompare
una lingua, si perde anche tutto questo.
Credo però che il futuro monolinguistico non sarà così brutto come sostengono i
catastroisti. È convinzione difusa che la
lingua che parliamo determini il nostro modo di pensare. Di conseguenza la scomparsa di una diversità linguistica signiicherebbe anche la perdita di stili di pensiero unici.
Non sono d’accordo.
La nostra lingua determina le parole che
usiamo, ma non limita i concetti che siamo
in grado di capire. Quindi potremmo trarre
anche un’altra morale, più positiva, dalla
storia della torre di Babele: se tutti parlano
la stessa lingua, per l’umanità sarà più facile
collaborare alla costruzione di qualcosa di
grande. E in efetti oggi sono proprio i paesi
che hanno una minore diversità linguistica
ad aver ottenuto più successi. u bt
L’AUTORE
Mark Pagel è un biologo britannico e insegna
all’università di Reading. Il suo ultimo libro è
Wired for culture (W.W. Norton & Company
2012)
mercoledì 23 aprile 2014
*982 - Il nutrimento della civiltà - Intolleranza al latte
er comodità, chiameremo
due dei primi rappresentanti dell’Homo sapiens
Adamo ed Eva. Nel momento in cui venne al mondo il loro primogenito, quel
mascalzone di Caino, due milioni di secoli
di evoluzione avevano già deciso come sarebbe stata la sua infanzia. Per i primi anni
di vita si sarebbe nutrito al seno di Eva ma,
una volta arrivato a quattro o cinque anni, il
suo corpo avrebbe cominciato a rallentare
la produzione di lattasi, l’enzima che permette ai mammiferi di digerire il lattosio.
Da quel momento in poi, attaccandosi al
seno della madre o bevendo il latte di un
altro animale il piccolo Caino avrebbe avuto crampi allo stomaco e pericolose diarree.
In mancanza di quell’enzima, infatti, il lattosio marcisce nell’intestino. Quindi una
volta svezzato Caino, Abele avrebbe potuto
pretendere tutta l’attenzione e il latte della
madre. Questo in genere teneva a freno le
rivalità tra fratelli (anche se con questi due
non funzionò) e consentiva alle donne di
avere più igli. Il modello era lo stesso per
tutti i mammiferi: alla ine dell’infanzia di ventavano intolleranti al lattosio per sempre. Duecentomila anni più tardi, cioè circa
dodicimila anni fa, le cose cominciarono a
cambiare. Da qualche parte, vicino all’attuale Turchia, è apparsa una mutazione
genetica che ha rimesso in funzione in modo permanente il gene per la produzione
della lattasi. Il primo mutante fu probabilmente un uomo, che trasmise il gene ai igli.
I portatori della mutazione potevano bere il
latte per tutta la vita. Le analisi genomiche
hanno dimostrato che nel giro di qualche
migliaio di anni, con una velocità che i biologi evoluzionisti pensavano impossibile, la
mutazione si diffuse in Eurasia, in Gran
Bretagna, in Scandinavia, nel Mediterraneo, in India e in tutto quello che c’era in
mezzo, fermandosi alle pendici dell’Himalaya. Altre mutazioni per la tolleranza al
lattosio si sono veriicate in Africa e in Medio Oriente, ma non in America, in Australia e in estremo oriente.
In un batter d’occhio evolutivo l’80 per
cento degli europei ha cominciato a bere
latte. Anzi, in alcune popolazioni la percentuale si avvicina al 100 per cento (anche se
a livello globale l’intolleranza al lattosio è la
norma e circa due terzi degli esseri umani
non possono bere latte in età adulta). La velocità di questa trasformazione è uno dei
fenomeni più misteriosi della storia
dell’evoluzione umana, considerato anche
che non è chiaro perché qualcuno avesse
bisogno di questa mutazione. I nostri antenati intolleranti erano già stati così intelligenti da trovare il modo di consumare i prodotti del latte senza ammalarsi, a prescindere dalla genetica.
Mark Thomas, un genetista evolutivo
dello University college London, ricorda
che nella Turchia moderna, dove sembra
che sia nata la mutazione, il clima caldo fa sì
che il latte cambi rapidamente composizione: “Se mungete una mucca la mattina,
all’ora di pranzo il latte è diventato yogurt”.
Lo yogurt ofre molti vantaggi, assicura
testicoli più grandi e una pelliccia più lucida, due cose molto utili se sei un topo, ma
per i nostri antenati la cosa più importante
è stata che il processo di fermentazione che
trasforma il latte in yogurt consuma il lattosio, che è uno zucchero. Questo è il motivo
per cui molte persone intolleranti al lattosio
possono mangiare yogurt senza problemi.
Man mano che il latte sale lungo quella che
Thomas chiama la “scala di fermentazione”, che parte dallo yogurt e culmina con i
formaggi a pasta dura che sono praticamente senza lattosio, quest’ultimo viene sempre più eliminato. “Se a una festa qualcuno
dice: ‘Non posso mangiare quella roba, sono intollerante al lattosio’, potete tranquillamente rispondergli: ‘Sta zitto e prendi il
parmigiano’”.
Analizzando i frammenti di vasi trovati
in Eurasia e in alcune zone dell’Africa, è stato dimostrato che gli esseri umani hanno
fatto fermentare il latte per migliaia di anni
prima che la tolleranza al lattosio si difondesse. E proprio qui sta il mistero: se potevamo consumare il latte semplicemente
lasciandolo riposare per un paio d’ore o per
qualche giorno, non sembra avere molto
senso che l’evoluzione abbia deciso la mutazione della tolleranza al lattosio, e meno
che mai che si sia estesa tanto. La cultura
aveva già trovato un modo per aggirare la
nostra biologia. Sono state avanzate varie
ipotesi per spiegare perché la selezione naturale ha deciso che dovevamo bere il latte,
ma i biologi evoluzionisti sono perplessi.
“Posso azzardare qualche ipotesi sul
perché potrebbe costituire un vantaggio,
ma non ho nessuna certezza”, dice Thomas.
“Ha un diferenziale di selezione troppo alto, quasi folle, per le ultime migliaia di anni”.
Un “differenziale di selezione alto” è
una sorta di eufemismo darwiniano. Signiica che gli individui che non potevano bere
latte tendevano a morire prima di poter riprodurre. Nel migliore dei casi avevano
meno igli e più malaticci. Un diferenziale
così determinante per la sopravvivenza
sembra indispensabile per spiegare la rapidità con cui la mutazione si è difusa in tutta
l’Eurasia e ancora più velocemente in Africa. I non idonei probabilmente portavano
con sé nella tomba i loro genomi intolleranti al lattosio.
Il latte, in qualche modo, salvava la vita.
Questo è abbastanza strano, perché in fondo è solo un alimento, una fonte di sostanze
nutritive e di calorie come tante altre. Non è
una medicina. Ma dev’esserci stato un momento nell’arco della storia umana in cui la
dieta e l’ambiente hanno congiurato per
creare condizioni simili a quelle di una malattia epidemica. E in quelle circostanze il
latte potrebbe aver svolto la funzione di un
farmaco salvavita.
Il prezzo dell’agricoltura
Non esistono documenti scritti del periodo
in cui gli uomini hanno inventato l’agricoltura, ma se ci fossero, racconterebbero una
storia di dolore. L’agricoltura, per usare le
parole del biologo statunitense Jared Diamond, è stato il “peggior errore della storia
umana”. Il modo di nutrirsi precedente,
quello dei cacciatori-raccoglitori, garantiva
una dieta abbastanza sana, soprattutto dal
punto di vista della varietà. Ma aveva reso
gli uomini una specie nomade e senza radici. L’agricoltura significava stabilità. Ha
anche trasformato la natura in una macchina per sfamare esseri umani, ma per questo
abbiamo dovuto pagare un prezzo. Infatti
una volta che l’uomo ha cominciato a fare
aidamento sulle poche colture che sapeva
far crescere in modo aidabile la nostra salute collettiva è notevolmente peggiorata. I
resti dei primi agricoltori neolitici mostrano
chiari segni di carie, anemia e bassa densità
ossea. La statura media è scesa di circa cinque centimetri, mentre la mortalità infantile è aumentata. Malattie dovute a carenze
di vitamine, come lo scorbuto, il rachitismo,
il beriberi e la pellagra erano problemi gravi. Stiamo ancora cercando di riprenderci
da quel cambiamento: le malattie cardiache, il diabete, l’alcolismo, la celiachia e
forse anche l’acne sono il risultato diretto
del passaggio all’agricoltura.
Nel frattempo il suo alter ego, la civiltà,
stava costringendo per la prima volta le persone a vivere nelle città, che erano gli am bienti perfetti per la rapida diffusione di
malattie infettive. Con tutte quelle tribolazioni, nessuno avrebbe mai pensato che un
tempo le cose erano andate, e potevano ancora andare, diversamente. Siamo stati aflitti dalla peste per migliaia di anni.
Fu in queste terribili condizioni che si
afermò la mutazione della tolleranza al lattosio. Ricostruendo gli schemi di migrazione è apparso chiaro che la tolleranza al lattosio che invase l’Eurasia era stata portata
da popoli contadini più sani dei loro vicini
che non bevevano latte. Dovunque arrivassero l’agricoltura e la civiltà, arrivava anche
la tolleranza al lattosio. L’agricoltura e il latte sono diventati la spina dorsale della civiltà occidentale.
Ma è diicile sapere con certezza perché il latte costituisse un vantaggio. Forse
forniva sostanze nutritive che non erano
presenti nelle colture primitive. Una delle
prime ipotesi, probabilmente errata, cercava di collegare la tolleranza al lattosio alla
carenza di vitamina D e di calcio. La genetista dell’Mit Pardis Sabeti ritiene che il latte
aumentasse le riserve di grasso delle donne
e quindi la loro fertilità, contribuendo direttamente a renderle idonee in senso darwiniano, anche se lei stessa e altri biologi ammettono che il maggior contributo che il
latte potrebbe aver dato alla sopravvivenza
dell’Homo sapiensprobabilmente è stato
come fonte di acqua potabile: un ruscello o
uno stagno potevano sembrare puliti ma
contenere pericolosi agenti patogeni, mentre il latte munto da una capra dall’aspetto
sano era probabilmente sano.
Tutte queste ipotesi sembrano più o meno sensate, ma anche le persone che le hanno avanzate non le trovano del tutto convincenti. “La teoria dell’acqua potabile funziona per l’Africa, ma non per l’Europa,” dice
Thomas, che propende più per la tesi che il
latte integrasse l’alimentazione: “Se il raccolto andava distrutto e non potevi bere
latte, eri morto. Ma nessuna delle spiegazioni che sono state date è suiciente”.
La storia è ancora confusa, ma un paio
di cose le abbiamo capite: la nascita della
civiltà ha coinciso con uno strano scherzo
della nostra storia evolutiva. Per usare il termine coniato da un paleoantropologo, siamo diventati “mampiri”, creature che si
nutrono dei luidi di altri mammiferi. Sembra che la civiltà occidentale, gemella
dell’agricoltura, avesse bisogno del latte per
svilupparsi. Nessuno sa perché.
Per il momento, la versione mitica della
storia non è poi così malvagia. Nel giardino
dell’Eden, Adamo ed Eva erano raccoglitori, coglievano i frutti dagli alberi. Caino
l’agricoltore e Abele il pastore rappresentavano due possibili sviluppi futuri: l’agricoltura e la civiltà contrapposte all’allevamento degli animali e al nomadismo. Caino ofrì
a Dio i frutti e le verdure che aveva coltivato, Abele un sacriicio animale, che secondo
lo storico romano Flavio Giuseppe consisteva in una coppa di latte. L’agricoltura,
nella sua prima forma, aveva portato malattie, deformità e morte, perciò Dio la respinse e preferì il latte di Abele. Caino s’infuriò
e, dato che era il prototipo del cittadino
amorale, uccise suo fratello. Dio lo punì con
l’esilio, ordinandogli di vagare per la terra
come il fratello pastore che aveva ucciso.
Alla ine Caino e l’agricoltura l’hanno avuta
vinta – gli esseri umani si sono stabiliti nelle
città e hanno vissuto dei prodotti agricoli –
ma solo diventando un po’ come Abele. E la
civiltà è andata avanti
due dei primi rappresentanti dell’Homo sapiens
Adamo ed Eva. Nel momento in cui venne al mondo il loro primogenito, quel
mascalzone di Caino, due milioni di secoli
di evoluzione avevano già deciso come sarebbe stata la sua infanzia. Per i primi anni
di vita si sarebbe nutrito al seno di Eva ma,
una volta arrivato a quattro o cinque anni, il
suo corpo avrebbe cominciato a rallentare
la produzione di lattasi, l’enzima che permette ai mammiferi di digerire il lattosio.
Da quel momento in poi, attaccandosi al
seno della madre o bevendo il latte di un
altro animale il piccolo Caino avrebbe avuto crampi allo stomaco e pericolose diarree.
In mancanza di quell’enzima, infatti, il lattosio marcisce nell’intestino. Quindi una
volta svezzato Caino, Abele avrebbe potuto
pretendere tutta l’attenzione e il latte della
madre. Questo in genere teneva a freno le
rivalità tra fratelli (anche se con questi due
non funzionò) e consentiva alle donne di
avere più igli. Il modello era lo stesso per
tutti i mammiferi: alla ine dell’infanzia di ventavano intolleranti al lattosio per sempre. Duecentomila anni più tardi, cioè circa
dodicimila anni fa, le cose cominciarono a
cambiare. Da qualche parte, vicino all’attuale Turchia, è apparsa una mutazione
genetica che ha rimesso in funzione in modo permanente il gene per la produzione
della lattasi. Il primo mutante fu probabilmente un uomo, che trasmise il gene ai igli.
I portatori della mutazione potevano bere il
latte per tutta la vita. Le analisi genomiche
hanno dimostrato che nel giro di qualche
migliaio di anni, con una velocità che i biologi evoluzionisti pensavano impossibile, la
mutazione si diffuse in Eurasia, in Gran
Bretagna, in Scandinavia, nel Mediterraneo, in India e in tutto quello che c’era in
mezzo, fermandosi alle pendici dell’Himalaya. Altre mutazioni per la tolleranza al
lattosio si sono veriicate in Africa e in Medio Oriente, ma non in America, in Australia e in estremo oriente.
In un batter d’occhio evolutivo l’80 per
cento degli europei ha cominciato a bere
latte. Anzi, in alcune popolazioni la percentuale si avvicina al 100 per cento (anche se
a livello globale l’intolleranza al lattosio è la
norma e circa due terzi degli esseri umani
non possono bere latte in età adulta). La velocità di questa trasformazione è uno dei
fenomeni più misteriosi della storia
dell’evoluzione umana, considerato anche
che non è chiaro perché qualcuno avesse
bisogno di questa mutazione. I nostri antenati intolleranti erano già stati così intelligenti da trovare il modo di consumare i prodotti del latte senza ammalarsi, a prescindere dalla genetica.
Mark Thomas, un genetista evolutivo
dello University college London, ricorda
che nella Turchia moderna, dove sembra
che sia nata la mutazione, il clima caldo fa sì
che il latte cambi rapidamente composizione: “Se mungete una mucca la mattina,
all’ora di pranzo il latte è diventato yogurt”.
Lo yogurt ofre molti vantaggi, assicura
testicoli più grandi e una pelliccia più lucida, due cose molto utili se sei un topo, ma
per i nostri antenati la cosa più importante
è stata che il processo di fermentazione che
trasforma il latte in yogurt consuma il lattosio, che è uno zucchero. Questo è il motivo
per cui molte persone intolleranti al lattosio
possono mangiare yogurt senza problemi.
Man mano che il latte sale lungo quella che
Thomas chiama la “scala di fermentazione”, che parte dallo yogurt e culmina con i
formaggi a pasta dura che sono praticamente senza lattosio, quest’ultimo viene sempre più eliminato. “Se a una festa qualcuno
dice: ‘Non posso mangiare quella roba, sono intollerante al lattosio’, potete tranquillamente rispondergli: ‘Sta zitto e prendi il
parmigiano’”.
Analizzando i frammenti di vasi trovati
in Eurasia e in alcune zone dell’Africa, è stato dimostrato che gli esseri umani hanno
fatto fermentare il latte per migliaia di anni
prima che la tolleranza al lattosio si difondesse. E proprio qui sta il mistero: se potevamo consumare il latte semplicemente
lasciandolo riposare per un paio d’ore o per
qualche giorno, non sembra avere molto
senso che l’evoluzione abbia deciso la mutazione della tolleranza al lattosio, e meno
che mai che si sia estesa tanto. La cultura
aveva già trovato un modo per aggirare la
nostra biologia. Sono state avanzate varie
ipotesi per spiegare perché la selezione naturale ha deciso che dovevamo bere il latte,
ma i biologi evoluzionisti sono perplessi.
“Posso azzardare qualche ipotesi sul
perché potrebbe costituire un vantaggio,
ma non ho nessuna certezza”, dice Thomas.
“Ha un diferenziale di selezione troppo alto, quasi folle, per le ultime migliaia di anni”.
Un “differenziale di selezione alto” è
una sorta di eufemismo darwiniano. Signiica che gli individui che non potevano bere
latte tendevano a morire prima di poter riprodurre. Nel migliore dei casi avevano
meno igli e più malaticci. Un diferenziale
così determinante per la sopravvivenza
sembra indispensabile per spiegare la rapidità con cui la mutazione si è difusa in tutta
l’Eurasia e ancora più velocemente in Africa. I non idonei probabilmente portavano
con sé nella tomba i loro genomi intolleranti al lattosio.
Il latte, in qualche modo, salvava la vita.
Questo è abbastanza strano, perché in fondo è solo un alimento, una fonte di sostanze
nutritive e di calorie come tante altre. Non è
una medicina. Ma dev’esserci stato un momento nell’arco della storia umana in cui la
dieta e l’ambiente hanno congiurato per
creare condizioni simili a quelle di una malattia epidemica. E in quelle circostanze il
latte potrebbe aver svolto la funzione di un
farmaco salvavita.
Il prezzo dell’agricoltura
Non esistono documenti scritti del periodo
in cui gli uomini hanno inventato l’agricoltura, ma se ci fossero, racconterebbero una
storia di dolore. L’agricoltura, per usare le
parole del biologo statunitense Jared Diamond, è stato il “peggior errore della storia
umana”. Il modo di nutrirsi precedente,
quello dei cacciatori-raccoglitori, garantiva
una dieta abbastanza sana, soprattutto dal
punto di vista della varietà. Ma aveva reso
gli uomini una specie nomade e senza radici. L’agricoltura significava stabilità. Ha
anche trasformato la natura in una macchina per sfamare esseri umani, ma per questo
abbiamo dovuto pagare un prezzo. Infatti
una volta che l’uomo ha cominciato a fare
aidamento sulle poche colture che sapeva
far crescere in modo aidabile la nostra salute collettiva è notevolmente peggiorata. I
resti dei primi agricoltori neolitici mostrano
chiari segni di carie, anemia e bassa densità
ossea. La statura media è scesa di circa cinque centimetri, mentre la mortalità infantile è aumentata. Malattie dovute a carenze
di vitamine, come lo scorbuto, il rachitismo,
il beriberi e la pellagra erano problemi gravi. Stiamo ancora cercando di riprenderci
da quel cambiamento: le malattie cardiache, il diabete, l’alcolismo, la celiachia e
forse anche l’acne sono il risultato diretto
del passaggio all’agricoltura.
Nel frattempo il suo alter ego, la civiltà,
stava costringendo per la prima volta le persone a vivere nelle città, che erano gli am bienti perfetti per la rapida diffusione di
malattie infettive. Con tutte quelle tribolazioni, nessuno avrebbe mai pensato che un
tempo le cose erano andate, e potevano ancora andare, diversamente. Siamo stati aflitti dalla peste per migliaia di anni.
Fu in queste terribili condizioni che si
afermò la mutazione della tolleranza al lattosio. Ricostruendo gli schemi di migrazione è apparso chiaro che la tolleranza al lattosio che invase l’Eurasia era stata portata
da popoli contadini più sani dei loro vicini
che non bevevano latte. Dovunque arrivassero l’agricoltura e la civiltà, arrivava anche
la tolleranza al lattosio. L’agricoltura e il latte sono diventati la spina dorsale della civiltà occidentale.
Ma è diicile sapere con certezza perché il latte costituisse un vantaggio. Forse
forniva sostanze nutritive che non erano
presenti nelle colture primitive. Una delle
prime ipotesi, probabilmente errata, cercava di collegare la tolleranza al lattosio alla
carenza di vitamina D e di calcio. La genetista dell’Mit Pardis Sabeti ritiene che il latte
aumentasse le riserve di grasso delle donne
e quindi la loro fertilità, contribuendo direttamente a renderle idonee in senso darwiniano, anche se lei stessa e altri biologi ammettono che il maggior contributo che il
latte potrebbe aver dato alla sopravvivenza
dell’Homo sapiensprobabilmente è stato
come fonte di acqua potabile: un ruscello o
uno stagno potevano sembrare puliti ma
contenere pericolosi agenti patogeni, mentre il latte munto da una capra dall’aspetto
sano era probabilmente sano.
Tutte queste ipotesi sembrano più o meno sensate, ma anche le persone che le hanno avanzate non le trovano del tutto convincenti. “La teoria dell’acqua potabile funziona per l’Africa, ma non per l’Europa,” dice
Thomas, che propende più per la tesi che il
latte integrasse l’alimentazione: “Se il raccolto andava distrutto e non potevi bere
latte, eri morto. Ma nessuna delle spiegazioni che sono state date è suiciente”.
La storia è ancora confusa, ma un paio
di cose le abbiamo capite: la nascita della
civiltà ha coinciso con uno strano scherzo
della nostra storia evolutiva. Per usare il termine coniato da un paleoantropologo, siamo diventati “mampiri”, creature che si
nutrono dei luidi di altri mammiferi. Sembra che la civiltà occidentale, gemella
dell’agricoltura, avesse bisogno del latte per
svilupparsi. Nessuno sa perché.
Per il momento, la versione mitica della
storia non è poi così malvagia. Nel giardino
dell’Eden, Adamo ed Eva erano raccoglitori, coglievano i frutti dagli alberi. Caino
l’agricoltore e Abele il pastore rappresentavano due possibili sviluppi futuri: l’agricoltura e la civiltà contrapposte all’allevamento degli animali e al nomadismo. Caino ofrì
a Dio i frutti e le verdure che aveva coltivato, Abele un sacriicio animale, che secondo
lo storico romano Flavio Giuseppe consisteva in una coppa di latte. L’agricoltura,
nella sua prima forma, aveva portato malattie, deformità e morte, perciò Dio la respinse e preferì il latte di Abele. Caino s’infuriò
e, dato che era il prototipo del cittadino
amorale, uccise suo fratello. Dio lo punì con
l’esilio, ordinandogli di vagare per la terra
come il fratello pastore che aveva ucciso.
Alla ine Caino e l’agricoltura l’hanno avuta
vinta – gli esseri umani si sono stabiliti nelle
città e hanno vissuto dei prodotti agricoli –
ma solo diventando un po’ come Abele. E la
civiltà è andata avanti
982 - Nella capitale del regno dell’assurdo
Ingrid De Armas, El Universal, Messico. Foto di Thomas Linkel
Palazzi d’oro, fontane illuminate e strade deserte.Aşgabat è un monumento alla follia
della dittatura turkmena. Costruito con i soldi del gas e l’aiuto delle imprese occidentali
rrivare nella capitale del
Turkmenistan è come
fare un viaggio a ritroso
nel tempo. Sembra di es
sere initi in una di quel
le epoche storiche in cui
chi governava aveva il potere assoluto e ge
stiva intere nazioni come patrimoni privati.
Con l’indipendenza del Turkmenistan,
Aşgabat è rinata come un sogno, un delirio
di grandezza di un dittatore in cerca di
un’identità. A vedere i suoi palazzi non ci si
capacita del fatto che più del cinquanta per
cento della popolazione turkmena viva al
di sotto della soglia di povertà. Ci sono
ovunque teatri sontuosi, ma gli abitanti
hanno dovuto dire addio alla musica, al
nema, al balletto e all’opera. Gli ospedali
sono scomparsi per lasciare il posto ai gua
ritori tradizionali, e l’etica pubblica è detta
ta da un libro scritto dall’ex presidente e
considerato una specie di bibbia.
La capitale di questo piccolo stato, che
un tempo faceva parte dell’Unione Sovie
tica, è una città nuova, ultramoderna, co
struita in uno stile indeinibile e con uno
sfarzo che è quasi un’ofesa per gli occhi.
Negli ediici governativi e residenziali si
mescolano elementi dell’architettura gre
coromana e persiana. Molti sono fatti di
marmo bianco, importato grazie ai ricavi
che il paese ottiene dalla vendita del gas, di
cui è il quarto produttore mondiale.
Camminando per le strade della zona
più ricca di Aşgabat, nel quartiere di Ber
zengi, è facile imbattersi in colonne monu
mentali, cupole dorate che sidano la forza
di gravità, cancellate lunghe centinaia di
metri. La ricchezza è ovunque. Tutto è so
vradimensionato e allo stesso tempo di una
freddezza che mette quasi paura.
In queste zone incontrare un turkmeno
è quasi impossibile. Nonostante il lusso e le
strade larghe alcuni metri che costeggiano
i ministeri, i palazzi del governo e gli ediici
residenziali riservati alle élite del paese,
tutto sembra abbandonato. In questo pae
saggio urbano fuori scala umana, che quasi
nessuna persona osa sidare, ogni tanto si
avventura qualche macchina di lusso: “Da
queste parti chiamiamo il quartiere di Ber
zengi la città fantasma”, spiega un abitante
di Aşgabat. Gli appartamenti sitti e l’atmo
sfera di abbandono non fanno che confer
marlo.
Il prezzo altissimo degli immobili e dei
terreni tiene lontana la classe media dalle
zone più moderne della città. Nelle dittatu
re è così: spesso le cose non hanno logica. E
nemmeno i capricci dei dittatori. Quello
del Turkmenistan si chiamava Saparmyrat
Ataýewiç Nyýazow. Aşgabat è piena di sta
tue d’oro che lo ritraggono in diverse posi
zioni. Si trovano nei giardini e nei parchi
che spezzano la monotonia della rigida
geo metria cittadina, pieni di fontane colo
rate e di monumenti di dubbio gusto ai fon
datori della cultura turkmena.
Presente o passato?
Per capire il Turkmenistan bisogna collo
carlo sulla cartina geograica e nella storia.
Altrimenti è impossibile dare un senso a
quello che è successo qui. La prima cosa da
dire è che il paese è nato dalla disintegra zione dell’impero sovietico in Asia centrale
e, anche se per metà è deserto e ha una po
polazione di poco più di cinque milioni di
abitanti, è molto ricco: è tra i maggiori pro
duttori al mondo di gas naturale e si trova
in un’area di grande importanza sotto il
proilo strategico. A sud e a sudest, infatti,
conina con l’Iran e l’Afghanistan, a nor
dest e a nord con altre due ex repubbliche
sovietiche, l’Uzbekistan e il Kazakistan, e a
ovest si afaccia sul mar Caspio. È un paese,
insomma, che produce gas e che – come se
non bastasse – condivide le frontiere con
due delle nazioni più instabili e pericolose
della regione secondo gli Stati Uniti. Ed è
anche una zona di passaggio per raggiun
gere il Medio Oriente.
La sua storia è stata segnata dal totalita
rismo in dall’era sovietica. Dopo il crollo
dell’Urss, la situazione non è migliorata.
Anzi, il pugno di ferro che controllava ogni
aspetto della vita del paese si è fatto ancora
più duro, raggiungendo livelli quasi carica
turali. Qui la realtà economica, politica e
sociale è complicata da spiegare. Il Turk
menistan incassa grandi quantità di dena
ro grazie allo sfruttamento del gas naturale
e del petrolio, ma gli abitanti guadagnano
in media 4.658 dollari all’anno. L’economia
cresce a un ritmo del 9 per cento all’anno,
ma l’uso dissennato delle risorse pubbliche ha trascinato più del cinquanta per cento
della popolazione nella povertà. Il governo, corrotto e in balia dei capricci di un dittatore eccentrico, per anni ha accentrato
quasi tutti gli investimenti. Oggi solo il 25
per cento del pil dipende dall’iniziativa privata.
Quando Nyýazow diventò il primo presidente del Turkmenistan indipendente,
nel 1991, creò un universo a sua misura, in
cui i cittadini erano privati dei diritti più
elementari. I turkmeni dovettero sottoporsi ai suoi gusti e rinunciare alla musica, al
cinema, al balletto, all’opera. La televisione e i teatri furono vietati perché estranei
alla cultura turkmena tradizionale. E, cosa
ancora più grave, le persone furono obbligate a tornare a uno stile di vita arcaico e ad
abbracciare abitudini ormai dimenticate: il
sistema sanitario, per esempio, fu smantellato a favore della medicina tradizionale.
Nyýazow, inoltre, vietò di fumare per
strada perché i suoi medici gli avevano
proibito le sigarette. Questa misura è ancora in vigore e chi non la rispetta è punito
con una multa. Il presidente impose anche
ai ministri del suo governo di percorrere
una volta all’anno il cosiddetto “sentiero
della salute”, una scalinata di diversi chilometri che si arrampica sulle pendici del
Kopet Dag, la catena montuosa a sud di
Aşgabat. Mentre i suoi funzionari sudavano marciando, lui arrivava in elicottero
sulla cima e li aspettava lì.
Nel paese le libertà politiche, di movimento e di espressione sono praticamente
inesistenti: le ong, per esempio Amnesty
international, denunciano continuamente
arresti arbitrari e torture. Il capo di stato è
proprietario di tutti i giornali e il Turkmenistan occupa il terzultimo posto (è 177° su
un totale di 179 paesi) nella classiica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa. Anche l’accesso a internet è iltrato dal
governo, e ottenere una connessione è
estremamente complicato.
Allora perché, nonostante tutto questo,
i paesi occidentali non battono ciglio? Semplice: per i soldi e le risorse naturali del
Turkmenistan. L’Europa e gli Stati Uniti
fanno inta di non vedere gli abusi commessi per proteggere i loro interessi, considerato che l’indipendenza turkmena ha
spezzato il monopolio russo sul petrolio e
sul gas dell’Asia Centrale, aprendo le porte
agli investimenti dei paesi che cercano di
diversiicare le loro fonti di approvvigionamento energetico. Washington e Bruxelles,
inoltre, riconoscono ad Aşgabat un ruolo
chiave nel frenare l’avanzata dell’islam
nella regione: “Gli iraniani vengono qui a
fare la loro propaganda, ma il governo li
tiene sotto stretto controllo. E non hanno
grande libertà di azione”, mi spiega un turkmeno appena sollevo l’argomento. La pace è una cornice ideale per fare afari.
Il sogno di Nyýazow
Nel 1990 Saparmyrat Ataýewiç Nyýazow
era presidente del soviet supremo del
Turk menistan e con il crollo dell’Urss, un
anno dopo, si trasformò in un batter d’occhio nel primo presidente del paese. Erede
della tradizione russa dell’assolutismo e
del culto della personalità, diventò presto
l’unico padrone del paese, imponendo la
sua volontà ai cittadini, educati per generazioni nel sistema dittatoriale instaurato
da Mosca. Nel 1993 si autoproclamò
türkmenbaşi(padre dei turkmeni) e nel
1999 si fece dichiarare presidente a vita.
Un infarto ha messo ine alla sua carriera
nel 2006, aprendo le porte della presidenza a Gurbanguly Berdimuhammedow, anche lui destinato a rimanere al potere a vita.
Dopo l’indipendenza, Nyýazow decise
di costruire un’identità nazionale che facesse piazza pulita di ogni traccia delle inluenze russe e sovietiche, ma anche del
passato orientale del paese. Il primo passo
fu rinnegare le città costruite dai russi nello
stile usato in tutte le altre ex colonie sovietiche dell’Asia centrale. Per interrompere
quella tradizione architettonica, Nyýazow
volle che la sua capitale fosse costruita soprattutto di marmo, per cui furono sborsati
miliardi di dollari.
Una volta stabilite le basi ideologiche
per dare un nuovo aspetto ad Aşgabat, nel
1997 il türkmenbaşilanciò il progetto del
rinnovamento della città, che si sarebbe
dovuto concludere entro il 2020. La realizzazione dei sogni di modernità del presidente, del tutto scollegati dai bisogni del
paese, richiedeva l’intervento di imprese
occidentali che si adattassero senza batter
ciglio alle sue richieste. Nel 1994 il presidente francese François Mitterrand visitò
il Turkmenistan in compagnia di alcuni uomini d’affari. In quell’occasione mise in
contatto il türkmenbaşicon Martin Bouygues, uno degli uomini più ricchi di Francia
e capo di una grande impresa di costruzioni. Fu in quel momento che nacque il rapporto privilegiato e ancora oggi solido tra
l’azienda francese e l’uomo forte di
Aşgabat: Nyýazowlandia era inalmente
una realtà.
Saggezza orientale
Nonostante la morte del dittatore nel
2006, la presenza di Bouygues in quest’angolo dell’ex impero russo non si è interrotta. L’azienda continua a innalzare impalcature nel cuore di Aşgabat per costruire gli
sfavillanti palazzi governativi che sono i
simboli del potere.
Il gruppo Bouygues si occupa della costruzione dei grandi ediici pubblici: ministeri, palazzi presidenziali, moschee e monumenti. Ma i francesi non sono stati gli
unici a dare forma ai capricci di Nyýazow.
La concorrenza è rappresentata dalla Polimeks, un’azienda turca che si è aggiudicata
l’appalto per gli ediici residenziali e la realizzazione delle statue. Per ottenere i contratti, entrambe le imprese si sono dovute
piegare a un requisito imposto personalmente dal presidente: la traduzione e la
divulgazione del Ruhnama, il “libro
dell’anima”, il cui autore altri non è che
Nyýazow stesso. I rappresentanti di tutte le
aziende straniere, di qualsiasi settore e nazionalità, sono tenuti a rispettare questa
condizione se non vogliono correre il rischio di essere esclusi dalla distribuzione
dei gasdollari turkmeni.
Il Ruhnamaè una raccolta di pensieri
elementari e rilessioni pseudoilosoiche
di una banalità tale che, se non fosse destinato ad abbrutire il popolo turkmeno, ci
sarebbe da ridere. Per citare le parole di
Nyýazow, il Ruhnamaè “una guida morale,
familiare, sociale e religiosa per i turk meni
moderni”. Conoscerlo e saperne recitare i
brani a memoria è necessario per superare
gli esami scolastici, prendere la patente o
aspirare a una carica pubblica. Anche le cerimonie uiciali prevedono canti e coreograie raccolte dal libro.
Seguire alla lettera il codice di comportamento stabilito dal dittatore dà inoltre
accesso a una serie di “beneici” elencati
proprio nelle pagine del libro: “Garantiamo
a tutto il popolo turkmeno la soddisfazione
delle necessità indispensabili della vita
quotidiana come il rifornimento di gas,
elettricità, sale e terra da coltivare. Inoltre,
non è richiesto il pagamento di nessun afitto per le case e la farina è distribuita gratuitamente ai poveri”.
Il successore del türkmenbaşi, Gurbanguly Berdimuhammedow, ha deciso che le sovvenzioni iniranno nel 2030. Ma continua comunque a usare il Ruhnama.
Quando era in vita, Nyýazow ha introdotto l’obbligo di leggere la sua opera nelle
scuole, nei licei e nelle università, e ha fatto
erigere un monumento in onore del libro
nel cuore della città. Realizzato da Polimeks in granito, l’opera riproduce la copertina del volume con l’immagine del suo
autore nelle colossali proporzioni caratteristiche di tutta Nyýazowlandia. Un complesso di fontane illuminate circonda la
base del monumento.
Monumenti smisurati
Da quando il gruppo Bouygues ha cominciato a collaborare con il governo turkmeno ha ottenuto circa 55 appalti, tra cui quello per la costruzione del palazzo residenziale, grande settantamila metri quadrati e
costato più di trecento milioni di dollari.
Anche la moschea più grande dell’Asia centrale, capace di ospitare ventimila persone,
è opera dei francesi. È di un dorato accecante e al suo interno spiccano frasi del
Corano mischiate con grande disinvoltura
a citazioni dal Ruhnama. Questa sfrontatezza ha fatto andare su tutte le furie gli
imam locali, che hanno pagato l’audacia
della loro protesta con il carcere. Bouygues
ha anche regalato al türkmenbaşiun mausoleo, piccolo e sorprendentemente semplice, a pochi passi dalla moschea. È sorvegliato giorno e notte da militari sempre
sull’attenti.
Il monumento alla neutralità, che celebrava la politica estera del paese, era invece
una delle opere realizzate da Polimeks. È
stato costruito su tre enormi pilastri, simile
a una piattaforma di lancio per navicelle
spaziali. In cima c’era l’immagine di Nyýazow, in oro e a corpo intero. Inizialmente il
monumento ruotava su se stesso in modo
che il volto del presidente fosse illuminato
dal sole a ogni ora del giorno. Era sistemato
vicino alla sede del governo, ma su ordine
del nuovo presidente la Polimeks l’ha
smantellato e sostituito con un nuovo monumento realizzato alla periferia della città. Il tutto è costato 217 milioni di dollari,
contro i dodici che c’erano voluti per costruire il primo arco della neutralità. Il nuovo monumento non ruota più.
Attorno al parco dell’indipendenza ci
sono altri monumenti. Quello che commemora l’indipendenza è il più alto di tutti:
118 metri. All’interno della sua base circolare c’è il museo dei valori turkmeni. I visitatori non sono numerosi. È circondato da
una folla di sculture enormi di personaggi
storici locali. Tutt’intorno, un’ininità di
fontane luminose lancia potenti getti d’acqua senza interruzione. Uno spreco incomprensibile, considerato che la metà del paese è occupato dal deserto e che per alimentare le fontane c’è bisogno di ricorrere
al canale di Karakum, che rifornisce di acqua l’intera città sottraendola al fiume
Amu Daria e contribuendo così alla desertiicazione della zona.
Un po’ più avanti, un complesso in
bronzo di cavalli di razza akhal-teké, vero
orgoglio nazionale, contrasta con l’oro
scintillante di un’altra delle statue di Nyýazow. Il memoriale del terremoto del 1948,
che rase al suolo la città, uccidendo più di
centomila persone, è rappresentato da un
toro nero e da una statua del türkmenbaşi
da bambino, scampato al disastro.
Costruire e costruire
Negli ultimi anni il presidente Berdimuhammedow, che si è autonominato arkadag(protettore dei turkmeni), ha leggermente smussato alcuni aspetti della politica del suo predecessore. O, quantomeno,
si è mostrato meno stravagante. Finora si è
limitato a mettere le sue foto nei luoghi
pubblici, ma è comunque rimasto fedele
all’urbanistica fuori misura voluta da
Nyýazow.
Questo atteggiamento ha sollevato diversi dubbi. Wikileaks ha contribuito a
chiarirne alcuni grazie alla divulgazione
dei documenti uiciali dell’amministrazione statunitense che riguardano il Turkmenistan. In uno dei dispacci si parla
dell’esistenza di un sistema di corruzione
smisurato almeno quanto i progetti architettonici del türkmenbaşi: “Le impalcature
degli ediici in costruzione in tutta la città
grondano denaro”, ipotizzano i funzionari
degli Stati Uniti. Una simile cascata di dollari serve per tenere al sicuro gli alti funzionari turkmeni e le loro famiglie, soprattutto il presidente e i suoi fedelissimi. Secondo Washington, i due grandi mali del Turkmenistan sono la corruzione e il nepotismo. Non è un caso se, secondo l’organizzazione Transparency international, il paese è tra i più corrotti al mondo. Per quanto
riguarda le attività di Bouygues, gli Stati
Uniti parlano di un giro d’afari che supererebbe i duemila miliardi di dollari. Secondo i documenti americani, l’impresa francese e la turca Polimeks “hanno avuto un
successo così grande nel campo dell’edilizia perché hanno saputo dominare il mondo degli afari locale”. D’altro canto, stando alle rivelazioni di Wikileaks, l’ambasciata francese in Turkmenistan prende le
distanze dall’azienda di Bouygues solo
quando le conviene, quando ha bisogno di
salvare l’apparenza o quando sente che sta
perdendo potere.
Nonostante tutto, quindi, la collaborazione tra gli ingegneri del gruppo Bouygues e l’arkadagcontinua, al punto che di
recente il presidente si è espresso positivamente sui rapporti con l’impresa francese.
Nel corso dell’ultimo anno sono stati inaugurati nuovi ediici, tra cui alcuni ministeri, e altri ancora ne sono stati annunciati.
Chiaramente lo stile architettonico non è
cambiato e ovunque regnano il lusso, il
marmo di Carrara e le fontane luminose
che spruzzano l’acqua a cui i turkmeni più
poveri non hanno accesso. Il basso costo
dell’energia, legato alle grandi riserve di
gas, fa pensare inoltre che lo spreco di elettricità, usata ogni notte per illuminare la
città, non si fermerà presto.
Gli unici a non godersi i palazzi e il lusso
della nuova Aşgabat sono i turkmeni, che
si scontrano quotidianamente con i problemi legati alla casa, con i continui e incomprensibili tagli ai rifornimenti di luce e
acqua, con un sistema scolastico inefficiente, una sanità pubblica in condizioni
disastrose e strade in pessimo stato.
Paradossalmente i luoghi più animati e
piacevoli della città sono lontani dagli ediici di Bouygues. Si nascondono nei giardini dei vecchi complessi residenziali sovietici, dove ristoranti e cafè ofrono rifugio
agli abitanti della città e ai pochi turisti che
cercano, senza riuscirci, di afacciarsi sul
più chiuso e più misterioso dei paesi
dell’Asia centrale. Nel frattempo i dittatori
continuano a dormire tra i loro guanciali
d’oro.
Palazzi d’oro, fontane illuminate e strade deserte.Aşgabat è un monumento alla follia
della dittatura turkmena. Costruito con i soldi del gas e l’aiuto delle imprese occidentali
rrivare nella capitale del
Turkmenistan è come
fare un viaggio a ritroso
nel tempo. Sembra di es
sere initi in una di quel
le epoche storiche in cui
chi governava aveva il potere assoluto e ge
stiva intere nazioni come patrimoni privati.
Con l’indipendenza del Turkmenistan,
Aşgabat è rinata come un sogno, un delirio
di grandezza di un dittatore in cerca di
un’identità. A vedere i suoi palazzi non ci si
capacita del fatto che più del cinquanta per
cento della popolazione turkmena viva al
di sotto della soglia di povertà. Ci sono
ovunque teatri sontuosi, ma gli abitanti
hanno dovuto dire addio alla musica, al
nema, al balletto e all’opera. Gli ospedali
sono scomparsi per lasciare il posto ai gua
ritori tradizionali, e l’etica pubblica è detta
ta da un libro scritto dall’ex presidente e
considerato una specie di bibbia.
La capitale di questo piccolo stato, che
un tempo faceva parte dell’Unione Sovie
tica, è una città nuova, ultramoderna, co
struita in uno stile indeinibile e con uno
sfarzo che è quasi un’ofesa per gli occhi.
Negli ediici governativi e residenziali si
mescolano elementi dell’architettura gre
coromana e persiana. Molti sono fatti di
marmo bianco, importato grazie ai ricavi
che il paese ottiene dalla vendita del gas, di
cui è il quarto produttore mondiale.
Camminando per le strade della zona
più ricca di Aşgabat, nel quartiere di Ber
zengi, è facile imbattersi in colonne monu
mentali, cupole dorate che sidano la forza
di gravità, cancellate lunghe centinaia di
metri. La ricchezza è ovunque. Tutto è so
vradimensionato e allo stesso tempo di una
freddezza che mette quasi paura.
In queste zone incontrare un turkmeno
è quasi impossibile. Nonostante il lusso e le
strade larghe alcuni metri che costeggiano
i ministeri, i palazzi del governo e gli ediici
residenziali riservati alle élite del paese,
tutto sembra abbandonato. In questo pae
saggio urbano fuori scala umana, che quasi
nessuna persona osa sidare, ogni tanto si
avventura qualche macchina di lusso: “Da
queste parti chiamiamo il quartiere di Ber
zengi la città fantasma”, spiega un abitante
di Aşgabat. Gli appartamenti sitti e l’atmo
sfera di abbandono non fanno che confer
marlo.
Il prezzo altissimo degli immobili e dei
terreni tiene lontana la classe media dalle
zone più moderne della città. Nelle dittatu
re è così: spesso le cose non hanno logica. E
nemmeno i capricci dei dittatori. Quello
del Turkmenistan si chiamava Saparmyrat
Ataýewiç Nyýazow. Aşgabat è piena di sta
tue d’oro che lo ritraggono in diverse posi
zioni. Si trovano nei giardini e nei parchi
che spezzano la monotonia della rigida
geo metria cittadina, pieni di fontane colo
rate e di monumenti di dubbio gusto ai fon
datori della cultura turkmena.
Presente o passato?
Per capire il Turkmenistan bisogna collo
carlo sulla cartina geograica e nella storia.
Altrimenti è impossibile dare un senso a
quello che è successo qui. La prima cosa da
dire è che il paese è nato dalla disintegra zione dell’impero sovietico in Asia centrale
e, anche se per metà è deserto e ha una po
polazione di poco più di cinque milioni di
abitanti, è molto ricco: è tra i maggiori pro
duttori al mondo di gas naturale e si trova
in un’area di grande importanza sotto il
proilo strategico. A sud e a sudest, infatti,
conina con l’Iran e l’Afghanistan, a nor
dest e a nord con altre due ex repubbliche
sovietiche, l’Uzbekistan e il Kazakistan, e a
ovest si afaccia sul mar Caspio. È un paese,
insomma, che produce gas e che – come se
non bastasse – condivide le frontiere con
due delle nazioni più instabili e pericolose
della regione secondo gli Stati Uniti. Ed è
anche una zona di passaggio per raggiun
gere il Medio Oriente.
La sua storia è stata segnata dal totalita
rismo in dall’era sovietica. Dopo il crollo
dell’Urss, la situazione non è migliorata.
Anzi, il pugno di ferro che controllava ogni
aspetto della vita del paese si è fatto ancora
più duro, raggiungendo livelli quasi carica
turali. Qui la realtà economica, politica e
sociale è complicata da spiegare. Il Turk
menistan incassa grandi quantità di dena
ro grazie allo sfruttamento del gas naturale
e del petrolio, ma gli abitanti guadagnano
in media 4.658 dollari all’anno. L’economia
cresce a un ritmo del 9 per cento all’anno,
ma l’uso dissennato delle risorse pubbliche ha trascinato più del cinquanta per cento
della popolazione nella povertà. Il governo, corrotto e in balia dei capricci di un dittatore eccentrico, per anni ha accentrato
quasi tutti gli investimenti. Oggi solo il 25
per cento del pil dipende dall’iniziativa privata.
Quando Nyýazow diventò il primo presidente del Turkmenistan indipendente,
nel 1991, creò un universo a sua misura, in
cui i cittadini erano privati dei diritti più
elementari. I turkmeni dovettero sottoporsi ai suoi gusti e rinunciare alla musica, al
cinema, al balletto, all’opera. La televisione e i teatri furono vietati perché estranei
alla cultura turkmena tradizionale. E, cosa
ancora più grave, le persone furono obbligate a tornare a uno stile di vita arcaico e ad
abbracciare abitudini ormai dimenticate: il
sistema sanitario, per esempio, fu smantellato a favore della medicina tradizionale.
Nyýazow, inoltre, vietò di fumare per
strada perché i suoi medici gli avevano
proibito le sigarette. Questa misura è ancora in vigore e chi non la rispetta è punito
con una multa. Il presidente impose anche
ai ministri del suo governo di percorrere
una volta all’anno il cosiddetto “sentiero
della salute”, una scalinata di diversi chilometri che si arrampica sulle pendici del
Kopet Dag, la catena montuosa a sud di
Aşgabat. Mentre i suoi funzionari sudavano marciando, lui arrivava in elicottero
sulla cima e li aspettava lì.
Nel paese le libertà politiche, di movimento e di espressione sono praticamente
inesistenti: le ong, per esempio Amnesty
international, denunciano continuamente
arresti arbitrari e torture. Il capo di stato è
proprietario di tutti i giornali e il Turkmenistan occupa il terzultimo posto (è 177° su
un totale di 179 paesi) nella classiica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa. Anche l’accesso a internet è iltrato dal
governo, e ottenere una connessione è
estremamente complicato.
Allora perché, nonostante tutto questo,
i paesi occidentali non battono ciglio? Semplice: per i soldi e le risorse naturali del
Turkmenistan. L’Europa e gli Stati Uniti
fanno inta di non vedere gli abusi commessi per proteggere i loro interessi, considerato che l’indipendenza turkmena ha
spezzato il monopolio russo sul petrolio e
sul gas dell’Asia Centrale, aprendo le porte
agli investimenti dei paesi che cercano di
diversiicare le loro fonti di approvvigionamento energetico. Washington e Bruxelles,
inoltre, riconoscono ad Aşgabat un ruolo
chiave nel frenare l’avanzata dell’islam
nella regione: “Gli iraniani vengono qui a
fare la loro propaganda, ma il governo li
tiene sotto stretto controllo. E non hanno
grande libertà di azione”, mi spiega un turkmeno appena sollevo l’argomento. La pace è una cornice ideale per fare afari.
Il sogno di Nyýazow
Nel 1990 Saparmyrat Ataýewiç Nyýazow
era presidente del soviet supremo del
Turk menistan e con il crollo dell’Urss, un
anno dopo, si trasformò in un batter d’occhio nel primo presidente del paese. Erede
della tradizione russa dell’assolutismo e
del culto della personalità, diventò presto
l’unico padrone del paese, imponendo la
sua volontà ai cittadini, educati per generazioni nel sistema dittatoriale instaurato
da Mosca. Nel 1993 si autoproclamò
türkmenbaşi(padre dei turkmeni) e nel
1999 si fece dichiarare presidente a vita.
Un infarto ha messo ine alla sua carriera
nel 2006, aprendo le porte della presidenza a Gurbanguly Berdimuhammedow, anche lui destinato a rimanere al potere a vita.
Dopo l’indipendenza, Nyýazow decise
di costruire un’identità nazionale che facesse piazza pulita di ogni traccia delle inluenze russe e sovietiche, ma anche del
passato orientale del paese. Il primo passo
fu rinnegare le città costruite dai russi nello
stile usato in tutte le altre ex colonie sovietiche dell’Asia centrale. Per interrompere
quella tradizione architettonica, Nyýazow
volle che la sua capitale fosse costruita soprattutto di marmo, per cui furono sborsati
miliardi di dollari.
Una volta stabilite le basi ideologiche
per dare un nuovo aspetto ad Aşgabat, nel
1997 il türkmenbaşilanciò il progetto del
rinnovamento della città, che si sarebbe
dovuto concludere entro il 2020. La realizzazione dei sogni di modernità del presidente, del tutto scollegati dai bisogni del
paese, richiedeva l’intervento di imprese
occidentali che si adattassero senza batter
ciglio alle sue richieste. Nel 1994 il presidente francese François Mitterrand visitò
il Turkmenistan in compagnia di alcuni uomini d’affari. In quell’occasione mise in
contatto il türkmenbaşicon Martin Bouygues, uno degli uomini più ricchi di Francia
e capo di una grande impresa di costruzioni. Fu in quel momento che nacque il rapporto privilegiato e ancora oggi solido tra
l’azienda francese e l’uomo forte di
Aşgabat: Nyýazowlandia era inalmente
una realtà.
Saggezza orientale
Nonostante la morte del dittatore nel
2006, la presenza di Bouygues in quest’angolo dell’ex impero russo non si è interrotta. L’azienda continua a innalzare impalcature nel cuore di Aşgabat per costruire gli
sfavillanti palazzi governativi che sono i
simboli del potere.
Il gruppo Bouygues si occupa della costruzione dei grandi ediici pubblici: ministeri, palazzi presidenziali, moschee e monumenti. Ma i francesi non sono stati gli
unici a dare forma ai capricci di Nyýazow.
La concorrenza è rappresentata dalla Polimeks, un’azienda turca che si è aggiudicata
l’appalto per gli ediici residenziali e la realizzazione delle statue. Per ottenere i contratti, entrambe le imprese si sono dovute
piegare a un requisito imposto personalmente dal presidente: la traduzione e la
divulgazione del Ruhnama, il “libro
dell’anima”, il cui autore altri non è che
Nyýazow stesso. I rappresentanti di tutte le
aziende straniere, di qualsiasi settore e nazionalità, sono tenuti a rispettare questa
condizione se non vogliono correre il rischio di essere esclusi dalla distribuzione
dei gasdollari turkmeni.
Il Ruhnamaè una raccolta di pensieri
elementari e rilessioni pseudoilosoiche
di una banalità tale che, se non fosse destinato ad abbrutire il popolo turkmeno, ci
sarebbe da ridere. Per citare le parole di
Nyýazow, il Ruhnamaè “una guida morale,
familiare, sociale e religiosa per i turk meni
moderni”. Conoscerlo e saperne recitare i
brani a memoria è necessario per superare
gli esami scolastici, prendere la patente o
aspirare a una carica pubblica. Anche le cerimonie uiciali prevedono canti e coreograie raccolte dal libro.
Seguire alla lettera il codice di comportamento stabilito dal dittatore dà inoltre
accesso a una serie di “beneici” elencati
proprio nelle pagine del libro: “Garantiamo
a tutto il popolo turkmeno la soddisfazione
delle necessità indispensabili della vita
quotidiana come il rifornimento di gas,
elettricità, sale e terra da coltivare. Inoltre,
non è richiesto il pagamento di nessun afitto per le case e la farina è distribuita gratuitamente ai poveri”.
Il successore del türkmenbaşi, Gurbanguly Berdimuhammedow, ha deciso che le sovvenzioni iniranno nel 2030. Ma continua comunque a usare il Ruhnama.
Quando era in vita, Nyýazow ha introdotto l’obbligo di leggere la sua opera nelle
scuole, nei licei e nelle università, e ha fatto
erigere un monumento in onore del libro
nel cuore della città. Realizzato da Polimeks in granito, l’opera riproduce la copertina del volume con l’immagine del suo
autore nelle colossali proporzioni caratteristiche di tutta Nyýazowlandia. Un complesso di fontane illuminate circonda la
base del monumento.
Monumenti smisurati
Da quando il gruppo Bouygues ha cominciato a collaborare con il governo turkmeno ha ottenuto circa 55 appalti, tra cui quello per la costruzione del palazzo residenziale, grande settantamila metri quadrati e
costato più di trecento milioni di dollari.
Anche la moschea più grande dell’Asia centrale, capace di ospitare ventimila persone,
è opera dei francesi. È di un dorato accecante e al suo interno spiccano frasi del
Corano mischiate con grande disinvoltura
a citazioni dal Ruhnama. Questa sfrontatezza ha fatto andare su tutte le furie gli
imam locali, che hanno pagato l’audacia
della loro protesta con il carcere. Bouygues
ha anche regalato al türkmenbaşiun mausoleo, piccolo e sorprendentemente semplice, a pochi passi dalla moschea. È sorvegliato giorno e notte da militari sempre
sull’attenti.
Il monumento alla neutralità, che celebrava la politica estera del paese, era invece
una delle opere realizzate da Polimeks. È
stato costruito su tre enormi pilastri, simile
a una piattaforma di lancio per navicelle
spaziali. In cima c’era l’immagine di Nyýazow, in oro e a corpo intero. Inizialmente il
monumento ruotava su se stesso in modo
che il volto del presidente fosse illuminato
dal sole a ogni ora del giorno. Era sistemato
vicino alla sede del governo, ma su ordine
del nuovo presidente la Polimeks l’ha
smantellato e sostituito con un nuovo monumento realizzato alla periferia della città. Il tutto è costato 217 milioni di dollari,
contro i dodici che c’erano voluti per costruire il primo arco della neutralità. Il nuovo monumento non ruota più.
Attorno al parco dell’indipendenza ci
sono altri monumenti. Quello che commemora l’indipendenza è il più alto di tutti:
118 metri. All’interno della sua base circolare c’è il museo dei valori turkmeni. I visitatori non sono numerosi. È circondato da
una folla di sculture enormi di personaggi
storici locali. Tutt’intorno, un’ininità di
fontane luminose lancia potenti getti d’acqua senza interruzione. Uno spreco incomprensibile, considerato che la metà del paese è occupato dal deserto e che per alimentare le fontane c’è bisogno di ricorrere
al canale di Karakum, che rifornisce di acqua l’intera città sottraendola al fiume
Amu Daria e contribuendo così alla desertiicazione della zona.
Un po’ più avanti, un complesso in
bronzo di cavalli di razza akhal-teké, vero
orgoglio nazionale, contrasta con l’oro
scintillante di un’altra delle statue di Nyýazow. Il memoriale del terremoto del 1948,
che rase al suolo la città, uccidendo più di
centomila persone, è rappresentato da un
toro nero e da una statua del türkmenbaşi
da bambino, scampato al disastro.
Costruire e costruire
Negli ultimi anni il presidente Berdimuhammedow, che si è autonominato arkadag(protettore dei turkmeni), ha leggermente smussato alcuni aspetti della politica del suo predecessore. O, quantomeno,
si è mostrato meno stravagante. Finora si è
limitato a mettere le sue foto nei luoghi
pubblici, ma è comunque rimasto fedele
all’urbanistica fuori misura voluta da
Nyýazow.
Questo atteggiamento ha sollevato diversi dubbi. Wikileaks ha contribuito a
chiarirne alcuni grazie alla divulgazione
dei documenti uiciali dell’amministrazione statunitense che riguardano il Turkmenistan. In uno dei dispacci si parla
dell’esistenza di un sistema di corruzione
smisurato almeno quanto i progetti architettonici del türkmenbaşi: “Le impalcature
degli ediici in costruzione in tutta la città
grondano denaro”, ipotizzano i funzionari
degli Stati Uniti. Una simile cascata di dollari serve per tenere al sicuro gli alti funzionari turkmeni e le loro famiglie, soprattutto il presidente e i suoi fedelissimi. Secondo Washington, i due grandi mali del Turkmenistan sono la corruzione e il nepotismo. Non è un caso se, secondo l’organizzazione Transparency international, il paese è tra i più corrotti al mondo. Per quanto
riguarda le attività di Bouygues, gli Stati
Uniti parlano di un giro d’afari che supererebbe i duemila miliardi di dollari. Secondo i documenti americani, l’impresa francese e la turca Polimeks “hanno avuto un
successo così grande nel campo dell’edilizia perché hanno saputo dominare il mondo degli afari locale”. D’altro canto, stando alle rivelazioni di Wikileaks, l’ambasciata francese in Turkmenistan prende le
distanze dall’azienda di Bouygues solo
quando le conviene, quando ha bisogno di
salvare l’apparenza o quando sente che sta
perdendo potere.
Nonostante tutto, quindi, la collaborazione tra gli ingegneri del gruppo Bouygues e l’arkadagcontinua, al punto che di
recente il presidente si è espresso positivamente sui rapporti con l’impresa francese.
Nel corso dell’ultimo anno sono stati inaugurati nuovi ediici, tra cui alcuni ministeri, e altri ancora ne sono stati annunciati.
Chiaramente lo stile architettonico non è
cambiato e ovunque regnano il lusso, il
marmo di Carrara e le fontane luminose
che spruzzano l’acqua a cui i turkmeni più
poveri non hanno accesso. Il basso costo
dell’energia, legato alle grandi riserve di
gas, fa pensare inoltre che lo spreco di elettricità, usata ogni notte per illuminare la
città, non si fermerà presto.
Gli unici a non godersi i palazzi e il lusso
della nuova Aşgabat sono i turkmeni, che
si scontrano quotidianamente con i problemi legati alla casa, con i continui e incomprensibili tagli ai rifornimenti di luce e
acqua, con un sistema scolastico inefficiente, una sanità pubblica in condizioni
disastrose e strade in pessimo stato.
Paradossalmente i luoghi più animati e
piacevoli della città sono lontani dagli ediici di Bouygues. Si nascondono nei giardini dei vecchi complessi residenziali sovietici, dove ristoranti e cafè ofrono rifugio
agli abitanti della città e ai pochi turisti che
cercano, senza riuscirci, di afacciarsi sul
più chiuso e più misterioso dei paesi
dell’Asia centrale. Nel frattempo i dittatori
continuano a dormire tra i loro guanciali
d’oro.
martedì 21 gennaio 2014
1033 - Il tiranno amato dall’occidente Jefrey Gettleman, The New York Times, Stati Uniti Il presidente ruandese Paul Kagame vuole sconiggere la povertà e l’odio a sfondo etnico. I paesi occidentali gli assicurano ingenti aiuti per lo sviluppo, ma chiudono un occhio di fronte ai suoi metodi autoritari. Un giornalista del New York Times l’ha incontrato nella capitale Kigali
aul Kagame, il presidente
del Ruanda, mi ha dato appuntamento alle undici di
mattina di un sabato di agosto. Il suo uicio è in cima a
una collina vicino al centro
di Kigali. Ogni volta che torno nella capitale
ruandese rimango colpito dalla pulizia e
dall’eicienza di questa città, caratteristiche ancora più eccezionali se si considera
che il Ruanda è uno dei paesi più poveri del
mondo. Plotoni di donne con i guanti bianchi spazzano le strade. In centro il traico
scorre luido intorno a una fontana gigantesca. Non c’è spazzatura in giro e, diversamente da molte altre città africane, non si
vedono sacchetti di plastica attaccati agli
alberi e ai recinti perché il governo di Kagame li ha vietati. Non ci sono giovani senzatetto che dormono sui marciapiedi o che
snifano colla. Vagabondi e piccoli criminali sono stati arrestati e spediti in un “centro
di riabilitazione” giovanile su un’isola in
mezzo al lago Kivu. A Kigali non ci sono
neppure grandi baraccopoli perché il governo non le tollera.
Il Ruanda è uno dei paesi più sicuri che
ho visitato e questo è diicile da conciliare
con il fatto che nel 1994, in cento giorni, qui
furono uccisi più civili che in qualsiasi altro
periodo di tre mesi della storia umana. Durante il genocidio, la maggioranza hutu si
scagliò contro la minoranza tutsi massacrando circa un milione di persone. Oggi è
diicile perino trovare dei pedoni indisciplinati.
Nessun paese in Africa, e forse nel mondo intero, è cambiato così radicalmente in
un arco di tempo tanto breve, e Kagame ha
guidato con accortezza questa trasformazione. In confronto ad altri presidenti – come Robert Mugabe dello Zimbabwe, un
megalomane, o Joseph Kabila della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), afabile ma inetto – Kagame sembra un dono del
cielo. Morigerato, stoico, analitico e austero, di solito rimane sveglio ino alle due o
alle tre di notte per sfogliare vecchi numeri
dell’Economist o i rapporti spediti dai villaggi di tutto il paese per trovare il modo
migliore per sfruttare il miliardo di dollari
di aiuti che il suo governo riceve ogni anno.
Kagame è una presenza issa al Forum economico mondiale di Davos ed è in ottimi
rapporti con molti uomini di potere, tra cui
Bill Gates e Bono.
Il presidente ruandese ha ottenuto progressi indiscutibili nella lotta contro il più
grande male dell’Africa: la povertà. Il suo
paese è ancora molto povero – in media gli
abitanti vivono con meno di un dollaro e
mezzo al giorno – ma la situazione è molto
migliorata rispetto al passato. Il governo
Kagame ha ridotto la mortalità infantile del
70 per cento, ha fatto crescere l’economia a
una media dell’8 per cento annuo negli ultimi cinque anni e ha istituito un programma
nazionale di assicurazione sanitaria. Progressista sotto vari aspetti, Kagame ha aidato numerosi incarichi politici a donne.
Oggi il parlamento ruandese conta la percentuale di donne più alta del mondo (64
per cento). I suoi sostenitori, in patria e
all’estero, afermano che ha abilmente riorganizzato la società ruandese per disinnescare le rivalità etniche.
Un alleato comodo
Il problema, però, non sono tanto i risultati
ottenuti dal presidente, quanto i suoi metodi. Ha fama di essere spietato e brutale, è
accusato di reprimere il suo popolo e di aver
inanziato segretamente alcuni gruppi ribelli nella vicina Repubblica Democratica
del Congo. O almeno, questo è quello che
afermano i suoi critici – tra cui alti funzionari delle Nazioni Unite e diplomatici occidentali – e i dissidenti ruandes all’estero. Secondo loro il Ruanda di Kagame è stretto in una camicia di forza. Pochi
ruandesi si sentono liberi di parlare apertamente del presidente e molti aspetti della
loro vita sono rigidamente regolati dal governo. Molti dicono di sentirsi spiati da Kagame in persona.
Pur di tutelare i loro interessi strategici,
gli Stati Uniti hanno spesso appoggiato dei
dittatori, mettendo da parte ogni preoccupazione sui diritti umani e sui princìpi democratici. Ma la situazione del Ruanda è
diversa da quella dell’Egitto o dell’Arabia
Saudita, perché Washington non ha espliciti interessi strategici in questo paese africano. È minuscolo, ha poche risorse naturali e
non ospita terroristi islamici. E allora perché l’occidente si è afrettato a sostenere
Kagame? Un diplomatico che lavora in
Ruanda mi ha spiegato che il presidente è
diventato un raro simbolo di progresso in
un continente dove proliferano gli stati falliti e la corruzione. Kagame dà lustro all’immagine dell’industria miliardaria degli aiuti. “Metti dentro i soldi e tiri fuori i risultati”,
mi ha detto il diplomatico. Sì, Kagame è
“assolutamente spietato”, ma gli Stati Uniti
hanno interesse ad averlo come allea to perché sta dimostrando che gli aiuti all’Africa
non sono soldi buttati e che con la leadership giusta i paesi poveri possono rimettersi
in piedi.
Il taxi mi lascia all’ingresso della residenza presidenziale, sorvegliata da due
guardie armate di mitra. I collaboratori di
Kagame mi invitano a passare attraverso il
metal detector e mi accompagnano in una
sala cavernosa con un tappeto color pesca.
Mi accomodo su un’elegante sedia di legno.
Mi aspetto di incontrare una persona
dall’aria minacciosa, perciò rimango sorpreso quando Kagame scivola nella stanza
silenziosamente e si materializza accanto a
me senza che me ne accorga. Mi accoglie
con un sorriso timido e sembra più nervoso
di me.
Kagame, 55 anni, è cresciuto in una capanna con il tetto di paglia in un campo profughi in Uganda, un’umiliazione particolarmente grave per un tutsi come lui. I re tutsi
hanno dominato il Ruanda per secoli, prima che la maggioranza hutu rovesciasse la
situazione nel 1959, uccidendo centinaia o
forse migliaia di tutsi e costringendo molti,
tra cui la famiglia di Kagame, a scappare per
salvarsi la vita. Quando aveva circa dodici
anni e viveva nel campo profughi, Kagame
chiese al padre: “Perché ci troviamo qui?
Perché dobbiamo vivere in questo modo?
Cosa abbiamo fatto di male?”.
Questo, spiega Kagame, ha segnato la nascita della sua coscienza politica. “È qui
che comincia tutto”, sussurra. Questa storia
me la racconta all’inizio dell’intervista, che
dura quasi tre ore. Il presidente sembra
aperto, esuberante e cordiale. Parla un ottimo inglese con un forte accento. Militare di
formazione, racconta di essersi unito a un
gruppo ribelle ugandese poco dopo aver inito il liceo, di aver fatto carriera e di aver
passato un breve periodo nella scuola di
Fort Leavenworth, una base militare
dell’esercito statunitense in Kansas,
nell’ambito di un’iniziativa del Pentagono
per rendere più professionali gli eserciti
africani.
Ma Kagame abbandonò il programma
per diventare uno dei comandanti di una
forza ribelle tutsi che nel 1990 invase il
Ruanda. Ben presto sarebbe diventato il capo dell’Esercito patriottico ruandese, impegnato a rovesciare il governo hutu.
Nell’aprile del 1994, quando fu abbattuto
un aereo che trasportava il presidente ruandese di etnia hutu, gli estremisti hutu esortarono i loro seguaci, soprattutto attraverso
le radio, ad annientare i tutsi. Le squadre
della morte imperversarono in tutto il paese
ino a quando l’esercito ribelle di Kagame
prese d’assalto la capitale mettendo ine al
genocidio e conquistando il potere. Kagame diventò ministro della difesa, vicepresidente e inine presidente. In base alla costituzione ruandese, che prevede due soli
mandati settennali, dovrebbe lasciare l’incarico nel 2017. Ma a Kigali si dice che probabilmente chiederà al parlamento di
emendare la costituzione per candidarsi
una terza volta.
La bomba demograica
Nonostante i grandi passi avanti, il Ruanda
è ancora una bomba a orologeria dal punto
di vista demograico. È uno dei paesi più
densamente popolati dell’Africa e, malgrado un recente programma di vasectomia
gratuita, ha ancora un tasso di natalità pericolosamente alto. La maggior parte dei
ruandesi è composta da contadini e la loro
vita è inesorabilmente legata alla terra. Ma
ogni centimetro di quella terra, dalle paludi
alle vette delle montagne, è già occupato.
Quando chiedo a Kagame come pensa di
afrontare il problema, spiega che una delle
sue priorità è incoraggiare le donne ad avere meno igli. “Abbiamo insegnato alle donne a dire di no. Diciamo loro: ‘Non ti accontentare. Meriti di meglio’”. Cambiare atteggiamenti radicati richiede tempo, aggiunge,
“però funziona”.
Perino i critici più severi di Kagame riconoscono che sotto la sua guida molte cos sono migliorate. La speranza media di vita,
per esempio, è passata a 56 anni rispetto ai
36 del 1994. La malaria era una delle principali cause di morte, ma il governo ha lanciato una campagna di disinfestazione su larga
scala e ha distribuito milioni di zanzariere.
In questo modo le morti dovute alla malaria
sono diminuite dell’85 per cento tra il 2005
e il 2011.
Kagame ha fatto costruire centinaia di
nuove scuole e installare chilometri di cavi
in ibra ottica, investendo in progetti infrastrutturali, tra cui un impianto per l’energia
geotermica. L’economia del Ruanda è tra le
più dinamiche del continente, sebbene il
paese non possa contare su risorse minerarie signiicative e non abbia uno sbocco sul mare. Kagame spera di fare soldi anche con
il cafè, il tè e i gorilla. “Il Ruanda ha superato le aspettative di tutti e continua a stupire”, dice Jendayi Frazer, ex sottosegretario
di stato per gli afari africani, che ha contribuito a indirizzare decine di milioni di dollari di aiuti statunitensi verso il Ruanda.
Il paese riceve parecchi inanziamenti
perché Kagame è un leader stimato. È un
uomo attivo e pragmatico, più interessato a
far funzionare le cose che all’ideologia.
Ama le nuove tecnologie – ha un proilo su
Twitter – ed è molto bravo a suddividere
progetti vasti e ambiziosi in progetti più piccoli e più facili da gestire. Nel 2012 il Ruanda
è salito al 52° posto, rispetto al 158° del 2005,
nella classiica Doing business della Banca
mondiale perché Kagame ha creato un’unità speciale del governo che esamina attentamente il sistema di classiicazione della
Banca mondiale per cercare di capire come
migliorare il punteggio del Ruanda sotto
ogni aspetto.
La corruzione, mi spiega Kagame, è “un
parassita” che scava nella carne di un paese
e “uccide la nazione”. Un’innovazione introdotta da Kagame per tenere sotto controllo i vari livelli della sua amministrazione
è pretendere che i funzionari irmino degli
imihigo, obiettivi. Gli imihigofunzionano
come i contratti di rendimento delle aziende e sono lunghi documenti che indicano
obiettivi specifici, dal numero di segnali
stradali da piantare in un anno alle tonnellate di ananas da raccogliere. Lo staf di Kagame mi ha stampato un paio di imihigo,
ciascuno irmato personalmente da Kagame. Sono rimasto colpito dall’attenzione
ossessiva per i dettagli, dal numero di adulti di un particolare distretto rurale che devono imparare a leggere (1.500) al numero
di mucche da fecondare (3.000).
Il Ruanda è piccolissimo, e per questo
realizzare progetti ambiziosi è più facile che
in altri paesi dove esistono grandi territori
isolati dalla capitale. Molti storici spiegano
che il Ruanda ha una storia anomala per
l’Africa perché è sempre stato rigidamente
controllato. Prima che gli europei colonizzassero il continente, nell’ottocento c’erano
pochi stati forti e centralizzati. Due ecce zioni erano il Ruanda e l’Etiopia, dove altipiani insolitamente fertili e densamente
popolati avevano fatto nascere dei regni e
degli eserciti disciplinati che avevano inito
per dominare i popoli più deboli. Ancora
oggi il Ruanda e l’Etiopia vengono spesso
paragonati: due società emerse da conlitti
con una forte leadership tecnocratica, ma
anche con una tradizione di autoritarismo e
spietatezza.
Squadra di killer
Fuori il sole picchia, ma le tende pesanti
fermano la luce e confondono il senso dello
scorrere del tempo. Kagame porta avanti la
sua ofensiva di charme, parlando dei miglioramenti dell’agricoltura e del fatto che i
contadini ruandesi usano più fertilizzanti
rispetto al passato. Ma quando sollevo l’argomento della sua fama di tiranno tra i dissidenti ruandesi, Kagame s’irrigidisce.
A detta di molti, Faustin Kayumba
Nyamwasa è l’oppositore più temuto da Kagame. I due erano amici quando vivevano
in Uganda trent’anni fa. Nyamwasa è entrato molto presto nelle ile dei ribelli tutsi e in
seguito è diventato capo di stato maggiore
dell’esercito ruandese. Quando sono andato a trovarlo in Sudafrica, nella primavera
del 2012, ha espresso con sincerità il suo
odio verso Kagame.
“Kagame è diventato stupidamente arrogante”, mi ha detto Nyamwasa, elencando quelli che considera i più gravi errori del
presidente, tra cui la sua ingerenza nella
Repubblica Democratica del Congo e il fatto di aver allontanato da sé chiunque non
fosse d’accordo con lui. Nel 2010, dopo aver
contestato alcune decisioni del presidente
e sentendo voci di un possibile arresto,
Nyamwasa è fuggito dal Ruanda attraversando un iume a nuoto e ha raggiunto Johannesburg, dove pensava di essere al sicuro. Qualche mese dopo, mentre tornava a
casa, ha visto un uomo armato di pistola
correre verso la sua auto. L’uomo gli ha sparato allo stomaco e poi ha cercato di dargli
un colpo di grazia, ma la pistola si è inceppata. “Kagame stava cercando di uccidermi”, mi ha rivelato Nyamwasa. “Non ci sono dubbi”. A Johannesburg sei persone sono state processate in relazione all’attentato: tre di loro sono ruandesi.
Molti dissidenti sostengono che il Ruanda dispone di un servizio di intelligence letale, con assassini in grado di operare ovunque. René Claudel Mugenzi, un attivista
ruandese per i diritti umani che vive nel Regno Unito, mi ha raccontato che nel marzo
del 2011 Kagame aveva partecipato a un
programma della Bbc e che lui aveva telefonato per fargli una domanda provocatoria
– se in Ruanda poteva scoppiare una rivolta
simile a quelle della primavera araba. Qualche settimana dopo due poliziotti di Scotland Yard hanno bussato alla sua porta per
consegnargli una lettera. “Secondo informazioni aidabili il governo ruandese pone
una minaccia imminente alla sua vita”, diceva. Mugenzi era sbalordito. “Non avevo
mai pensato che potessero cercare di uccidermi nel Regno Unito”, spiega (il governo
ruandese ha negato di aver ordito un complotto per uccidere Mugenzi).
Guardando l’uomo seduto di fronte a
me è diicile credere alle accuse secondo
cui Kagame comanda una squadra internazionale di killer. In risposta alle mie domande sull’opposizione politica, fa vaghe allusioni ai dissidenti come Nyamwasa deinendoli dei “ladri”, pronti a sfruttare l’idea
“che in Africa non succeda niente di buono
e che ogni leader sia un dittatore e un oppressore.”
David Himbara, un altro ex consigliere
di Kagame, fuggito a Johannesburg nel
2010, mi ha raccontato una storia sugli
scoppi d’ira di Kagame. Nel 2009 il presidente aveva convocato nel suo uicio due
impiegati, aveva sbattuto violentemente la
porta e aveva cominciato a urlare chiedendo dove avevano comprato le tende della
sala. Poi aveva fatto entrare due guardie armate di bastoni. Kagame aveva ordinato ai
due impiegati di sdraiarsi con la faccia a terra e aveva cominciato a picchiarli. Dopo
cinque minuti si era stancato e le guardie gli
avevano dato il cambio. Himbara dice che
la scena dava il voltastomaco. Quasi tutti i
conoscenti di Kagame con cui ho parlato mi
hanno raccontato storie simili. Noble Marara, un suo ex autista che vive in esilio nel
Regno Unito, osserva: “Se dovessi fare una
diagnosi, direi che sofre di disturbi della
personalità”.
Himbara è convinto che sebbene sia riuscito a conquistare il potere, Kagame è ancora una persona molto insicura. “È riuscito
appena a inire il liceo”, spiega l’ex consigliere, che ha conseguito un dottorato in
Canada, ed è stato uno dei principali collaboratori del presidente. “Era diicile lavorare con lui perché dovevamo sempre trovare il modo di far sembrare che fosse lui la
mente dietro ogni iniziativa. Una volta gli
scrissi un discorso e lui mi disse: ‘Credi di
essere più intelligente di me perché hai preso un dottorato in Canada? Sei un contadino. Vacci tu a leggere questo stupido discorso!’”. Himbara aveva dovuto rispondergli:
“No signore, lei è il presidente e nelle mie
mani il discorso è solo il prodotto di uno stupido contadino. Ma nelle sue è qualcosa di
speciale”.
Quando chiedo conferma della storia
del pestaggio, Kagame si china verso di me.
“È la mia natura. Posso essere molto duro e
fare errori di questo tipo”. Ma quando lo incalzo su altri episodi di violenza che mi sono
stati riferiti, mi risponde stizzito: “Dobbiamo metterci a elencare ogni nome, ogni incidente?”.
Si irrita ancora di più quando gli chiedo
di un suo costoso viaggio a New York nel
2011. All’epoca avevo sentito dire che aveva
speso 15mila dollari a notte per una suite. Fa
quasi spavento vedere con quanta rapidità
abbandona il suo atteggiamento cordiale
per diventare autoritario. Evidentemente
non è abituato alle domande provocatorie,
soprattutto se arrivano da un giornalista.
Kagame è accusato di aver sofocato gran
parte dei mezzi d’informazione indipendenti del Ruanda. Nel 2012 la giornalista
Agnès Uwimana Nkusi è stata condannata
a quattro anni di carcere con l’accusa di aver
insultato il presidente e messo in pericolo la
sicurezza nazionale pubblicando una serie
di articoli che lo criticavano. Un altro, JeanLéonard Rugambage, è stato ucciso dopo
aver pubblicato un articolo sui sospetti che
il governo di Kigali fosse implicato nell’at tentato a Faustin Kayumba Nyamwasa.
Quindi passiamo a un altro argomento: i
suoi sforzi per neutralizzare le tensioni etniche adottando leggi contro il “settarismo” e
“l’ideologia genocida”. Queste norme sono
state criticate perché impediscono qualunque dibattito sull’etnia e il governo di Kagame le sta rivedendo.
Quando cerco di afrontare la questione
etnica con gli abitanti di Kigali non vado
troppo lontano. La maggior parte si riiuta
di dirmi se è hutu o tutsi, e dichiara di essere
semplicemente ruandese. Un giorno mi dirigo verso il distretto di Nyamasheke,
nell’ovest del paese, sperando che la distanza dalla capitale possa permettere alla gente di parlare più apertamente. Mentre percorro circa 150 chilometri sulle colline, vedo
uomini che trasportano cataste di legna appena tagliata, donne che trascinano taniche
di acqua torbida e bambini che tirano calci
a palloni di stracci. C’è gente dappertutto.
Le colline sono animate e ritagliate in un’ininità di piccoli campi coltivati a cafè, mais,
canna da zucchero e banane.
Passo la notte a casa di Alfred, un maestro di scuola che ho incontrato lungo la
Internazionale 1033 | 10 gennaio 2014 51
strada. Vive in una casetta con il pavimento
umido e una presina appesa al muro che dice “Gesù mi ama”. Davanti a una cena di
banane cotte e una scatola di sardine aperta
in mio onore, Alfred dice che con Kagame
la vita della sua famiglia è migliorata. “I
miei igli mangiano più di quanto facevo
io”, dice. “Tutto è migliorato: sicurezza,
istruzione, salute”. Penso che forse Alfred
sta lodando Kagame perché anche lui è tutsi. Ma lui scoppia a ridere quando gli chiedo
la sua etnia: “Oggi non lo diciamo. Però in
passato ero un hutu”.
Non è un segreto
Il mattino dopo incontro un altro hutu, molto più critico. Sostiene che i tutsi sono favoriti dal governo in tutto, dalle borse di studio per l’università alle cariche più importanti, con il pretesto di un programma di
airmative actiondestinato ai “sopravvissuto al genocidio” che, per deinizione, sono
tutsi. Tutto il sistema è truccato in modo da
tenere in alto i tutsi e in basso gli hutu, dice,
e “durante le elezioni gli emissari del partito ti strappavano la scheda se non votavi per
Kagame”. Durante le ultime consultazioni,
nel 2010, Kagame ha ottenuto il 93 per cento dei consensi, dopo che il suo governo
aveva di fatto impedito la partecipazione ai
principali partiti di opposizione.
Alcuni ruandesi dicono che Kagame
cerca di sminuire l’importanza del fattore
etnico solo per nascondere il fatto che i tutsi, circa il 15 per cento della popolazione,
controllano praticamente tutto. Se nessuno
può parlare del problema etnico, allora è
diicile parlare di un dominio tutsi. Quando afronto la questione con Kagame, cerca
di convincermi che in realtà i tutsi non controllano la politica e l’economia. Poi, quando gli sottopongo fatti speciici – i ministri
della difesa, della salute, degli esteri e delle
inanze sono tutsi, insieme ad alcuni degli
uomini più ricchi del paese – ammette che i
tutsi potrebbero godere di qualche vantaggio, ma questo avviene “in automatico, non
di proposito”.
Quello che tanti critici di Kagame trovano frustrante è che la repressione non è affatto un segreto. Human rights watch e Amnesty international hanno pubblicato rapporti dettagliati sui metodi usati dal governo per tenere sotto stretto controllo la so cietà ruandese. Dopo le presidenziali del
2010 alcuni funzionari hanno denunciato la
“mancanza di spazio politico” ma il lusso
degli aiuti non si è fermato. Il sostegno degli
Stati Uniti è rimasto più o meno lo stesso,
circa 200 milioni di dollari all’anno in aiuti
diretti bilaterali. Accusato di molti crimini
nel corso degli anni, Kagame ha fatto tesoro
dei suoi contatti e dei suoi successi per sottrarsi alle critiche. E cerca di sfruttare anche
il senso di colpa occidentale, ricordando
spesso che durante il genocidio tutti i governi abbandonarono il Ruanda. Il messaggio
è chiaro: nessuno all’esterno può vantare
una superiorità morale, e nessuno dovrebbe dire a Kagame cosa è giusto e cosa è sbagliato.
“Il Ruanda non è un paese facile”, dice
un funzionario occidentale che ha collaborato con il governo a progetti di sviluppo.
“Kagame è oppressivo? Sicuramente sì.
Gliel’abbiamo fatto notare, chiedendogli
un’apertura? In continuazione”. Ma poi il
funzionario aggiunge: “Non sappiamo
quanto sia delicata la situazione. Non abbiamo accesso alle informazioni di cui dispone il presidente”. È possibile, spiega, che
combattenti hutu in Ruanda o nella Repubblica Democratica del Congo stiano ancora
cercando di rovesciare Kagame, “perciò gli
concediamo il beneicio del dubbio”.
Dalle trincee al palazzo
Kagame non è l’unico leader africano a essere allo stesso tempo eicace e oppressivo,
anche se forse è il più eicace e tra i più oppressivi. L’ugandese Yoweri Museveni ha
portato la stabilità nel suo paese e pavimentato moltissime strade nei suoi 27 anni di
presidenza, ma ha anche perseguitato giornalisti e oppositori. L’etiope Meles Zenawi,
che ha governato per 21 anni prima di morire nell’estate del 2012, ha favorito il boom
economico del suo paese ma ha anche annientato ogni forma di dissenso. Isaias Afewerki, il presidente dell’Eritrea, a un certo
punto della sua carriera era un leader afascinante e progressista, ma poi ha riiutato
gli aiuti occidentali, incarcerato i dissidenti
in container sotterranei e trasformato il suo
paese nella Corea del Nord africana. È significativo che tutti questi uomini siano
stati, in un primo tempo, dei leader ribelli e
si siano fatti strada con le armi dalle trincee
al palazzo presidenziale.
Molti diplomatici e analisti con cui ho
parlato non sono eccessivamente preoccupati per l’atteggiamento autoritario di Kagame. Alcuni mi hanno perino detto che è
proprio quello di cui il continente ha bisogno: più Kagame, più uomini forti e abili,
capaci di paciicare società caotiche e conlittuali, di trovare medicine per gli ospedali, di schierare una forza di polizia e di togliere i sacchetti di plastica dagli alberi. Le
libertà non sono così importanti da queste
parti, sostengono, perché chi può godersi la
libertà di parola o di stampa quando tutti si
scannano? Quello che conta è preservare la
stabilità e minimizzare le soferenze isiche
e salvare vite umane dalle malattie.
Tuttavia i paesi donatori, come gli Stati
Uniti, non sono rimasti impassibili di fronte
al coinvolgimento di Kagame nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2012 un
rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che
le truppe ruandesi avevano varcato la frontiera per combattere al ianco di un gruppo
ribelle, l’M23, che massacrava i civili e si era
macchiato di vari crimini, come gli stupri di
massa, provocando caos e distruzione in
vaste aree dell’est della Rdc. La storia della
Repubblica Democratica del Congo è forse
una delle più grandi tragedie del mondo,
perché un paese benedetto da
ogni tipo di risorsa naturale è stato devastato da una serie di guerre connesse tra loro che hanno
causato milioni di morti. Un precedente rapporto dell’Onu del
2002 accusava l’esercito di Kagame di saccheggiare i minerali dell’Rdc ed esportarli
attraverso il Ruanda, ottenendo proitti da
capogiro, e presumibilmente ricorrendo
all’aiuto di uno dei più famigerati mercanti
di armi del mondo, Viktor Bout.
Kagame ha sempre negato ogni coinvolgimento nella Rdc, respingendo le accuse
secondo cui il suo governo l’anno scorso
avrebbe introdotto delle truppe nel paese.
Gli Stati Uniti, però, hanno subito tagliato
200mila dollari di aiuti militari al Ruanda:
una cifra irrisoria, ma in ogni caso un segnale di forte condanna. Altri paesi hanno a
loro volta ridotto o sospeso gli aiuti. Era la
prima volta che Kagame perdeva un’importante battaglia di pubbliche relazioni.
Quando gli parlo del problema della Repubblica Democratica del Congo, il presidente annuisce con aria pensierosa, ben
sapendo dove voglio arrivare con le mie domande. Poi mi invita a ripercorrere con lui
la complessa storia recente dei due paesi, a
partire dai primi anni novanta, quando il
governo congolese si schierò con il governo
hutu ruandese per respingere gli attacchi
dei ribelli di Ka game. Dopo che Kagame
riuscì a sconiggere l’esercito hutu, molti
comandanti che avevano orchestrato il genocidio fuggirono nello Zaire (oggi Rdc) e
continuarono ad attaccare il Ruanda dai
campi profughi oltre il conine. Convinto
che il governo congolese appoggiasse i ribelli hutu, Kagame invase il paese vicino e
le violenze continuano ancora oggi.
Un problema storico è che l’esercito
ruandese ha segretamente sostenuto varie
forze congolesi per potersi ritagliare una
zona cuscinetto controllata dai tutsi lungo
la frontiera, che da decenni è una specie di
membrana porosa attraversata da un iume
di uomini, animali e merci. A detta di Kagame, molti tutsi ruandesi temono che senza
la protezione del Ruanda i loro fratelli che
vivono nella Rdc possano essere massacrati. Ammette inoltre che alcune chiese ruandesi mandano denaro ai ribelli congolesi
per sostenere una campagna di autodifesa.
Ma i critici del presidente ribattono che è
solo un pretesto per interferire in un paese
ricco di risorse facili da conquistare.
Il presidente ammette che alcuni soldati
ruandesi combattono nella Rdc, ma precisa
che si tratta di disertori. “A un certo punto
alcuni soldati sono scappati. Se ne vanno e
basta”, sostiene. È un modo astuto per spiegare come mai nella
Repubblica Democratica del
Congo siano stati avvistati dei
soldati ruandesi, ma non ha molto senso. In un paese sorvegliato
come il Ruanda, com’è possibile che i soldati “se ne vadano e basta” senza che qualcuno lo ordini o chiuda deliberatamente un
occhio? Quando glielo chiedo, Kagame si
difende. “Parla sul serio?”, mi chiede. “Perché gli Stati Uniti, con tutta la loro potenza,
non sono riusciti a chiudere la frontiera con
il Messico alla droga e a tutto quello che la
attraversa? Forse non s’impegnano abbastanza? Anche questo è un problema complesso”.
Il sole iltra a poco a poco tra le tende e il
volto di Kagame comincia a mostrare i segni delle quattro o cinque ore di sonno notturno. Le sue risposte diventano più brevi,
le pause più lunghe. Quando il mio tempo
sta per esaurirsi, diventa quasi malinconico. Si alza lentamente dalla sedia, si liscia i
pantaloni e mi saluta. “Di tutti questi soprannomi che mi sono stati aibbiati”, dice,
“alcuni li accetto, altri non sono giusti”. E
mentre vado via aggiunge, quasi con un
sussurro: “Dio mi ha fatto in modo molto
strano”. u gc
52 Internazionale 1033 | 10 gennaio 2014
del Ruanda, mi ha dato appuntamento alle undici di
mattina di un sabato di agosto. Il suo uicio è in cima a
una collina vicino al centro
di Kigali. Ogni volta che torno nella capitale
ruandese rimango colpito dalla pulizia e
dall’eicienza di questa città, caratteristiche ancora più eccezionali se si considera
che il Ruanda è uno dei paesi più poveri del
mondo. Plotoni di donne con i guanti bianchi spazzano le strade. In centro il traico
scorre luido intorno a una fontana gigantesca. Non c’è spazzatura in giro e, diversamente da molte altre città africane, non si
vedono sacchetti di plastica attaccati agli
alberi e ai recinti perché il governo di Kagame li ha vietati. Non ci sono giovani senzatetto che dormono sui marciapiedi o che
snifano colla. Vagabondi e piccoli criminali sono stati arrestati e spediti in un “centro
di riabilitazione” giovanile su un’isola in
mezzo al lago Kivu. A Kigali non ci sono
neppure grandi baraccopoli perché il governo non le tollera.
Il Ruanda è uno dei paesi più sicuri che
ho visitato e questo è diicile da conciliare
con il fatto che nel 1994, in cento giorni, qui
furono uccisi più civili che in qualsiasi altro
periodo di tre mesi della storia umana. Durante il genocidio, la maggioranza hutu si
scagliò contro la minoranza tutsi massacrando circa un milione di persone. Oggi è
diicile perino trovare dei pedoni indisciplinati.
Nessun paese in Africa, e forse nel mondo intero, è cambiato così radicalmente in
un arco di tempo tanto breve, e Kagame ha
guidato con accortezza questa trasformazione. In confronto ad altri presidenti – come Robert Mugabe dello Zimbabwe, un
megalomane, o Joseph Kabila della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), afabile ma inetto – Kagame sembra un dono del
cielo. Morigerato, stoico, analitico e austero, di solito rimane sveglio ino alle due o
alle tre di notte per sfogliare vecchi numeri
dell’Economist o i rapporti spediti dai villaggi di tutto il paese per trovare il modo
migliore per sfruttare il miliardo di dollari
di aiuti che il suo governo riceve ogni anno.
Kagame è una presenza issa al Forum economico mondiale di Davos ed è in ottimi
rapporti con molti uomini di potere, tra cui
Bill Gates e Bono.
Il presidente ruandese ha ottenuto progressi indiscutibili nella lotta contro il più
grande male dell’Africa: la povertà. Il suo
paese è ancora molto povero – in media gli
abitanti vivono con meno di un dollaro e
mezzo al giorno – ma la situazione è molto
migliorata rispetto al passato. Il governo
Kagame ha ridotto la mortalità infantile del
70 per cento, ha fatto crescere l’economia a
una media dell’8 per cento annuo negli ultimi cinque anni e ha istituito un programma
nazionale di assicurazione sanitaria. Progressista sotto vari aspetti, Kagame ha aidato numerosi incarichi politici a donne.
Oggi il parlamento ruandese conta la percentuale di donne più alta del mondo (64
per cento). I suoi sostenitori, in patria e
all’estero, afermano che ha abilmente riorganizzato la società ruandese per disinnescare le rivalità etniche.
Un alleato comodo
Il problema, però, non sono tanto i risultati
ottenuti dal presidente, quanto i suoi metodi. Ha fama di essere spietato e brutale, è
accusato di reprimere il suo popolo e di aver
inanziato segretamente alcuni gruppi ribelli nella vicina Repubblica Democratica
del Congo. O almeno, questo è quello che
afermano i suoi critici – tra cui alti funzionari delle Nazioni Unite e diplomatici occidentali – e i dissidenti ruandes all’estero. Secondo loro il Ruanda di Kagame è stretto in una camicia di forza. Pochi
ruandesi si sentono liberi di parlare apertamente del presidente e molti aspetti della
loro vita sono rigidamente regolati dal governo. Molti dicono di sentirsi spiati da Kagame in persona.
Pur di tutelare i loro interessi strategici,
gli Stati Uniti hanno spesso appoggiato dei
dittatori, mettendo da parte ogni preoccupazione sui diritti umani e sui princìpi democratici. Ma la situazione del Ruanda è
diversa da quella dell’Egitto o dell’Arabia
Saudita, perché Washington non ha espliciti interessi strategici in questo paese africano. È minuscolo, ha poche risorse naturali e
non ospita terroristi islamici. E allora perché l’occidente si è afrettato a sostenere
Kagame? Un diplomatico che lavora in
Ruanda mi ha spiegato che il presidente è
diventato un raro simbolo di progresso in
un continente dove proliferano gli stati falliti e la corruzione. Kagame dà lustro all’immagine dell’industria miliardaria degli aiuti. “Metti dentro i soldi e tiri fuori i risultati”,
mi ha detto il diplomatico. Sì, Kagame è
“assolutamente spietato”, ma gli Stati Uniti
hanno interesse ad averlo come allea to perché sta dimostrando che gli aiuti all’Africa
non sono soldi buttati e che con la leadership giusta i paesi poveri possono rimettersi
in piedi.
Il taxi mi lascia all’ingresso della residenza presidenziale, sorvegliata da due
guardie armate di mitra. I collaboratori di
Kagame mi invitano a passare attraverso il
metal detector e mi accompagnano in una
sala cavernosa con un tappeto color pesca.
Mi accomodo su un’elegante sedia di legno.
Mi aspetto di incontrare una persona
dall’aria minacciosa, perciò rimango sorpreso quando Kagame scivola nella stanza
silenziosamente e si materializza accanto a
me senza che me ne accorga. Mi accoglie
con un sorriso timido e sembra più nervoso
di me.
Kagame, 55 anni, è cresciuto in una capanna con il tetto di paglia in un campo profughi in Uganda, un’umiliazione particolarmente grave per un tutsi come lui. I re tutsi
hanno dominato il Ruanda per secoli, prima che la maggioranza hutu rovesciasse la
situazione nel 1959, uccidendo centinaia o
forse migliaia di tutsi e costringendo molti,
tra cui la famiglia di Kagame, a scappare per
salvarsi la vita. Quando aveva circa dodici
anni e viveva nel campo profughi, Kagame
chiese al padre: “Perché ci troviamo qui?
Perché dobbiamo vivere in questo modo?
Cosa abbiamo fatto di male?”.
Questo, spiega Kagame, ha segnato la nascita della sua coscienza politica. “È qui
che comincia tutto”, sussurra. Questa storia
me la racconta all’inizio dell’intervista, che
dura quasi tre ore. Il presidente sembra
aperto, esuberante e cordiale. Parla un ottimo inglese con un forte accento. Militare di
formazione, racconta di essersi unito a un
gruppo ribelle ugandese poco dopo aver inito il liceo, di aver fatto carriera e di aver
passato un breve periodo nella scuola di
Fort Leavenworth, una base militare
dell’esercito statunitense in Kansas,
nell’ambito di un’iniziativa del Pentagono
per rendere più professionali gli eserciti
africani.
Ma Kagame abbandonò il programma
per diventare uno dei comandanti di una
forza ribelle tutsi che nel 1990 invase il
Ruanda. Ben presto sarebbe diventato il capo dell’Esercito patriottico ruandese, impegnato a rovesciare il governo hutu.
Nell’aprile del 1994, quando fu abbattuto
un aereo che trasportava il presidente ruandese di etnia hutu, gli estremisti hutu esortarono i loro seguaci, soprattutto attraverso
le radio, ad annientare i tutsi. Le squadre
della morte imperversarono in tutto il paese
ino a quando l’esercito ribelle di Kagame
prese d’assalto la capitale mettendo ine al
genocidio e conquistando il potere. Kagame diventò ministro della difesa, vicepresidente e inine presidente. In base alla costituzione ruandese, che prevede due soli
mandati settennali, dovrebbe lasciare l’incarico nel 2017. Ma a Kigali si dice che probabilmente chiederà al parlamento di
emendare la costituzione per candidarsi
una terza volta.
La bomba demograica
Nonostante i grandi passi avanti, il Ruanda
è ancora una bomba a orologeria dal punto
di vista demograico. È uno dei paesi più
densamente popolati dell’Africa e, malgrado un recente programma di vasectomia
gratuita, ha ancora un tasso di natalità pericolosamente alto. La maggior parte dei
ruandesi è composta da contadini e la loro
vita è inesorabilmente legata alla terra. Ma
ogni centimetro di quella terra, dalle paludi
alle vette delle montagne, è già occupato.
Quando chiedo a Kagame come pensa di
afrontare il problema, spiega che una delle
sue priorità è incoraggiare le donne ad avere meno igli. “Abbiamo insegnato alle donne a dire di no. Diciamo loro: ‘Non ti accontentare. Meriti di meglio’”. Cambiare atteggiamenti radicati richiede tempo, aggiunge,
“però funziona”.
Perino i critici più severi di Kagame riconoscono che sotto la sua guida molte cos sono migliorate. La speranza media di vita,
per esempio, è passata a 56 anni rispetto ai
36 del 1994. La malaria era una delle principali cause di morte, ma il governo ha lanciato una campagna di disinfestazione su larga
scala e ha distribuito milioni di zanzariere.
In questo modo le morti dovute alla malaria
sono diminuite dell’85 per cento tra il 2005
e il 2011.
Kagame ha fatto costruire centinaia di
nuove scuole e installare chilometri di cavi
in ibra ottica, investendo in progetti infrastrutturali, tra cui un impianto per l’energia
geotermica. L’economia del Ruanda è tra le
più dinamiche del continente, sebbene il
paese non possa contare su risorse minerarie signiicative e non abbia uno sbocco sul mare. Kagame spera di fare soldi anche con
il cafè, il tè e i gorilla. “Il Ruanda ha superato le aspettative di tutti e continua a stupire”, dice Jendayi Frazer, ex sottosegretario
di stato per gli afari africani, che ha contribuito a indirizzare decine di milioni di dollari di aiuti statunitensi verso il Ruanda.
Il paese riceve parecchi inanziamenti
perché Kagame è un leader stimato. È un
uomo attivo e pragmatico, più interessato a
far funzionare le cose che all’ideologia.
Ama le nuove tecnologie – ha un proilo su
Twitter – ed è molto bravo a suddividere
progetti vasti e ambiziosi in progetti più piccoli e più facili da gestire. Nel 2012 il Ruanda
è salito al 52° posto, rispetto al 158° del 2005,
nella classiica Doing business della Banca
mondiale perché Kagame ha creato un’unità speciale del governo che esamina attentamente il sistema di classiicazione della
Banca mondiale per cercare di capire come
migliorare il punteggio del Ruanda sotto
ogni aspetto.
La corruzione, mi spiega Kagame, è “un
parassita” che scava nella carne di un paese
e “uccide la nazione”. Un’innovazione introdotta da Kagame per tenere sotto controllo i vari livelli della sua amministrazione
è pretendere che i funzionari irmino degli
imihigo, obiettivi. Gli imihigofunzionano
come i contratti di rendimento delle aziende e sono lunghi documenti che indicano
obiettivi specifici, dal numero di segnali
stradali da piantare in un anno alle tonnellate di ananas da raccogliere. Lo staf di Kagame mi ha stampato un paio di imihigo,
ciascuno irmato personalmente da Kagame. Sono rimasto colpito dall’attenzione
ossessiva per i dettagli, dal numero di adulti di un particolare distretto rurale che devono imparare a leggere (1.500) al numero
di mucche da fecondare (3.000).
Il Ruanda è piccolissimo, e per questo
realizzare progetti ambiziosi è più facile che
in altri paesi dove esistono grandi territori
isolati dalla capitale. Molti storici spiegano
che il Ruanda ha una storia anomala per
l’Africa perché è sempre stato rigidamente
controllato. Prima che gli europei colonizzassero il continente, nell’ottocento c’erano
pochi stati forti e centralizzati. Due ecce zioni erano il Ruanda e l’Etiopia, dove altipiani insolitamente fertili e densamente
popolati avevano fatto nascere dei regni e
degli eserciti disciplinati che avevano inito
per dominare i popoli più deboli. Ancora
oggi il Ruanda e l’Etiopia vengono spesso
paragonati: due società emerse da conlitti
con una forte leadership tecnocratica, ma
anche con una tradizione di autoritarismo e
spietatezza.
Squadra di killer
Fuori il sole picchia, ma le tende pesanti
fermano la luce e confondono il senso dello
scorrere del tempo. Kagame porta avanti la
sua ofensiva di charme, parlando dei miglioramenti dell’agricoltura e del fatto che i
contadini ruandesi usano più fertilizzanti
rispetto al passato. Ma quando sollevo l’argomento della sua fama di tiranno tra i dissidenti ruandesi, Kagame s’irrigidisce.
A detta di molti, Faustin Kayumba
Nyamwasa è l’oppositore più temuto da Kagame. I due erano amici quando vivevano
in Uganda trent’anni fa. Nyamwasa è entrato molto presto nelle ile dei ribelli tutsi e in
seguito è diventato capo di stato maggiore
dell’esercito ruandese. Quando sono andato a trovarlo in Sudafrica, nella primavera
del 2012, ha espresso con sincerità il suo
odio verso Kagame.
“Kagame è diventato stupidamente arrogante”, mi ha detto Nyamwasa, elencando quelli che considera i più gravi errori del
presidente, tra cui la sua ingerenza nella
Repubblica Democratica del Congo e il fatto di aver allontanato da sé chiunque non
fosse d’accordo con lui. Nel 2010, dopo aver
contestato alcune decisioni del presidente
e sentendo voci di un possibile arresto,
Nyamwasa è fuggito dal Ruanda attraversando un iume a nuoto e ha raggiunto Johannesburg, dove pensava di essere al sicuro. Qualche mese dopo, mentre tornava a
casa, ha visto un uomo armato di pistola
correre verso la sua auto. L’uomo gli ha sparato allo stomaco e poi ha cercato di dargli
un colpo di grazia, ma la pistola si è inceppata. “Kagame stava cercando di uccidermi”, mi ha rivelato Nyamwasa. “Non ci sono dubbi”. A Johannesburg sei persone sono state processate in relazione all’attentato: tre di loro sono ruandesi.
Molti dissidenti sostengono che il Ruanda dispone di un servizio di intelligence letale, con assassini in grado di operare ovunque. René Claudel Mugenzi, un attivista
ruandese per i diritti umani che vive nel Regno Unito, mi ha raccontato che nel marzo
del 2011 Kagame aveva partecipato a un
programma della Bbc e che lui aveva telefonato per fargli una domanda provocatoria
– se in Ruanda poteva scoppiare una rivolta
simile a quelle della primavera araba. Qualche settimana dopo due poliziotti di Scotland Yard hanno bussato alla sua porta per
consegnargli una lettera. “Secondo informazioni aidabili il governo ruandese pone
una minaccia imminente alla sua vita”, diceva. Mugenzi era sbalordito. “Non avevo
mai pensato che potessero cercare di uccidermi nel Regno Unito”, spiega (il governo
ruandese ha negato di aver ordito un complotto per uccidere Mugenzi).
Guardando l’uomo seduto di fronte a
me è diicile credere alle accuse secondo
cui Kagame comanda una squadra internazionale di killer. In risposta alle mie domande sull’opposizione politica, fa vaghe allusioni ai dissidenti come Nyamwasa deinendoli dei “ladri”, pronti a sfruttare l’idea
“che in Africa non succeda niente di buono
e che ogni leader sia un dittatore e un oppressore.”
David Himbara, un altro ex consigliere
di Kagame, fuggito a Johannesburg nel
2010, mi ha raccontato una storia sugli
scoppi d’ira di Kagame. Nel 2009 il presidente aveva convocato nel suo uicio due
impiegati, aveva sbattuto violentemente la
porta e aveva cominciato a urlare chiedendo dove avevano comprato le tende della
sala. Poi aveva fatto entrare due guardie armate di bastoni. Kagame aveva ordinato ai
due impiegati di sdraiarsi con la faccia a terra e aveva cominciato a picchiarli. Dopo
cinque minuti si era stancato e le guardie gli
avevano dato il cambio. Himbara dice che
la scena dava il voltastomaco. Quasi tutti i
conoscenti di Kagame con cui ho parlato mi
hanno raccontato storie simili. Noble Marara, un suo ex autista che vive in esilio nel
Regno Unito, osserva: “Se dovessi fare una
diagnosi, direi che sofre di disturbi della
personalità”.
Himbara è convinto che sebbene sia riuscito a conquistare il potere, Kagame è ancora una persona molto insicura. “È riuscito
appena a inire il liceo”, spiega l’ex consigliere, che ha conseguito un dottorato in
Canada, ed è stato uno dei principali collaboratori del presidente. “Era diicile lavorare con lui perché dovevamo sempre trovare il modo di far sembrare che fosse lui la
mente dietro ogni iniziativa. Una volta gli
scrissi un discorso e lui mi disse: ‘Credi di
essere più intelligente di me perché hai preso un dottorato in Canada? Sei un contadino. Vacci tu a leggere questo stupido discorso!’”. Himbara aveva dovuto rispondergli:
“No signore, lei è il presidente e nelle mie
mani il discorso è solo il prodotto di uno stupido contadino. Ma nelle sue è qualcosa di
speciale”.
Quando chiedo conferma della storia
del pestaggio, Kagame si china verso di me.
“È la mia natura. Posso essere molto duro e
fare errori di questo tipo”. Ma quando lo incalzo su altri episodi di violenza che mi sono
stati riferiti, mi risponde stizzito: “Dobbiamo metterci a elencare ogni nome, ogni incidente?”.
Si irrita ancora di più quando gli chiedo
di un suo costoso viaggio a New York nel
2011. All’epoca avevo sentito dire che aveva
speso 15mila dollari a notte per una suite. Fa
quasi spavento vedere con quanta rapidità
abbandona il suo atteggiamento cordiale
per diventare autoritario. Evidentemente
non è abituato alle domande provocatorie,
soprattutto se arrivano da un giornalista.
Kagame è accusato di aver sofocato gran
parte dei mezzi d’informazione indipendenti del Ruanda. Nel 2012 la giornalista
Agnès Uwimana Nkusi è stata condannata
a quattro anni di carcere con l’accusa di aver
insultato il presidente e messo in pericolo la
sicurezza nazionale pubblicando una serie
di articoli che lo criticavano. Un altro, JeanLéonard Rugambage, è stato ucciso dopo
aver pubblicato un articolo sui sospetti che
il governo di Kigali fosse implicato nell’at tentato a Faustin Kayumba Nyamwasa.
Quindi passiamo a un altro argomento: i
suoi sforzi per neutralizzare le tensioni etniche adottando leggi contro il “settarismo” e
“l’ideologia genocida”. Queste norme sono
state criticate perché impediscono qualunque dibattito sull’etnia e il governo di Kagame le sta rivedendo.
Quando cerco di afrontare la questione
etnica con gli abitanti di Kigali non vado
troppo lontano. La maggior parte si riiuta
di dirmi se è hutu o tutsi, e dichiara di essere
semplicemente ruandese. Un giorno mi dirigo verso il distretto di Nyamasheke,
nell’ovest del paese, sperando che la distanza dalla capitale possa permettere alla gente di parlare più apertamente. Mentre percorro circa 150 chilometri sulle colline, vedo
uomini che trasportano cataste di legna appena tagliata, donne che trascinano taniche
di acqua torbida e bambini che tirano calci
a palloni di stracci. C’è gente dappertutto.
Le colline sono animate e ritagliate in un’ininità di piccoli campi coltivati a cafè, mais,
canna da zucchero e banane.
Passo la notte a casa di Alfred, un maestro di scuola che ho incontrato lungo la
Internazionale 1033 | 10 gennaio 2014 51
strada. Vive in una casetta con il pavimento
umido e una presina appesa al muro che dice “Gesù mi ama”. Davanti a una cena di
banane cotte e una scatola di sardine aperta
in mio onore, Alfred dice che con Kagame
la vita della sua famiglia è migliorata. “I
miei igli mangiano più di quanto facevo
io”, dice. “Tutto è migliorato: sicurezza,
istruzione, salute”. Penso che forse Alfred
sta lodando Kagame perché anche lui è tutsi. Ma lui scoppia a ridere quando gli chiedo
la sua etnia: “Oggi non lo diciamo. Però in
passato ero un hutu”.
Non è un segreto
Il mattino dopo incontro un altro hutu, molto più critico. Sostiene che i tutsi sono favoriti dal governo in tutto, dalle borse di studio per l’università alle cariche più importanti, con il pretesto di un programma di
airmative actiondestinato ai “sopravvissuto al genocidio” che, per deinizione, sono
tutsi. Tutto il sistema è truccato in modo da
tenere in alto i tutsi e in basso gli hutu, dice,
e “durante le elezioni gli emissari del partito ti strappavano la scheda se non votavi per
Kagame”. Durante le ultime consultazioni,
nel 2010, Kagame ha ottenuto il 93 per cento dei consensi, dopo che il suo governo
aveva di fatto impedito la partecipazione ai
principali partiti di opposizione.
Alcuni ruandesi dicono che Kagame
cerca di sminuire l’importanza del fattore
etnico solo per nascondere il fatto che i tutsi, circa il 15 per cento della popolazione,
controllano praticamente tutto. Se nessuno
può parlare del problema etnico, allora è
diicile parlare di un dominio tutsi. Quando afronto la questione con Kagame, cerca
di convincermi che in realtà i tutsi non controllano la politica e l’economia. Poi, quando gli sottopongo fatti speciici – i ministri
della difesa, della salute, degli esteri e delle
inanze sono tutsi, insieme ad alcuni degli
uomini più ricchi del paese – ammette che i
tutsi potrebbero godere di qualche vantaggio, ma questo avviene “in automatico, non
di proposito”.
Quello che tanti critici di Kagame trovano frustrante è che la repressione non è affatto un segreto. Human rights watch e Amnesty international hanno pubblicato rapporti dettagliati sui metodi usati dal governo per tenere sotto stretto controllo la so cietà ruandese. Dopo le presidenziali del
2010 alcuni funzionari hanno denunciato la
“mancanza di spazio politico” ma il lusso
degli aiuti non si è fermato. Il sostegno degli
Stati Uniti è rimasto più o meno lo stesso,
circa 200 milioni di dollari all’anno in aiuti
diretti bilaterali. Accusato di molti crimini
nel corso degli anni, Kagame ha fatto tesoro
dei suoi contatti e dei suoi successi per sottrarsi alle critiche. E cerca di sfruttare anche
il senso di colpa occidentale, ricordando
spesso che durante il genocidio tutti i governi abbandonarono il Ruanda. Il messaggio
è chiaro: nessuno all’esterno può vantare
una superiorità morale, e nessuno dovrebbe dire a Kagame cosa è giusto e cosa è sbagliato.
“Il Ruanda non è un paese facile”, dice
un funzionario occidentale che ha collaborato con il governo a progetti di sviluppo.
“Kagame è oppressivo? Sicuramente sì.
Gliel’abbiamo fatto notare, chiedendogli
un’apertura? In continuazione”. Ma poi il
funzionario aggiunge: “Non sappiamo
quanto sia delicata la situazione. Non abbiamo accesso alle informazioni di cui dispone il presidente”. È possibile, spiega, che
combattenti hutu in Ruanda o nella Repubblica Democratica del Congo stiano ancora
cercando di rovesciare Kagame, “perciò gli
concediamo il beneicio del dubbio”.
Dalle trincee al palazzo
Kagame non è l’unico leader africano a essere allo stesso tempo eicace e oppressivo,
anche se forse è il più eicace e tra i più oppressivi. L’ugandese Yoweri Museveni ha
portato la stabilità nel suo paese e pavimentato moltissime strade nei suoi 27 anni di
presidenza, ma ha anche perseguitato giornalisti e oppositori. L’etiope Meles Zenawi,
che ha governato per 21 anni prima di morire nell’estate del 2012, ha favorito il boom
economico del suo paese ma ha anche annientato ogni forma di dissenso. Isaias Afewerki, il presidente dell’Eritrea, a un certo
punto della sua carriera era un leader afascinante e progressista, ma poi ha riiutato
gli aiuti occidentali, incarcerato i dissidenti
in container sotterranei e trasformato il suo
paese nella Corea del Nord africana. È significativo che tutti questi uomini siano
stati, in un primo tempo, dei leader ribelli e
si siano fatti strada con le armi dalle trincee
al palazzo presidenziale.
Molti diplomatici e analisti con cui ho
parlato non sono eccessivamente preoccupati per l’atteggiamento autoritario di Kagame. Alcuni mi hanno perino detto che è
proprio quello di cui il continente ha bisogno: più Kagame, più uomini forti e abili,
capaci di paciicare società caotiche e conlittuali, di trovare medicine per gli ospedali, di schierare una forza di polizia e di togliere i sacchetti di plastica dagli alberi. Le
libertà non sono così importanti da queste
parti, sostengono, perché chi può godersi la
libertà di parola o di stampa quando tutti si
scannano? Quello che conta è preservare la
stabilità e minimizzare le soferenze isiche
e salvare vite umane dalle malattie.
Tuttavia i paesi donatori, come gli Stati
Uniti, non sono rimasti impassibili di fronte
al coinvolgimento di Kagame nella Repubblica Democratica del Congo. Nel 2012 un
rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato che
le truppe ruandesi avevano varcato la frontiera per combattere al ianco di un gruppo
ribelle, l’M23, che massacrava i civili e si era
macchiato di vari crimini, come gli stupri di
massa, provocando caos e distruzione in
vaste aree dell’est della Rdc. La storia della
Repubblica Democratica del Congo è forse
una delle più grandi tragedie del mondo,
perché un paese benedetto da
ogni tipo di risorsa naturale è stato devastato da una serie di guerre connesse tra loro che hanno
causato milioni di morti. Un precedente rapporto dell’Onu del
2002 accusava l’esercito di Kagame di saccheggiare i minerali dell’Rdc ed esportarli
attraverso il Ruanda, ottenendo proitti da
capogiro, e presumibilmente ricorrendo
all’aiuto di uno dei più famigerati mercanti
di armi del mondo, Viktor Bout.
Kagame ha sempre negato ogni coinvolgimento nella Rdc, respingendo le accuse
secondo cui il suo governo l’anno scorso
avrebbe introdotto delle truppe nel paese.
Gli Stati Uniti, però, hanno subito tagliato
200mila dollari di aiuti militari al Ruanda:
una cifra irrisoria, ma in ogni caso un segnale di forte condanna. Altri paesi hanno a
loro volta ridotto o sospeso gli aiuti. Era la
prima volta che Kagame perdeva un’importante battaglia di pubbliche relazioni.
Quando gli parlo del problema della Repubblica Democratica del Congo, il presidente annuisce con aria pensierosa, ben
sapendo dove voglio arrivare con le mie domande. Poi mi invita a ripercorrere con lui
la complessa storia recente dei due paesi, a
partire dai primi anni novanta, quando il
governo congolese si schierò con il governo
hutu ruandese per respingere gli attacchi
dei ribelli di Ka game. Dopo che Kagame
riuscì a sconiggere l’esercito hutu, molti
comandanti che avevano orchestrato il genocidio fuggirono nello Zaire (oggi Rdc) e
continuarono ad attaccare il Ruanda dai
campi profughi oltre il conine. Convinto
che il governo congolese appoggiasse i ribelli hutu, Kagame invase il paese vicino e
le violenze continuano ancora oggi.
Un problema storico è che l’esercito
ruandese ha segretamente sostenuto varie
forze congolesi per potersi ritagliare una
zona cuscinetto controllata dai tutsi lungo
la frontiera, che da decenni è una specie di
membrana porosa attraversata da un iume
di uomini, animali e merci. A detta di Kagame, molti tutsi ruandesi temono che senza
la protezione del Ruanda i loro fratelli che
vivono nella Rdc possano essere massacrati. Ammette inoltre che alcune chiese ruandesi mandano denaro ai ribelli congolesi
per sostenere una campagna di autodifesa.
Ma i critici del presidente ribattono che è
solo un pretesto per interferire in un paese
ricco di risorse facili da conquistare.
Il presidente ammette che alcuni soldati
ruandesi combattono nella Rdc, ma precisa
che si tratta di disertori. “A un certo punto
alcuni soldati sono scappati. Se ne vanno e
basta”, sostiene. È un modo astuto per spiegare come mai nella
Repubblica Democratica del
Congo siano stati avvistati dei
soldati ruandesi, ma non ha molto senso. In un paese sorvegliato
come il Ruanda, com’è possibile che i soldati “se ne vadano e basta” senza che qualcuno lo ordini o chiuda deliberatamente un
occhio? Quando glielo chiedo, Kagame si
difende. “Parla sul serio?”, mi chiede. “Perché gli Stati Uniti, con tutta la loro potenza,
non sono riusciti a chiudere la frontiera con
il Messico alla droga e a tutto quello che la
attraversa? Forse non s’impegnano abbastanza? Anche questo è un problema complesso”.
Il sole iltra a poco a poco tra le tende e il
volto di Kagame comincia a mostrare i segni delle quattro o cinque ore di sonno notturno. Le sue risposte diventano più brevi,
le pause più lunghe. Quando il mio tempo
sta per esaurirsi, diventa quasi malinconico. Si alza lentamente dalla sedia, si liscia i
pantaloni e mi saluta. “Di tutti questi soprannomi che mi sono stati aibbiati”, dice,
“alcuni li accetto, altri non sono giusti”. E
mentre vado via aggiunge, quasi con un
sussurro: “Dio mi ha fatto in modo molto
strano”. u gc
52 Internazionale 1033 | 10 gennaio 2014
1033 - Edilizia impo polare Claudia Bellante, The Caravan, India. Foto di Mirko Cecchi Nel 2009 il governo brasiliano ha lanciato un programma per dare un alloggio alle famiglie povere. Oggi, però, la gestione degli ediici è inita nelle mani di milizie private che ricattano i nuovi arrivati. Il caso di Rio de Janeiro
U
n pomeriggio d’agosto
del 2012 i vicini hanno
chiamato Maria Neuma
al lavoro per avvertirla di
non tornare a casa. Maria, 47 anni, abitava a
Rio de Janeiro da due mesi nel comprensorio Coimbra, un complesso residenziale
nella zona ovest della città costruito dal governo nel quadro del programma Minha
casa, minha vida (La mia casa, la mia vita),
varato per fornire un alloggio a milioni di
brasiliani poveri. Fin dal suo avvio, però, il
programma ha incontrato molti ostacoli.
Nelle intenzioni doveva afrontare i numerosi problemi d’igiene, sovrappopolazione
e criminalità che aliggono le favelas delle
metropoli brasiliane, ma a Rio molti dei
nuovi complessi residenziali, a causa della
loro posizione isolata, si sono trasformati
subito in ghetti controllati da milizie informali armate. E dal momento che la milizia
che controllava il condominio Coimbra
aveva minacciato la famiglia di Maria Neuma, i vicini hanno pensato di chiamarla per
consigliarle di stare alla larga da casa. “È
meglio se non rientri, gira voce che ti vogliono ammazzare”. Sono queste le parole
dei vicini che Maria ricorda ancora quando
la incontro nell’agosto del 2013. “Ero terr rizzata. Ho avvertito immediatamente il
mio compagno e i miei igli di lasciare tutto
com’era e di uscire senza dare nell’occhio”.
Quando la famiglia si è rivolta in cerca
d’aiuto alla prefettura di Rio, le è stato oferto alloggio in un centro per senzatetto. Hanno riiutato l’oferta e sono tornati nella favela di Caju, dove vivevano prima.
Il programma Minha casa, minha vida è
stato lanciato nel 2009 dall’allora presidente Luiz Inácio “Lula” da Silva. All’epoca sono stati stanziati 34 miliardi di real, cioè più
di dieci miliardi di dollari, per costruire entro il 2011 un milione di unità abitative in
tutto il paese. Oggi il piano è entrato nella
sua seconda fase, che prevede la
costruzione di un altro milione di
alloggi entro la ine del 2014. Secondo la segretaria municipale
all’edilizia, dal 2009 sono stati
consegnati agli abitanti di Rio
13.677 alloggi, di cui 12.167, cioè il 90 per
cento, nella zona ovest della città, dove si
trova anche il condominio Coimbra. “È stata un’operazione importante e lungimirante, che ha cercato non solo di dare risposta
al deicit abitativo, ma ha anche stimolato
l’economia, visto che ha dato lavoro a centinaia di aziende, evitando che il Brasile fosse
soprafatto dalla crisi internazionale”, spiega Adauto Cardoso, docente dell’Osservatorio delle metropoli, un centro di ricerca
urbanistica dell’università federale di Rio
de Janeiro. “Ma il guaio, specie a Rio, è che
molti di questi complessi residenziali sono
stati costruiti in zone periferiche, dove i terreni costano meno, ma dove spesso i servizi
di base non esistono. Insomma, invece di
essere una soluzione sono diventati un nuovo problema”.
Portavoce degli occupanti
Maria Neuma aveva lasciato la sua abitazione di Caju quattro anni prima per fuggire
dal marito violento. A causa dell’illegalità
che imperversava nella favela, poteva fare
ben poco contro di lui. “Anche se l’avessi
denunciato alla polizia”, mi dice, “non
l’avrebbero arrestato, perché a Caju la legge
la fanno i traicanti di droga, la polizia non
ci mette piede”. All’inizio Maria Neuma si
era stabilita in un palazzo di sei piani nel
quartiere di Estácio, vicino alla stazione
centrale. L’immobile, di proprietà del Banco do Brasil, era occupato da 140 famiglie.
Con il passare del tempo Maria era diventata leader e portavoce degli occupanti.
Quando sono arrivate le minacce di sfratto,
nel giugno del 2012, aveva raggiunto un accordo con l’amministrazione comunale,
ottenendo per molti un alloggio nei nuovi
condomini del programma Minha casa,
minha vida.
Neuma era inita al comprensorio Coimbra, sull’avenida Palmares, una strada di
campagna nel bel mezzo del nulla, nel sobborgo di Santa Cruz, un’area isolata e mal
collegata al centro, che dista quasi due ore
dalle zone ricche di negozi e attività culturali. È abitata da 1.400 persone, distribuite
in 28 palazzi di quattro piani ciascuno. Gli
appartamenti sono tutti uguali: ingresso,
cucina, bagno e due camere da letto, per un
totale di circa 42 metri quadrati.
“Al mio arrivo mi sono resa conto subito
che la situazione era diicile”, ricorda Maria. “C’era gente che proveniva
da favelas dominate da bande criminali rivali e che covava ancora
vecchi rancori”. Visto che laggiù
le istituzioni faticano ad arrivare,
l’intero quartiere era inito sotto il
controllo della milizia formata da ex poliziotti corrotti, pompieri e perfino delinquenti con condanne alle spalle. Al Coimbra la legge la facevano loro, e agivano impunemente, ricorrendo a minacce e alla
violenza per mantenere l’ordine.
Neuma si è resa conto che tra i componenti della società di gestione c’era scarso
coordinamento e che i nuovi inquilini non
erano disposti ad assumersi responsabilità
amministrative. “C’erano molti problemi.
Le scuole della zona erano insuicienti per
le esigenze della popolazione. Quando l’ho
denunciato al comune, è stata avviata in
tutta fretta la costruzione di un complesso
scolastico, ma nei due mesi che ci sono voluti per inirlo molti hanno perso il diritto ai
sussidi che il governo brasiliano concede
alle famiglie povere per far studiare i bambini”. Al Coimbra, inoltre, c’erano poche
opportunità di lavoro: Santa Cruz è un centro industriale importante, ma i suoi nuovi
abitanti, poco istruiti, non erano abbastanza qualiicati per i posti di lavoro oferti.
Alla ine Neuma si è convinta che il progetto del Coimbra fosse un tentativo del
sindaco di Rio, Eduardo Paes, di ingraziarsi
gli elettori in vista del voto dello scorso ottobre: ha sfruttato il sogno dei poveri di diventare “proprietari della casa in cui vivono”
ma senza creare le infrastrutture necessarie
a una società sana. “Altro che Minha casa,
minha vida”, dice Maria, “io lo chiamo Minha casa, minho inferno”.
Altri sostengono che il governo non aveva l’obiettivo di ofrire una vita migliore ai
cittadini. “Il comune inge di occuparsi della gente, ma in realtà vuole solo ripulire certe zone della città”, mi ha detto Renato Cosentino, portavoce del comitato popolare
contro la Coppa e le Olimpiadi, un’organizzazione che contrasta il progetto governativo di riqualiicare alcuni quartieri in vista
dei Mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016. “I poveri vengono allontanati e nascosti nell’estrema periferia, come la
zona ovest”. Molte favelas, che il governo
ha dichiarato “a rischio” per poterle sgomberare e trasferire gli abitanti, si trovano “in
posizioni strategiche per i futuri eventi
sportivi”, fa osservare Cosentino. “Sarebbe
più facile risistemarle e dare una vita dignitosa a quelli che ci abitano. Invece il governo preferisce allontanarli e vendere i terreni
alle società immobiliari”.
Un mese dopo essersi trasferita al Coimbra, Maria Neuma è stata eletta amministratrice del condominio e la milizia non ha
tardato a farsi viva. “Sono venuti a darmi il
benvenuto”, dice. “Il capo era un ex poliziotto, lo chiamavano Barack Obama. È
stato ucciso di recente”. Ma la visita aveva
uno scopo sinistro: “Volevano che pagassimo il pizzo per la protezione del quartiere”,
racconta Neuma. “Io sapevo che andava
fatto per stare tranquilli, ma a quel tempo il
Coimbra era abitato solo in parte, quindi
era impossibile racimolare tutti i soldi che
chiedevano”.
Maria racconta che la milizia ricorreva a
metodi brutali per punire chi non stava alle
regole. “Ho abitato lì solo da giugno ad agosto, e in quel breve periodo quattro persone
sono sparite e sette sono state cacciate. Tutte avevano qualcosa a che fare con la droga:
erano spacciatori o tossici, che la milizia
non tollera”. Dopo un po’ hanno cominciato
a minacciarla perché non pagava la cifra richiesta. A quel punto Neuma si è rivolta alla
Commissione per i diritti umani di Rio e al
dipartimento per la repressione della criminalità organizzata (Draco). “Ma le intimi dazioni si facevano sempre più insistenti e
così ho dovuto mollare e andare via”.
Quando ho visitato il Coimbra, ad agosto, gli abitanti non volevano parlare della
milizia e delle violenze. Solo uno studente
universitario, Gabriel Augusto, mi ha confermato quello che ha detto Maria. “Costringono ogni famiglia a versare un tanto al
mese, di solito fra i venti e i trenta real (6-9
euro)”, mi ha detto. “Sono come dei vigilantes privati, ma se non paghiamo ci minacciano di morte. Le regole sono: niente droga, niente violenze domestiche e niente
furti. Se vogliamo le bombole per il gas, internet o la tv via cavo, dobbiamo chiedere a
loro, e per spostarci siamo costretti a prendere gli autobus di loro proprietà. Alternative non ce ne sono, perché i trasporti pubblici qui non arrivano, e la strada principale si
trova a più di mezz’ora di cammino”. Secondo i calcoli di Gabriel Augusto, circa la
metà delle persone arrivate al Coimbra ha
inito per subaittare gli appartamenti o li
ha svenduti ed è tornata alla favela.
Il nuovo amministratore del Coimbra è
Leandro Ferreira, 31 anni, sposato e padre
di sei igli. Prima Ferreira abitava in una favela chiamata Cidade de Deus. “La nostra
baracca si trovava nella parte della favela
che chiamavamo ‘il cimitero’, perché i traficanti ci gettavano i cadaveri delle loro vittime”, racconta. Lui stesso ha commesso
violenze e ha usato droghe quando abitava
lì. Ora che è arrivato al Coimbra è cambiato
e vuole darsi da fare per la sua nuova comunità. “Secondo me, il governo ha fatto una
buona cosa per noi, ma non basta”. Da mesi
Ferreira sta cercando di spingere il comune
a inire un nuovo pronto soccorso e ad av viare un centro di formazione “per dare a
noi adulti la possibilità di inire gli studi e
trovarsi un lavoro dignitoso”. Nel suo ruolo
di amministratore, Ferreira ha il difficile
compito di mediare tra le esigenze degli
abitanti e le regole imposte dalla milizia
senza denunciarla apertamente. “Ogni posto”, dice, “ha il suo scerifo”. E anche per
lui l’argomento è chiuso u
n pomeriggio d’agosto
del 2012 i vicini hanno
chiamato Maria Neuma
al lavoro per avvertirla di
non tornare a casa. Maria, 47 anni, abitava a
Rio de Janeiro da due mesi nel comprensorio Coimbra, un complesso residenziale
nella zona ovest della città costruito dal governo nel quadro del programma Minha
casa, minha vida (La mia casa, la mia vita),
varato per fornire un alloggio a milioni di
brasiliani poveri. Fin dal suo avvio, però, il
programma ha incontrato molti ostacoli.
Nelle intenzioni doveva afrontare i numerosi problemi d’igiene, sovrappopolazione
e criminalità che aliggono le favelas delle
metropoli brasiliane, ma a Rio molti dei
nuovi complessi residenziali, a causa della
loro posizione isolata, si sono trasformati
subito in ghetti controllati da milizie informali armate. E dal momento che la milizia
che controllava il condominio Coimbra
aveva minacciato la famiglia di Maria Neuma, i vicini hanno pensato di chiamarla per
consigliarle di stare alla larga da casa. “È
meglio se non rientri, gira voce che ti vogliono ammazzare”. Sono queste le parole
dei vicini che Maria ricorda ancora quando
la incontro nell’agosto del 2013. “Ero terr rizzata. Ho avvertito immediatamente il
mio compagno e i miei igli di lasciare tutto
com’era e di uscire senza dare nell’occhio”.
Quando la famiglia si è rivolta in cerca
d’aiuto alla prefettura di Rio, le è stato oferto alloggio in un centro per senzatetto. Hanno riiutato l’oferta e sono tornati nella favela di Caju, dove vivevano prima.
Il programma Minha casa, minha vida è
stato lanciato nel 2009 dall’allora presidente Luiz Inácio “Lula” da Silva. All’epoca sono stati stanziati 34 miliardi di real, cioè più
di dieci miliardi di dollari, per costruire entro il 2011 un milione di unità abitative in
tutto il paese. Oggi il piano è entrato nella
sua seconda fase, che prevede la
costruzione di un altro milione di
alloggi entro la ine del 2014. Secondo la segretaria municipale
all’edilizia, dal 2009 sono stati
consegnati agli abitanti di Rio
13.677 alloggi, di cui 12.167, cioè il 90 per
cento, nella zona ovest della città, dove si
trova anche il condominio Coimbra. “È stata un’operazione importante e lungimirante, che ha cercato non solo di dare risposta
al deicit abitativo, ma ha anche stimolato
l’economia, visto che ha dato lavoro a centinaia di aziende, evitando che il Brasile fosse
soprafatto dalla crisi internazionale”, spiega Adauto Cardoso, docente dell’Osservatorio delle metropoli, un centro di ricerca
urbanistica dell’università federale di Rio
de Janeiro. “Ma il guaio, specie a Rio, è che
molti di questi complessi residenziali sono
stati costruiti in zone periferiche, dove i terreni costano meno, ma dove spesso i servizi
di base non esistono. Insomma, invece di
essere una soluzione sono diventati un nuovo problema”.
Portavoce degli occupanti
Maria Neuma aveva lasciato la sua abitazione di Caju quattro anni prima per fuggire
dal marito violento. A causa dell’illegalità
che imperversava nella favela, poteva fare
ben poco contro di lui. “Anche se l’avessi
denunciato alla polizia”, mi dice, “non
l’avrebbero arrestato, perché a Caju la legge
la fanno i traicanti di droga, la polizia non
ci mette piede”. All’inizio Maria Neuma si
era stabilita in un palazzo di sei piani nel
quartiere di Estácio, vicino alla stazione
centrale. L’immobile, di proprietà del Banco do Brasil, era occupato da 140 famiglie.
Con il passare del tempo Maria era diventata leader e portavoce degli occupanti.
Quando sono arrivate le minacce di sfratto,
nel giugno del 2012, aveva raggiunto un accordo con l’amministrazione comunale,
ottenendo per molti un alloggio nei nuovi
condomini del programma Minha casa,
minha vida.
Neuma era inita al comprensorio Coimbra, sull’avenida Palmares, una strada di
campagna nel bel mezzo del nulla, nel sobborgo di Santa Cruz, un’area isolata e mal
collegata al centro, che dista quasi due ore
dalle zone ricche di negozi e attività culturali. È abitata da 1.400 persone, distribuite
in 28 palazzi di quattro piani ciascuno. Gli
appartamenti sono tutti uguali: ingresso,
cucina, bagno e due camere da letto, per un
totale di circa 42 metri quadrati.
“Al mio arrivo mi sono resa conto subito
che la situazione era diicile”, ricorda Maria. “C’era gente che proveniva
da favelas dominate da bande criminali rivali e che covava ancora
vecchi rancori”. Visto che laggiù
le istituzioni faticano ad arrivare,
l’intero quartiere era inito sotto il
controllo della milizia formata da ex poliziotti corrotti, pompieri e perfino delinquenti con condanne alle spalle. Al Coimbra la legge la facevano loro, e agivano impunemente, ricorrendo a minacce e alla
violenza per mantenere l’ordine.
Neuma si è resa conto che tra i componenti della società di gestione c’era scarso
coordinamento e che i nuovi inquilini non
erano disposti ad assumersi responsabilità
amministrative. “C’erano molti problemi.
Le scuole della zona erano insuicienti per
le esigenze della popolazione. Quando l’ho
denunciato al comune, è stata avviata in
tutta fretta la costruzione di un complesso
scolastico, ma nei due mesi che ci sono voluti per inirlo molti hanno perso il diritto ai
sussidi che il governo brasiliano concede
alle famiglie povere per far studiare i bambini”. Al Coimbra, inoltre, c’erano poche
opportunità di lavoro: Santa Cruz è un centro industriale importante, ma i suoi nuovi
abitanti, poco istruiti, non erano abbastanza qualiicati per i posti di lavoro oferti.
Alla ine Neuma si è convinta che il progetto del Coimbra fosse un tentativo del
sindaco di Rio, Eduardo Paes, di ingraziarsi
gli elettori in vista del voto dello scorso ottobre: ha sfruttato il sogno dei poveri di diventare “proprietari della casa in cui vivono”
ma senza creare le infrastrutture necessarie
a una società sana. “Altro che Minha casa,
minha vida”, dice Maria, “io lo chiamo Minha casa, minho inferno”.
Altri sostengono che il governo non aveva l’obiettivo di ofrire una vita migliore ai
cittadini. “Il comune inge di occuparsi della gente, ma in realtà vuole solo ripulire certe zone della città”, mi ha detto Renato Cosentino, portavoce del comitato popolare
contro la Coppa e le Olimpiadi, un’organizzazione che contrasta il progetto governativo di riqualiicare alcuni quartieri in vista
dei Mondiali di calcio del 2014 e delle Olimpiadi del 2016. “I poveri vengono allontanati e nascosti nell’estrema periferia, come la
zona ovest”. Molte favelas, che il governo
ha dichiarato “a rischio” per poterle sgomberare e trasferire gli abitanti, si trovano “in
posizioni strategiche per i futuri eventi
sportivi”, fa osservare Cosentino. “Sarebbe
più facile risistemarle e dare una vita dignitosa a quelli che ci abitano. Invece il governo preferisce allontanarli e vendere i terreni
alle società immobiliari”.
Un mese dopo essersi trasferita al Coimbra, Maria Neuma è stata eletta amministratrice del condominio e la milizia non ha
tardato a farsi viva. “Sono venuti a darmi il
benvenuto”, dice. “Il capo era un ex poliziotto, lo chiamavano Barack Obama. È
stato ucciso di recente”. Ma la visita aveva
uno scopo sinistro: “Volevano che pagassimo il pizzo per la protezione del quartiere”,
racconta Neuma. “Io sapevo che andava
fatto per stare tranquilli, ma a quel tempo il
Coimbra era abitato solo in parte, quindi
era impossibile racimolare tutti i soldi che
chiedevano”.
Maria racconta che la milizia ricorreva a
metodi brutali per punire chi non stava alle
regole. “Ho abitato lì solo da giugno ad agosto, e in quel breve periodo quattro persone
sono sparite e sette sono state cacciate. Tutte avevano qualcosa a che fare con la droga:
erano spacciatori o tossici, che la milizia
non tollera”. Dopo un po’ hanno cominciato
a minacciarla perché non pagava la cifra richiesta. A quel punto Neuma si è rivolta alla
Commissione per i diritti umani di Rio e al
dipartimento per la repressione della criminalità organizzata (Draco). “Ma le intimi dazioni si facevano sempre più insistenti e
così ho dovuto mollare e andare via”.
Quando ho visitato il Coimbra, ad agosto, gli abitanti non volevano parlare della
milizia e delle violenze. Solo uno studente
universitario, Gabriel Augusto, mi ha confermato quello che ha detto Maria. “Costringono ogni famiglia a versare un tanto al
mese, di solito fra i venti e i trenta real (6-9
euro)”, mi ha detto. “Sono come dei vigilantes privati, ma se non paghiamo ci minacciano di morte. Le regole sono: niente droga, niente violenze domestiche e niente
furti. Se vogliamo le bombole per il gas, internet o la tv via cavo, dobbiamo chiedere a
loro, e per spostarci siamo costretti a prendere gli autobus di loro proprietà. Alternative non ce ne sono, perché i trasporti pubblici qui non arrivano, e la strada principale si
trova a più di mezz’ora di cammino”. Secondo i calcoli di Gabriel Augusto, circa la
metà delle persone arrivate al Coimbra ha
inito per subaittare gli appartamenti o li
ha svenduti ed è tornata alla favela.
Il nuovo amministratore del Coimbra è
Leandro Ferreira, 31 anni, sposato e padre
di sei igli. Prima Ferreira abitava in una favela chiamata Cidade de Deus. “La nostra
baracca si trovava nella parte della favela
che chiamavamo ‘il cimitero’, perché i traficanti ci gettavano i cadaveri delle loro vittime”, racconta. Lui stesso ha commesso
violenze e ha usato droghe quando abitava
lì. Ora che è arrivato al Coimbra è cambiato
e vuole darsi da fare per la sua nuova comunità. “Secondo me, il governo ha fatto una
buona cosa per noi, ma non basta”. Da mesi
Ferreira sta cercando di spingere il comune
a inire un nuovo pronto soccorso e ad av viare un centro di formazione “per dare a
noi adulti la possibilità di inire gli studi e
trovarsi un lavoro dignitoso”. Nel suo ruolo
di amministratore, Ferreira ha il difficile
compito di mediare tra le esigenze degli
abitanti e le regole imposte dalla milizia
senza denunciarla apertamente. “Ogni posto”, dice, “ha il suo scerifo”. E anche per
lui l’argomento è chiuso u
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