Philippe Grangereau, Libération, Francia
Negli ultimi dieci anni, migliaia di cittadini dei paesi africani che forniscono materie
prime a Pechino hanno ottenuto il visto per la Cina. Molti sono partiti in cerca
di fortuna ma hanno dovuto fare i conti con una società poco accogliente
L
a terza volta che è
venuto nel mio piccolo negozio di magliette, mi ha detto
che era innamorato
di me”, racconta
con civetteria Xiao Jiang. “Dato che trovavo
il suo naso e i suoi occhi molto belli, alla ine
sono uscita con lui. E nel 2007 ci siamo sposati”. Xiao Jiang, una cantonese di trent’anni, e Saliou Ndyaye, un senegalese di 32 anni, oggi hanno una bambina di due anni che
si chiama Yiwa. “Le parlo in cinese per evitare che confonda le due lingue”, mormora
il papà premuroso aprendoci la porta del
suo minuscolo appartamento di due stanze
nella periferia di Guangzhou. Sullo schermo del computer una voce femminile canta
una nenia locale. “Le canzoni cinesi mi
piacciono moltissimo”, confessa Saliou.
Dal suo arrivo in Cina, nel 2005, tira avanti
lavorando nell’import-export. In questo
momento ha comprato in Cina delle macchine da cucire per fare merletti che esporta
via nave in Senegal. “I margini sono molto
piccoli, ma mi permettono di sopravvivere.
Per noi immigrati non è facile lavorare.
L’unico modo è lanciarsi negli afari”.
Xiao Jiang e Saliou sono una delle quattrocento coppie miste sinoafricane di questa metropoli del sud della Cina, dove vivono tra i 20 e i 30mila africani. Gli anglofoni
gravitano intorno a Sanyuanli, un quartiere
moderno, mentre i francofoni dell’Africa
occidentale frequentano le stradine del
quartiere di Xiaobei, dove da molto tempo
è presente una grande comunità di commercianti mediorientali. Qui si arriva passando sotto un ponte ferroviario dove, non ontano da una bancarella di vestiti africani
made in China, due africane sedute su delle
sedie in mezzo alla strada si fanno depilare
il volto da donne cinesi. “Portate sempre
con voi il passaporto. È vietato frequentare
le prostitute. Qualunque infrazione sarà
punita con una multa”, si legge in inglese su
una grande stele in cemento collocata dal
commissariato di quartiere.
Arrivato per caso
In un dedalo di vicoli dove incrociamo un
gruppo di donne in abaya(il velo nero integrale), ci sono ristoranti turchi, burkinabé,
maliani e qualche parrucchiere africano
quasi sempre pieno. Sul bordo di una piccola piazza, davanti a un manifesto in francese che pubblicizza una scuola serale di “lingua cinese commerciale”, alcuni uiguri
dello Xinjang davanti ai loro scooter aspettano i clienti africani. “I taxi normali ci accettano di rado come clienti perché siamo
neri. Ma si è creato un servizio di taxi parallelo illegale. Il problema è che costa il doppio del normale”, ci spiega Mustafa Dieng,
il “presidente” della comunità senegalese
di Guangzhou. “Conosco un uomo d’afari
del Togo che è talmente stufo di veder scappare i taxi che ha inito per comprarsi una
macchina. La Cina non è un paese facile”.
Mustafa Dieng, ex militare dell’aeronautica senegalese, è arrivato un po’ per
caso a Guangzhou, all’epoca in cui la Little
Africa non esisteva ancora. Era il 2003 e la
Cina si era messa in cerca di materie prime
in Africa. Per questo Pechino aveva liberalizzato la sua politica dei visti nei confronti
di molti paesi del continente. “Un visto cinese si otteneva in pochi giorni, mentre ci
volevano dei mesi per ottenerne uno da un
paese europeo”, sottolinea Dieng, che ha
abbandonato il suo progetto iniziale di emigrare in Australia per dedicarsi all’importexport a Guangzhou. “Ho cominciato con
jeans e scarpe da ginnastica. All’inizio si
guadagnava così bene che spedivo le mie
merci con aerei cargo”, ricorda Dieng.
Quando gli ordini sono diminuiti, si è dato
invece al trasporto marittimo. Ma gli afari
non vanno più come prima. “La manodopera cinese è diventata più cara e l’industria
tessile ha perso la sua competitività. Ora
bisogna andare in Vietnam”. Per Dieng sono initi i bei giorni della Little Africa. “A
poco a poco i cinesi si stanno riprendendo
le nostre attività”, dice Dieng. “Sono ovunque in Africa, dove creano i loro canali
commerciali facendo a meno di quelli del
posto”. Nel corso degli anni molti degli interpreti e degli impiegati cinesi con cui lavorava lo hanno lasciato per creare sullo
stesso modello le loro ditte di import-export. “Uno di loro si è perino portato via
tutta la mia lista di clienti”.
“Le dimensioni della comunità africana di Guangzhou, che ha avuto il suo momento di massimo splendore nel 2008, si stanno riducendo sempre più”, conferma Roberto Castillo, un ricercatore messicano
dell’università Lingnan di Hong Kong, che
da tre anni studia il particolare melting pot
etnico della “Chocolate city” di
Guangzhou. Da qualche tempo Pechino ha
reso più diicile la concessione dei visti ai
cittadini di alcuni paesi africani. “I congo lesi, che ormai hanno molta diicoltà a ottenere un visto cinese, si sono ridotti a comprare di nascosto i passaporti degli angolani, che al contrario sono accolti molto bene
in Cina”, osserva Castillo. Molti africani
vivono in Cina senza documenti perché la
polizia di frontiera punisce gli immigrati
irregolari con multe severe e una pena di 21
giorni di prigione, anche quando vogliono
lasciare il paese. Chi non ha il denaro per pagare è quindi paradossalmente incoraggiato a rimanere. Tuttavia molti iniscono
in prigione o sono espulsi (a loro spese).
“Mi controllano i documenti anche diverse
volte al giorno. Talvolta la polizia arriva da
noi all’una di notte, è terribile”, si lamenta
Fatima, una donna d’afari della Guinea.
La nuova politica cinese di restrizione
dei visti spinge gli africani a lasciare il paese, conferma Ojukwu Emma, il presidente
della comunità nigeriana di Guangzhou,
che conta diecimila persone. Imponente,
con una voce profonda e pacata, ci riceve
nel suo grande uicio pieno di telecamere
di sorveglianza. Gli afari vanno bene poiché secondo lui “tra Guangzhou e Lagos
transitano ogni giorno più di trenta milioni
di dollari”. Ma il clima sta peggiorando.
Molti dei suoi connazionali sono irregolari
e “si fanno trufare dai commercianti cinesi”, riconosce Emma. “Per evitare di pagare
i loro clienti nigeriani, i cinesi li denunciano
alla polizia per farli espellere”. Le liti tra i
commercianti nigeriani e i loro fornitori cinesi sono così frequenti che la comunità
nigeriana ha creato una polizia parallela, i
peace-keepers (custodi della pace), sessanta
colossi tatuati strategicamente distribuiti
nei mercati cinesi dove lavorano gli uomini
d’afari nigeriani per dare l’allarme in caso di problemi. “Quando c’è un diverbio intervengono, perché la polizia dà sempre ragione ai cinesi”, osserva Emma.
Il piccolo Obama
Gli incidenti tra la comunità africana e
quella cinese sono piuttosto frequenti. Nel
2009 un giovane nigeriano che scappava da
un controllo dei documenti è morto saltando dal secondo piano di un ediicio. Il giorno stesso duecento nigeriani hanno protestato davanti a un commissariato di
Guangzhou. Nel 2012 centinaia di cittadini
africani hanno manifestato dopo la morte
di un uomo picchiato a morte da un gruppo
di cinesi nel corso di una lite sulla tarifa di
una corsa in taxi. “I rappresentanti di tutte
le comunità africane si sono uniti nella protesta”, ricorda Dieng. “Ma la polizia si è riiutata di incontrarci tutti insieme, preferendo convocarci separatamente. Alla ine
abbiamo preferito non andare. Per quanto
ne sappia, i colpevoli di questo omicidio
non sono ancora stati arrestati. La Cina è un
paese comunista, mentre noi veniamo da
un paese democratico. Si cerca di dialogare
ma non è facile”, commenta Emma, che vive a Guangzhou dal 1997.
Il razzismo dei cinesi nei confronti degli
heiren(neri) mette a disagio molti africani,
spiega questo veterano della comunità ni geriana sistemandosi la veste. “Ho perso il
conto delle volte che ho visto dei cinesi uscire dall’ascensore turandosi il naso quando
entravo io. Il mese scorso, per strada, una
babysitter mi ha indicato con il dito al bambino che portava a spasso deinendomi con
termini molto volgari”. Sposato con una
cantonese, Emma ci racconta che suo iglio,
che ha quattro anni, ha dovuto cambiare
scuola tre volte. “Gli insegnanti dicevano
agli studenti che mio iglio non era come
loro e questo lo ha fatto molto sofrire”. Nella speranza di ridurre al minimo la discriminazione, ha chiamato suo figlio Obama.
Con i suoi interlocutori, Emma dimostra
ogni tanto un umorismo caustico: “Una volta per provocazione ho detto a delle autorità
cinesi che il mio Obama, in quanto cinese,
sarebbe potuto diventare il loro futuro presidente! Mi hanno risposto alzando le braccia al cielo ‘no, no, è impossibile’”.
Alimentando il razzismo, la polizia di
Guangzhou caccia i neri da alcuni quartieri.
“L’altro giorno alcuni poliziotti hanno convocato il proprietario del mio appartamento
per chiedergli di sfrattarci”, si lamenta Saliou. “E non sono certo l’unico africano a
cui è successa una cosa simile”. Questa segregazione silenziosa è cominciata nel
2007. Anche se è contento di essere in Cina,
a Saliou il “razzismo quotidiano” pesa.
“Quando mi siedo in autobus, i passeggeri
accanto a me si alzano e a volte si turano il
naso”, dice il ragazzo mostrando il video di
uno di questi incidenti che ha ilmato con il
suo smartphone.
Durante una breve passeggiata con la
moglie e la iglia, si possono scorgere gli
sguardi dei passanti. Sorridente, Xiao Jiang
fa inta di niente. “Non mi interessa quello
che pensa questa gente”, inisce per dire. “È
Saliou che amo e che ho sposato, non loro!”.
Ma Xiao dice anche di avere “molta voglia”
di vedere il Senegal, il paese da dove viene
suo marito. u adr
lunedì 20 gennaio 2014
1029 - Pensiero sfuggente
Tim Bayne, New Scientist, Regno Unito
Foto di Cerise Doucède
Consapevoli o involontari, i pensieri riempiono la
nostra mente in ogni momento. Ma cosa signiica
esattamente pensare? Possiamo controllare questa
facoltà? Esiste un limite al pensabile?
e ci riuscite, provate a immaginare una vita senza pensiero. Non sarebbe una grande
esistenza. I pensieri riempiono tutti i nostri momenti di
veglia, e che siano profondi,
banali, divertenti o bizzarri, non possiamo
negare che ci vengono naturali. Potremmo
dire che per gli esseri umani pensare è come
volare per le aquile o nuotare per i delini.
Ma una cosa è pensare e un’altra è comprendere la natura del pensiero. Come le
aquile volano senza sapere nulla di aerodinamica e i delini nuotano senza conoscere
la meccanica dei luidi, la maggior parte di
noi pensa senza avere la più pallida idea di
cosa signiichi farlo. Chiunque può pensare,
ma è piuttosto raro che qualcuno riletta sul
pensiero in sé.
Cos’è il pensiero allora? È diicilissimo
rispondere a questa domanda. Le neuroscienze, la psicologia, la ilosoia e altre
discipline ci hanno dato ognuna una risposta, ma il problema non ha mai ottenuto
tutta l’attenzione che merita. Forse perché
è un fenomeno estremamente vario e complesso. Possiamo pensare a un’incredibile
varietà di cose: oggetti, persone, luoghi,
rapporti, concetti astratti, presente, futuro, cose reali e immaginarie. Possiamo non
pensare a niente e pensare al pensiero
stesso.
Il funzionamento del pensiero ci sfugge,
anche se ormai ne sappiamo qualcosa. Lo
usiamo per risolvere problemi e per inven tare cose nuove, ma ino a che punto lo controlliamo? E inine, esiste un limite a quello
che possiamo pensare?
Prima di provare a rispondere a queste
domande dobbiamo fare qualche distinzione, perché il termine “pensiero” si può riferire a tre aspetti diversi della nostra vita
mentale. Per un verso, è un tipo di evento
mentale. Pensare a qualcosa significa richiamarlo alla mente. Per un altro, è una
facoltà. Come esistono facoltà associate
alla percezione e al linguaggio, esiste anche
una facoltà – o forse più di una – associata
alla capacità di pensare. Inine il pensiero è
anche un tipo di attività. Come possiamo
essere impegnati nell’attività di cercare o
ascoltare qualcosa, possiamo anche esserlo
nell’attività di pensare a qualcosa.
Consideriamo prima di tutto il pensiero
come evento mentale. Cosa sono i pensieri
e cosa li distingue da altri tipi di eventi mentali come le esperienze percettive e le sensazioni isiche? Immaginate di essere davanti a un falò. Potete vedere le iamme e
sentire il calore. Queste sono esperienze
puramente percettive. Ma potreste anche
chiedervi cosa succederebbe se il vento
cambiasse direzione o come funziona la
combustione. Questi eventi sono indotti
dall’esperienza percettiva, ma non sono
percezioni. Sono pensieri.
Anche se la distinzione tra percezione e
pensiero è intuitiva, nessuno è stato mai in
grado di esprimerla in modo inequivocabile. Un modo per farlo è dire che il pensier implica l’impiego di concetti e la percezione
sensoriale no. È possibile vedere un falò anche senza possedere il concetto di falò, ma
è impossibile pensarlo. Tuttavia, questa deinizione non convince tutti. Alcuni teorici
sostengono che anche la percezione implica l’impiego di concetti. E poi non è facile
spiegare con precisione cos’è un concetto.
Un’altra distinzione possibile è che i
pensieri sono coscienti, le percezioni no:
pensare a un falò non è la stessa cosa che
percepirlo. Ma anche qui si va incontro a
qualche diicoltà. Tutti concordano sul fatto che pensare a un falò è soggettivamente
diverso dal percepirlo, ma non è semplice
spiegare perché. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che anche i pensieri possono essere inconsci, come quando
state cercando di risolvere un problema e vi
viene in mente un’idea, oppure ci dormite
sopra e la mattina dopo scoprite che si è miracolosamente risolto. Quindi non possiamo far conto sulla coscienza per distinguere
il pensiero da altri eventi mentali.
E come facoltà? Un punto di partenza
utile potrebbe essere la deinizione che c dà Cartesio del pensiero come “strumento
universale che può servire in qualsiasi occasione”. Cosa intendeva dire?
Torniamo alla diferenza tra percepire e
pensare. Per percepire, supponiamo, una
mela, dev’esserci un nesso causale tra noi e
la mela. Prima di tutto la mela deve rilettere la luce, che a sua volta deve essere elaborata dal nostro sistema visivo. Ma per pensare a una mela non è necessario nessun
nesso simile. Possiamo farlo in qualsiasi
momento, anche se non l’abbiamo davanti.
È questo che consente alla facoltà del pensare di essere usata “in qualsiasi occasione”.
Un’altra caratteristica del pensiero che
ci fa osservare Cartesio è l’ampiezza della
sua sfera d’azione. La percezione ci permette di accedere a una gamma limitata di cose. La vista può dirci se una mela è rossa o se
sta cadendo, ma solo una creatura capace di
pensare può sapere che è originaria dell’Asia
occidentale o che ha più geni di un essere
umano. Possiamo pensare a oggetti che sono molto lontani da noi nello spazio e nel
tempo, a cose concrete e astratte, al passato e al futuro, a ciò che esiste e a ciò che non
esiste. La portata del pensiero umano non è
proprio illimitata, ma senza dubbio è molto
più ampia di quella della percezione.
L’importante è capire
Un’altra caratteristica della facoltà di pensiero è la sua capacità di integrare i concetti,
che ci permette di collegare due eventi e di
capire che rapporto c’è tra loro.
Pensate a un famoso episodio della storia della medicina. Negli anni quaranta
dell’ottocento, mentre lavorava in un ospedale di Vienna, il medico Ignaz Semmelweis si accorse che l’incidenza della febbre
puerperale era molto più alta in un reparto
maternità che in un altro. Notò anche che di
quel reparto si occupavano gli studenti che
efettuavano le autopsie. Questo lo portò a
chiedersi se non fossero per caso loro a infettare le donne. Cercò di veriicare questa
ipotesi chiedendo ai giovani di lavarsi le
mani con l’ipoclorito di calcio – noto per la
sua capacità di eliminare l’odore dei cadaveri – prima di andare in reparto. Questo
determinò una notevole diminuzione delle morti per febbre puerperale.
La scoperta di Semmelweis, che gettò le
basi della teoria dei germi come causa delle
malattie, richiedeva una doppia integrazione: non solo aveva fatto un collegamento al
quale ino a quel momento nessuno aveva
pensato, ma aveva anche concepito un modo per veriicare l’ipotesi che ne derivava.
Usiamo ogni giorno questa capacità di risolvere i problemi. Che si tratti di programmare una vacanza o semplicemente di decidere come arrivare da un posto a un altro,
passiamo la maggior parte della nostra vita
a considerare i rapporti tra gli eventi.
Ora passiamo al pensiero come attività
mentale. Anche se possono essere isolati, di
solito i pensieri sono concatenati tra loro.
Esistono due tipi di concatenazione. A volte
il rapporto tra pensieri è di tipo associativo:
uno porta naturalmente e spontaneamente
a un altro. Per esempio, se stiamo pensando
alla Svizzera può venirci in mente lo sci, che
a sua volta può spingerci a pensare alla neve, di conseguenza al Natale, e così via. Di
solito pensiamo in questo modo quando
sogniamo a occhi aperti o fantastichiamo.
Anche se è piacevole seguire questo
lusso, la vera forza del pensiero risiede in
qualcosa di più sistematico: nel fatto che ci
permette di usare la logica deduttiva. Anzi,
a volte il termine “pensiero” è riservato
esclusivamente a questa attività. Pensate
alla serie di enunciati “Socrate è un uomo”,
“Tutti gli uomini sono mortali”, quindi “Socrate è mortale”. I tre elementi sono collegati tra loro per inferenza: se i primi due
sono veri, deve necessariamente esserlo
anche il terzo. L’importanza del pensiero si
basa soprattutto sulla nostra capacità di organizzare i concetti in modo coerente per
“capire” cosa consegue da cosa. In altre parole, quello che ci interessa di più è il ragionamento.
Dopo aver distinto tra i vari aspetti del
pensiero, possiamo rivolgere l’attenzione
alla sua natura. Cos’è esattamente?
Un tempo si credeva che richiedesse un
qualche tipo di mezzo non isico, un’anima
o una mente immateriale. I ilosoi moderni
respingono questa ipotesi a favore di una
spiegazione più materialistica, secondo cui
pensare comporta solo una serie di processi
isici.
I motivi alla base di questa teoria sono
tre. Il primo è che spiega i rapporti tra stati
cerebrali e stati mentali. Dai leggeri cambiamenti indotti dalla cafeina a quelli più
radicali provocati dai danni cerebrali, è
chiaro che le condizioni del cervello sono
strettamente collegate alla nostra capacità
di pensare Il secondo motivo è che spiega il ruolo
causale del pensiero. I pensieri sono causati da eventi isici ma possono anche esserne
la causa a loro volta. Vedere un treno entrare in stazione può portarci a pensare che è
“ora di andare”, e questo ci spinge a prendere la valigia e a salire sul treno.
In terzo luogo, la concezione materialistica del pensiero confermerebbe la continuità dell’evoluzione naturale. Supponiamo che gli esseri umani si siano evoluti da
animali che non erano in grado di pensare.
Anche se non si può escludere che questo
abbia comportato l’emergere di un mezzo
non isico, è più plausibile ipotizzare che
l’evoluzione delle creature pensanti sia dovuta a una serie di cambiamenti strutturali
che si sono veriicati nei sistemi isici.
Se la consideriamo separatamente, nessuna di queste motivazioni è decisiva, ma
messe tutte insieme costituiscono una prova abbastanza convincente della validità
della teoria isicalista del pensiero. Ma come fanno i pensieri, in quanto fenomeni isici, a manifestarsi nel cervello?
Per buona parte della storia umana il
pensiero è sempre stato qualcosa di personale e privato, che poteva essere espresso
solo attraverso la parola e il comportamento. Esistono già varie teorie su come nascono i pensieri, ma gli ultimi sviluppi delle
tecniche di “decodiica”, o lettura, del cervello, cominciano a renderlo oggetto di studi più diretti.
Con l’aiuto della risonanza magnetica
funzionale, i neuroscienziati sono in grado
di usare le informazioni sullo stato cerebrale di una persona per stabilire cosa sta pensando. Nel corso di uno studio è stato chiesto ai partecipanti di scegliere tra due opzioni – “somma” o “sottrazione” – prima di
vedere due numeri sui quali avrebbero poi
dovuto efettuare l’operazione prescelta. I
ricercatori sono riusciti a capire con una
precisione del 70 per cento se i soggetti avevano deciso di sommare o sottrarre, e quindi in pratica di leggere le loro intenzioni.
Altri ricercatori sono riusciti a determinare
cosa guardava una persona semplicemente
osservando la sua attività cerebrale.
Anche se i primi risultati sembrano entusiasmanti, è bene sottolineare i limiti di
questi studi. In primo luogo, la gamma di
cose alle quali si chiede ai soggetti di pensare è artiicialmente ristretta. Nello studio
sull’addizione e la sottrazione, le possibilità
erano solo due. Nel mondo reale la gamma
dei nostri pensieri non è così limitata, e
quindi interpretare l’attività mentale di una
persona nella vita quotidiana sarà molto più
diicile. La decodiica dei pensieri richiede una
lunga preparazione, è necessario prima
tracciare una mappa delle correlazioni tra
pensieri e attività cerebrale. I ricercatori
non possono leggere pensieri che non sono
già inseriti nel loro database. Il brain imagingnon è ancora in grado di decodiicare il
linguaggio del pensiero, e la possibilità di
progettare una macchina capace di leggere
i pensieri umani è ancora molto lontana.
Nella mente degli animali
Una delle questioni più discusse sulla natura del pensiero riguarda il ruolo del linguaggio. In proposito esistono opinioni diverse.
A un’estremità dello spettro c’è chi sostiene
che pensiamo con le parole. All’altra c’è chi
dice che il linguaggio non svolge alcuna
funzione se non quella di permetterci di comunicare i nostri pensieri. Molto probabilmente la verità sta nel mezzo.
Un modo per intervenire in questo dibattito è considerare che tipo di pensieri
possono avere gli animali non umani. Condurre ricerche in questo settore è molto dificile, ma esistono almeno tre campi in cui è
stato possibile dimostrare l’esistenza di un
pensiero animale: i numeri, i rapporti sociali e gli stati psicologici.
Molte specie hanno la capacità di individuare proprietà matematiche basilari. Durante uno studio, i ricercatori hanno prima
insegnato alle cavie a premere una leva
quando sentivano due suoni e un’altra
quando ne sentivano quattro, poi a fare la
stessa cosa quando vedevano dei lampi di
luce. In seguito, quando si sono trovate davanti a un suono e a un lampo, le cavie hanno premuto la prima leva, lasciando quindi
intendere che avevano interpretato lo stimolo come “due eventi”, mentre davanti a
due note e due lampi, hanno premuto la seconda.
Alcune specie sono anche in grado di
confrontare le quantità con una certa precisione. Durante un esperimento, a degli
scimpanzé è stata oferta la scelta tra due
vassoi di gocce di cioccolato. Su ogni vassoio ce n’erano due mucchietti – per esempio,
uno di tre e uno di quattro, e uno di sette e
uno di due – e gli animali dovevano stabilire
su quale ce n’erano di più. Alla ine riuscivano sempre a scegliere quello giusto, anche
se con quantità molto simili facevano più
fatica.
Gli scimpanzé sono in grado di capire
anche le frazioni semplici. Dopo che gli è
stato mostrato un bicchiere di latte pieno a
metà, per ottenere una ricompensa sono
capaci di distinguere tra una mezza mela e
una a tre quarti.
Nel complesso, sembra dimostrato che
un certo numero di specie è in grado di
quantiicare gli oggetti ino a tre unità, e di
valutare approssimativamente quantità
maggiori. Nella misura in cui sono indipendenti dagli stimoli e sistematiche, queste
rappresentazioni mentali sono simili ai
pensieri.
Un’altra sfera nella quale esistono le
prove di un pensiero animale è quella dei
ranghi sociali. Le ricerche più estese sulle
cognizioni sociali sono state condotte sui
babbuini femmina, nel cui complesso mondo sociale esiste una gerarchia a due livelli:
quello delle famiglie tra loro, e quello delle
femmine all’interno di ogni famiglia.
Questa gerarchia, anche se non è rigidissima, svolge un ruolo fondamentale nella società dei babbuini, quindi è comprensibile che questi animali abbiano una rappresentazione complessa del loro mondo sociale. Per esempio, un babbuino può essere
più spaventato dalla sequenza di richiami
emessa da un maschio subordinato per minacciarne uno dominante di una famiglia
diversa, che non da quella che rappresenta
un conlitto simile all’interno della stessa
famiglia, anche se la diferenza di rango è
identica.
La comprensione che un babbuino mostra di avere del suo mondo sociale ha più di
un aspetto in comune con il pensiero. In primo luogo, il livello gerarchico non è immediatamente evidente e per riconoscerlo è
necessario avere una teoria in proposito. In
secondo luogo, questa comprensione sembra essere elastica: un babbuino è in grado
di concepire un gran numero di possibili
rapporti, anche inaspettati, tra membri del
suo branco. Queste caratteristiche permettono di deinire la rappresentazione mentale che i babbuini hanno del loro mondo sociale come una forma di pensiero. Un terzo settore in cui sono state scoperte rappresentazioni mentali simili a pensieri è quello della comprensione degli stati
psicologici. Sembra che almeno i primati
siano in grado di stabilire quello che gli altri
possono vedere – e quindi, probabilmente
sanno – in base a quello che stanno guardando. Seguono lo sguardo di altri animali
per individuare l’oggetto della loro attenzione e rimuovono il cibo dalla loro visuale.
Negli esperimenti, gli scimpanzé di rango
inferiore prendono solo il cibo che quelli
dominanti non possono vedere (di solito i
dominanti prendono tutto il cibo e puniscono i subordinati che li sidano), il che fa pensare che comprendono il collegamento tra
vedere e sapere.
Sdoppiamento
È stato anche dimostrato che i primati sono
in grado di controllare i loro stati mentali. In
una serie di studi, alcune scimmie avevano
imparato a sottoporsi a un test in cui dovevano distinguere tra due forme. Quando
rispondevano correttamente gli veniva offerto del cibo, quando sbagliavano non ricevevano nulla ed erano obbligate ad aspettare un po’ di tempo prima della prova successiva, cosa che detestavano fare. Così
avevano imparato che premendo un bottone potevano saltare una prova e passare
immediatamente alla successiva. Dall’uso
che ne facevano si deduceva che erano in
grado di valutarne la diicoltà, perché sceglievano di saltare solo quelle più diicili.
Sembra ormai chiaro che le specie non
umane usano processi simili al pensiero in
diverse situazioni, ma che comunque non si
avvicinano mai all’ampiezza e alla rainatezza del pensiero umano. Perché questo è
così unico? Sembra che l’elemento discriminante sia il linguaggio.
Pensate al seguente esperimento condotto su Sheba, una femmina di scimpanzé
addestrata a usare i numeri per rappresentare gli oggetti. I ricercatori le avevano offerto due piatti di cibo, uno grande e uno
piccolo. Per avere il piatto più grande, doveva indicare quello piccolo. Anche se aveva
capito la regola, non riusciva a superare
l’istinto di indicare quello più grande, ino a
quando i piatti non sono stati coperti e sopra
ci sono stati messi dei numeri.
L’uso dei simboli ha permesso a Sheba
di andare oltre le sue normali capacità e di
fare qualcosa di molto più intelligente: separare il pensiero dalla percezione. Questo
“sdoppiamento” è uno dei tratti tipici del
pensiero umano e può essere facilitato
dall’uso di simboli, in particolare linguistici
(e forse addirittura lo richiede).
Un altro esempio del potere dei simboli
ci è fornito da uno studio sugli scimpanzé
addestrati a usare targhette di plastica per
rappresentare l’identicità e la diferenza.
Per esempio, due tazze potevano essere associate a un triangolo rosso (identicità),
mentre una tazza e una scarpa a un cerchio
azzurro (diferenza).
Una volta capito questo concetto, ma
solo a quel punto, gli scimpanzé erano in
grado di comprendere rapporti di identicità
e diferenza più complessi. Capivano che il
rapporto tra due coppie di oggetti, come
tazza-tazza e tazza-scarpa, era di diferenza. Secondo i ricercatori, le targhette permettevano agli animali di rispondere correttamente perché trasformavano un compito complesso in quello più semplice di
stabilire se il simbolo associato alle due
coppie era lo stesso. Come ha osservato il
filosofo Andy Clark: “L’uso di etichette
esterne consente al cervello di risolvere
problemi il cui livello di complessità e astrazione ci metterebbe in diicoltà”.
Il linguaggio facilita il pensiero anche
in altri modi. È uno strumento che aumenta la nostra capacità di pensare. Traducendo i pensieri in linguaggio siamo in grado
di fare un passo indietro e sottoporli a una valutazione critica. Abbiamo buoni motivi
per supporre che il linguaggio sia il presupposto di alcune caratteristiche distintive
del pensiero umano, o almeno che le renda
possibili.
Un altro tratto caratteristico del pensiero umano è che implica un contesto sociale.
Nasciamo in una comunità di pensatori, e
impariamo a pensare guidati da chi è più
esperto di noi. L’infanzia è un lungo periodo
di apprendistato. Impariamo sia cosa sia
come pensare.
Ma, forse soprattutto, è la cultura a consentire che i pensieri migliori di una generazione siano trasmessi alla successiva.
Diversamente da altre specie, le cui scoperte cognitive di solito devono essere ripetute
da ogni generazione, noi siamo in grado di
costruire sui pensieri dei nostri antenati.
Ereditiamo non solo il contenuto dei loro
pensieri, ma anche il metodo per generarli,
valutarli e comunicarli.
Fuori controllo
Un altro interrogativo importante che ci poniamo quando consideriamo il pensiero
come attività riguarda il grado di controllo
che esercitiamo su di esso. È un’attività intenzionale o essenzialmente passiva? La
controlliamo o è qualcosa che semplicemente ci succede?
A volte il pensiero è controllato dall’applicazione di regole. Le operazioni matematiche e logiche, per esempio, si basano
su regole, e i ilosoi hanno inventato molti
altri “strumenti sistematici” per pensare
più chiaramente. Ma è un tipo di attività insolito: nella maggior parte dei casi invece il
pensiero non comporta nessuna regola.
Supponiamo che vi chieda perché le democrazie tendono a non dichiarare guerra
alle altre democrazie. Se non avete già rilettuto sulla questione, forse avete bisogno
di pensarci.
Cosa signiica questo esattamente? Se la
vostra esperienza somiglia vagamente alla
mia, vi limitate a porre la domanda a voi
stessi e aspettare che vi venga in mente
qualcosa. A volte non succede quasi niente,
altre volte il vostro inconscio tira fuori qualcosa di intellegibile. In un caso o nell’altro,
non esiste alcuna regola da seguire coscientemente per generare i pensieri che vi servono.
Nel complesso, spesso pensare somiglia
alla semplice attività di porsi delle domande e aspettare che l’inconscio risponda. In
questi casi, il pensiero sembra avere il ruolo
di un guardiano incaricato di garantire che
i nostri pensieri non vadano fuori tema.
In realtà, non siamo afatto bravi a tene re a freno la tendenza della nostra mente a
divagare. In occasione di uno studio, è stato
chiesto a un gruppo di persone di leggere
mentalmente un brano cercando di non
“distrarsi”. Ogni tanto venivano interrotte
per sapere se stavano ancora leggendo, e si
è scoperto che si distraevano spesso, per di
più senza rendersene conto.
Una buona parte dei nostri pensieri non
ha una direzione precisa, cioè non mira a
uno scopo o a risolvere un problema speciico. Questo modo di pensare può assumere
varie forme, che vanno dal semplice divagare rispetto al compito che ci eravamo preissi ai pensieri spontanei che ci vengono in
mente quando riposiamo o facciamo un lavoro di routine.
Fino a poco tempo fa i pensieri non mirati erano considerati un aspetto inutile e
superluo della nostra vita interiore. Ma oggi i risultati di alcuni studi fanno pensare
che siano normali se non addirittura necessari. L’attività cerebrale che si registra quando la mente vaga senza meta è molto simile
a quella del pensiero creativo cosciente. È
possibile che, paradossalmente, i nostri
pensieri migliori siano proprio quelli non
mirati.
È stato anche dimostrato che cercare di
controllare la direzione di un lusso di pensiero può essere controproducente. In occasione di un famoso studio, lo psicologo
Daniel Wegner ha chiesto a un gruppo di
partecipanti di non pensare agli orsi bianchi
per cinque minuti, e ha scoperto che ci avevano pensato più di quanto avevano fatto i
componenti del gruppo a cui aveva chiesto
di fare il contrario.
Quindi, anche se un certo controllo cosciente sulla direzione dei nostri pensieri lo
abbiamo, non è afatto illimitato. E se abbiamo relativamente poco controllo, forse
abbiamo anche relativamente poca responsabilità per quello che pensiamo.
Nonostante questo, le capacità del pensiero umano sono chiaramente enormi.
Non sono limitate come quelle isiche o percettive. Per esempio, non possiamo vedere
luoghi molto lontani nello spazio e nel tempo, ma possiamo pensarli.
Più lontano
Le capacità della nostra mente hanno un
limite? L’idea che non possiamo capire certi aspetti della realtà a prima vista appare
poco plausibile. Dopotutto, non sembra esserci nessun aspetto del mondo al quale
non possiamo pensare. C’è qualche motivo
per prendere sul serio la possibilità di avere
dei limiti cognitivi?
Ebbene sì. Dato che il meccanismo del
pensiero fa parte della nostra biologia, abbiamo tutti i motivi per sospettare che sia
afetto dalle stesse carenze che costituiscono un vincolo per gli altri sistemi biologici.
Per esempio, è improbabile che gli scimpanzé siano in grado di pensare alla meccanica quantistica, forse perché gli manca la
parola. E se esistono parti della realtà inaccessibili ad altre specie pensanti, perché
dovremmo presumere che per noi siano
tutte accessibili?
Ma una cosa è ammettere che certi
aspetti della realtà vanno oltre la nostra
capacità di comprensione, tutt’altra cosa è
individuare esattamente quali sono. È possibile stabilire i conini del pensiero umano?
Forse questa domanda vi sembrerà assurda. Potreste obiettare che se qualcosa è
impensabile, non possiamo pensarci, e meno che mai sapere che è impensabile. Ma
non c’è nulla di assurdo nel cercare di stabilire quali sono questi limiti. Tutto sta nel
distinguere tra immaginare un pensiero e
pensarlo veramente. Possiamo sapere quello che non sappiamo (le incognite note),
perciò forse potremmo anche essere in grado di pensare a ciò che non possiamo pensare, a quelli che potremmo deinire gli impensabili pensabili.
Quali che siano i limiti del pensiero
umano, non c’è dubbio che siamo ben lontani dall’averli raggiunti. Esistono sicuramente idee – profonde e importanti – che
nessun essere umano ha mai concepito. Il
pensiero ci ha già portato molto lontano, e
chissà dove ci porterà ancora. u bt
Se esistono parti della
realtà inaccessibili
ad altre specie
pensanti, perché
dovremmo presumere
che per noi siano tutte
accessibili?
L’AUTORE
Tim Bayneè un ilosofo della psicologia
dell’università di Manchester, nel Regno
Unito. Ha scritto Thought. A very short
introduction (Oxford University Press 201
Foto di Cerise Doucède
Consapevoli o involontari, i pensieri riempiono la
nostra mente in ogni momento. Ma cosa signiica
esattamente pensare? Possiamo controllare questa
facoltà? Esiste un limite al pensabile?
e ci riuscite, provate a immaginare una vita senza pensiero. Non sarebbe una grande
esistenza. I pensieri riempiono tutti i nostri momenti di
veglia, e che siano profondi,
banali, divertenti o bizzarri, non possiamo
negare che ci vengono naturali. Potremmo
dire che per gli esseri umani pensare è come
volare per le aquile o nuotare per i delini.
Ma una cosa è pensare e un’altra è comprendere la natura del pensiero. Come le
aquile volano senza sapere nulla di aerodinamica e i delini nuotano senza conoscere
la meccanica dei luidi, la maggior parte di
noi pensa senza avere la più pallida idea di
cosa signiichi farlo. Chiunque può pensare,
ma è piuttosto raro che qualcuno riletta sul
pensiero in sé.
Cos’è il pensiero allora? È diicilissimo
rispondere a questa domanda. Le neuroscienze, la psicologia, la ilosoia e altre
discipline ci hanno dato ognuna una risposta, ma il problema non ha mai ottenuto
tutta l’attenzione che merita. Forse perché
è un fenomeno estremamente vario e complesso. Possiamo pensare a un’incredibile
varietà di cose: oggetti, persone, luoghi,
rapporti, concetti astratti, presente, futuro, cose reali e immaginarie. Possiamo non
pensare a niente e pensare al pensiero
stesso.
Il funzionamento del pensiero ci sfugge,
anche se ormai ne sappiamo qualcosa. Lo
usiamo per risolvere problemi e per inven tare cose nuove, ma ino a che punto lo controlliamo? E inine, esiste un limite a quello
che possiamo pensare?
Prima di provare a rispondere a queste
domande dobbiamo fare qualche distinzione, perché il termine “pensiero” si può riferire a tre aspetti diversi della nostra vita
mentale. Per un verso, è un tipo di evento
mentale. Pensare a qualcosa significa richiamarlo alla mente. Per un altro, è una
facoltà. Come esistono facoltà associate
alla percezione e al linguaggio, esiste anche
una facoltà – o forse più di una – associata
alla capacità di pensare. Inine il pensiero è
anche un tipo di attività. Come possiamo
essere impegnati nell’attività di cercare o
ascoltare qualcosa, possiamo anche esserlo
nell’attività di pensare a qualcosa.
Consideriamo prima di tutto il pensiero
come evento mentale. Cosa sono i pensieri
e cosa li distingue da altri tipi di eventi mentali come le esperienze percettive e le sensazioni isiche? Immaginate di essere davanti a un falò. Potete vedere le iamme e
sentire il calore. Queste sono esperienze
puramente percettive. Ma potreste anche
chiedervi cosa succederebbe se il vento
cambiasse direzione o come funziona la
combustione. Questi eventi sono indotti
dall’esperienza percettiva, ma non sono
percezioni. Sono pensieri.
Anche se la distinzione tra percezione e
pensiero è intuitiva, nessuno è stato mai in
grado di esprimerla in modo inequivocabile. Un modo per farlo è dire che il pensier implica l’impiego di concetti e la percezione
sensoriale no. È possibile vedere un falò anche senza possedere il concetto di falò, ma
è impossibile pensarlo. Tuttavia, questa deinizione non convince tutti. Alcuni teorici
sostengono che anche la percezione implica l’impiego di concetti. E poi non è facile
spiegare con precisione cos’è un concetto.
Un’altra distinzione possibile è che i
pensieri sono coscienti, le percezioni no:
pensare a un falò non è la stessa cosa che
percepirlo. Ma anche qui si va incontro a
qualche diicoltà. Tutti concordano sul fatto che pensare a un falò è soggettivamente
diverso dal percepirlo, ma non è semplice
spiegare perché. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che anche i pensieri possono essere inconsci, come quando
state cercando di risolvere un problema e vi
viene in mente un’idea, oppure ci dormite
sopra e la mattina dopo scoprite che si è miracolosamente risolto. Quindi non possiamo far conto sulla coscienza per distinguere
il pensiero da altri eventi mentali.
E come facoltà? Un punto di partenza
utile potrebbe essere la deinizione che c dà Cartesio del pensiero come “strumento
universale che può servire in qualsiasi occasione”. Cosa intendeva dire?
Torniamo alla diferenza tra percepire e
pensare. Per percepire, supponiamo, una
mela, dev’esserci un nesso causale tra noi e
la mela. Prima di tutto la mela deve rilettere la luce, che a sua volta deve essere elaborata dal nostro sistema visivo. Ma per pensare a una mela non è necessario nessun
nesso simile. Possiamo farlo in qualsiasi
momento, anche se non l’abbiamo davanti.
È questo che consente alla facoltà del pensare di essere usata “in qualsiasi occasione”.
Un’altra caratteristica del pensiero che
ci fa osservare Cartesio è l’ampiezza della
sua sfera d’azione. La percezione ci permette di accedere a una gamma limitata di cose. La vista può dirci se una mela è rossa o se
sta cadendo, ma solo una creatura capace di
pensare può sapere che è originaria dell’Asia
occidentale o che ha più geni di un essere
umano. Possiamo pensare a oggetti che sono molto lontani da noi nello spazio e nel
tempo, a cose concrete e astratte, al passato e al futuro, a ciò che esiste e a ciò che non
esiste. La portata del pensiero umano non è
proprio illimitata, ma senza dubbio è molto
più ampia di quella della percezione.
L’importante è capire
Un’altra caratteristica della facoltà di pensiero è la sua capacità di integrare i concetti,
che ci permette di collegare due eventi e di
capire che rapporto c’è tra loro.
Pensate a un famoso episodio della storia della medicina. Negli anni quaranta
dell’ottocento, mentre lavorava in un ospedale di Vienna, il medico Ignaz Semmelweis si accorse che l’incidenza della febbre
puerperale era molto più alta in un reparto
maternità che in un altro. Notò anche che di
quel reparto si occupavano gli studenti che
efettuavano le autopsie. Questo lo portò a
chiedersi se non fossero per caso loro a infettare le donne. Cercò di veriicare questa
ipotesi chiedendo ai giovani di lavarsi le
mani con l’ipoclorito di calcio – noto per la
sua capacità di eliminare l’odore dei cadaveri – prima di andare in reparto. Questo
determinò una notevole diminuzione delle morti per febbre puerperale.
La scoperta di Semmelweis, che gettò le
basi della teoria dei germi come causa delle
malattie, richiedeva una doppia integrazione: non solo aveva fatto un collegamento al
quale ino a quel momento nessuno aveva
pensato, ma aveva anche concepito un modo per veriicare l’ipotesi che ne derivava.
Usiamo ogni giorno questa capacità di risolvere i problemi. Che si tratti di programmare una vacanza o semplicemente di decidere come arrivare da un posto a un altro,
passiamo la maggior parte della nostra vita
a considerare i rapporti tra gli eventi.
Ora passiamo al pensiero come attività
mentale. Anche se possono essere isolati, di
solito i pensieri sono concatenati tra loro.
Esistono due tipi di concatenazione. A volte
il rapporto tra pensieri è di tipo associativo:
uno porta naturalmente e spontaneamente
a un altro. Per esempio, se stiamo pensando
alla Svizzera può venirci in mente lo sci, che
a sua volta può spingerci a pensare alla neve, di conseguenza al Natale, e così via. Di
solito pensiamo in questo modo quando
sogniamo a occhi aperti o fantastichiamo.
Anche se è piacevole seguire questo
lusso, la vera forza del pensiero risiede in
qualcosa di più sistematico: nel fatto che ci
permette di usare la logica deduttiva. Anzi,
a volte il termine “pensiero” è riservato
esclusivamente a questa attività. Pensate
alla serie di enunciati “Socrate è un uomo”,
“Tutti gli uomini sono mortali”, quindi “Socrate è mortale”. I tre elementi sono collegati tra loro per inferenza: se i primi due
sono veri, deve necessariamente esserlo
anche il terzo. L’importanza del pensiero si
basa soprattutto sulla nostra capacità di organizzare i concetti in modo coerente per
“capire” cosa consegue da cosa. In altre parole, quello che ci interessa di più è il ragionamento.
Dopo aver distinto tra i vari aspetti del
pensiero, possiamo rivolgere l’attenzione
alla sua natura. Cos’è esattamente?
Un tempo si credeva che richiedesse un
qualche tipo di mezzo non isico, un’anima
o una mente immateriale. I ilosoi moderni
respingono questa ipotesi a favore di una
spiegazione più materialistica, secondo cui
pensare comporta solo una serie di processi
isici.
I motivi alla base di questa teoria sono
tre. Il primo è che spiega i rapporti tra stati
cerebrali e stati mentali. Dai leggeri cambiamenti indotti dalla cafeina a quelli più
radicali provocati dai danni cerebrali, è
chiaro che le condizioni del cervello sono
strettamente collegate alla nostra capacità
di pensare Il secondo motivo è che spiega il ruolo
causale del pensiero. I pensieri sono causati da eventi isici ma possono anche esserne
la causa a loro volta. Vedere un treno entrare in stazione può portarci a pensare che è
“ora di andare”, e questo ci spinge a prendere la valigia e a salire sul treno.
In terzo luogo, la concezione materialistica del pensiero confermerebbe la continuità dell’evoluzione naturale. Supponiamo che gli esseri umani si siano evoluti da
animali che non erano in grado di pensare.
Anche se non si può escludere che questo
abbia comportato l’emergere di un mezzo
non isico, è più plausibile ipotizzare che
l’evoluzione delle creature pensanti sia dovuta a una serie di cambiamenti strutturali
che si sono veriicati nei sistemi isici.
Se la consideriamo separatamente, nessuna di queste motivazioni è decisiva, ma
messe tutte insieme costituiscono una prova abbastanza convincente della validità
della teoria isicalista del pensiero. Ma come fanno i pensieri, in quanto fenomeni isici, a manifestarsi nel cervello?
Per buona parte della storia umana il
pensiero è sempre stato qualcosa di personale e privato, che poteva essere espresso
solo attraverso la parola e il comportamento. Esistono già varie teorie su come nascono i pensieri, ma gli ultimi sviluppi delle
tecniche di “decodiica”, o lettura, del cervello, cominciano a renderlo oggetto di studi più diretti.
Con l’aiuto della risonanza magnetica
funzionale, i neuroscienziati sono in grado
di usare le informazioni sullo stato cerebrale di una persona per stabilire cosa sta pensando. Nel corso di uno studio è stato chiesto ai partecipanti di scegliere tra due opzioni – “somma” o “sottrazione” – prima di
vedere due numeri sui quali avrebbero poi
dovuto efettuare l’operazione prescelta. I
ricercatori sono riusciti a capire con una
precisione del 70 per cento se i soggetti avevano deciso di sommare o sottrarre, e quindi in pratica di leggere le loro intenzioni.
Altri ricercatori sono riusciti a determinare
cosa guardava una persona semplicemente
osservando la sua attività cerebrale.
Anche se i primi risultati sembrano entusiasmanti, è bene sottolineare i limiti di
questi studi. In primo luogo, la gamma di
cose alle quali si chiede ai soggetti di pensare è artiicialmente ristretta. Nello studio
sull’addizione e la sottrazione, le possibilità
erano solo due. Nel mondo reale la gamma
dei nostri pensieri non è così limitata, e
quindi interpretare l’attività mentale di una
persona nella vita quotidiana sarà molto più
diicile. La decodiica dei pensieri richiede una
lunga preparazione, è necessario prima
tracciare una mappa delle correlazioni tra
pensieri e attività cerebrale. I ricercatori
non possono leggere pensieri che non sono
già inseriti nel loro database. Il brain imagingnon è ancora in grado di decodiicare il
linguaggio del pensiero, e la possibilità di
progettare una macchina capace di leggere
i pensieri umani è ancora molto lontana.
Nella mente degli animali
Una delle questioni più discusse sulla natura del pensiero riguarda il ruolo del linguaggio. In proposito esistono opinioni diverse.
A un’estremità dello spettro c’è chi sostiene
che pensiamo con le parole. All’altra c’è chi
dice che il linguaggio non svolge alcuna
funzione se non quella di permetterci di comunicare i nostri pensieri. Molto probabilmente la verità sta nel mezzo.
Un modo per intervenire in questo dibattito è considerare che tipo di pensieri
possono avere gli animali non umani. Condurre ricerche in questo settore è molto dificile, ma esistono almeno tre campi in cui è
stato possibile dimostrare l’esistenza di un
pensiero animale: i numeri, i rapporti sociali e gli stati psicologici.
Molte specie hanno la capacità di individuare proprietà matematiche basilari. Durante uno studio, i ricercatori hanno prima
insegnato alle cavie a premere una leva
quando sentivano due suoni e un’altra
quando ne sentivano quattro, poi a fare la
stessa cosa quando vedevano dei lampi di
luce. In seguito, quando si sono trovate davanti a un suono e a un lampo, le cavie hanno premuto la prima leva, lasciando quindi
intendere che avevano interpretato lo stimolo come “due eventi”, mentre davanti a
due note e due lampi, hanno premuto la seconda.
Alcune specie sono anche in grado di
confrontare le quantità con una certa precisione. Durante un esperimento, a degli
scimpanzé è stata oferta la scelta tra due
vassoi di gocce di cioccolato. Su ogni vassoio ce n’erano due mucchietti – per esempio,
uno di tre e uno di quattro, e uno di sette e
uno di due – e gli animali dovevano stabilire
su quale ce n’erano di più. Alla ine riuscivano sempre a scegliere quello giusto, anche
se con quantità molto simili facevano più
fatica.
Gli scimpanzé sono in grado di capire
anche le frazioni semplici. Dopo che gli è
stato mostrato un bicchiere di latte pieno a
metà, per ottenere una ricompensa sono
capaci di distinguere tra una mezza mela e
una a tre quarti.
Nel complesso, sembra dimostrato che
un certo numero di specie è in grado di
quantiicare gli oggetti ino a tre unità, e di
valutare approssimativamente quantità
maggiori. Nella misura in cui sono indipendenti dagli stimoli e sistematiche, queste
rappresentazioni mentali sono simili ai
pensieri.
Un’altra sfera nella quale esistono le
prove di un pensiero animale è quella dei
ranghi sociali. Le ricerche più estese sulle
cognizioni sociali sono state condotte sui
babbuini femmina, nel cui complesso mondo sociale esiste una gerarchia a due livelli:
quello delle famiglie tra loro, e quello delle
femmine all’interno di ogni famiglia.
Questa gerarchia, anche se non è rigidissima, svolge un ruolo fondamentale nella società dei babbuini, quindi è comprensibile che questi animali abbiano una rappresentazione complessa del loro mondo sociale. Per esempio, un babbuino può essere
più spaventato dalla sequenza di richiami
emessa da un maschio subordinato per minacciarne uno dominante di una famiglia
diversa, che non da quella che rappresenta
un conlitto simile all’interno della stessa
famiglia, anche se la diferenza di rango è
identica.
La comprensione che un babbuino mostra di avere del suo mondo sociale ha più di
un aspetto in comune con il pensiero. In primo luogo, il livello gerarchico non è immediatamente evidente e per riconoscerlo è
necessario avere una teoria in proposito. In
secondo luogo, questa comprensione sembra essere elastica: un babbuino è in grado
di concepire un gran numero di possibili
rapporti, anche inaspettati, tra membri del
suo branco. Queste caratteristiche permettono di deinire la rappresentazione mentale che i babbuini hanno del loro mondo sociale come una forma di pensiero. Un terzo settore in cui sono state scoperte rappresentazioni mentali simili a pensieri è quello della comprensione degli stati
psicologici. Sembra che almeno i primati
siano in grado di stabilire quello che gli altri
possono vedere – e quindi, probabilmente
sanno – in base a quello che stanno guardando. Seguono lo sguardo di altri animali
per individuare l’oggetto della loro attenzione e rimuovono il cibo dalla loro visuale.
Negli esperimenti, gli scimpanzé di rango
inferiore prendono solo il cibo che quelli
dominanti non possono vedere (di solito i
dominanti prendono tutto il cibo e puniscono i subordinati che li sidano), il che fa pensare che comprendono il collegamento tra
vedere e sapere.
Sdoppiamento
È stato anche dimostrato che i primati sono
in grado di controllare i loro stati mentali. In
una serie di studi, alcune scimmie avevano
imparato a sottoporsi a un test in cui dovevano distinguere tra due forme. Quando
rispondevano correttamente gli veniva offerto del cibo, quando sbagliavano non ricevevano nulla ed erano obbligate ad aspettare un po’ di tempo prima della prova successiva, cosa che detestavano fare. Così
avevano imparato che premendo un bottone potevano saltare una prova e passare
immediatamente alla successiva. Dall’uso
che ne facevano si deduceva che erano in
grado di valutarne la diicoltà, perché sceglievano di saltare solo quelle più diicili.
Sembra ormai chiaro che le specie non
umane usano processi simili al pensiero in
diverse situazioni, ma che comunque non si
avvicinano mai all’ampiezza e alla rainatezza del pensiero umano. Perché questo è
così unico? Sembra che l’elemento discriminante sia il linguaggio.
Pensate al seguente esperimento condotto su Sheba, una femmina di scimpanzé
addestrata a usare i numeri per rappresentare gli oggetti. I ricercatori le avevano offerto due piatti di cibo, uno grande e uno
piccolo. Per avere il piatto più grande, doveva indicare quello piccolo. Anche se aveva
capito la regola, non riusciva a superare
l’istinto di indicare quello più grande, ino a
quando i piatti non sono stati coperti e sopra
ci sono stati messi dei numeri.
L’uso dei simboli ha permesso a Sheba
di andare oltre le sue normali capacità e di
fare qualcosa di molto più intelligente: separare il pensiero dalla percezione. Questo
“sdoppiamento” è uno dei tratti tipici del
pensiero umano e può essere facilitato
dall’uso di simboli, in particolare linguistici
(e forse addirittura lo richiede).
Un altro esempio del potere dei simboli
ci è fornito da uno studio sugli scimpanzé
addestrati a usare targhette di plastica per
rappresentare l’identicità e la diferenza.
Per esempio, due tazze potevano essere associate a un triangolo rosso (identicità),
mentre una tazza e una scarpa a un cerchio
azzurro (diferenza).
Una volta capito questo concetto, ma
solo a quel punto, gli scimpanzé erano in
grado di comprendere rapporti di identicità
e diferenza più complessi. Capivano che il
rapporto tra due coppie di oggetti, come
tazza-tazza e tazza-scarpa, era di diferenza. Secondo i ricercatori, le targhette permettevano agli animali di rispondere correttamente perché trasformavano un compito complesso in quello più semplice di
stabilire se il simbolo associato alle due
coppie era lo stesso. Come ha osservato il
filosofo Andy Clark: “L’uso di etichette
esterne consente al cervello di risolvere
problemi il cui livello di complessità e astrazione ci metterebbe in diicoltà”.
Il linguaggio facilita il pensiero anche
in altri modi. È uno strumento che aumenta la nostra capacità di pensare. Traducendo i pensieri in linguaggio siamo in grado
di fare un passo indietro e sottoporli a una valutazione critica. Abbiamo buoni motivi
per supporre che il linguaggio sia il presupposto di alcune caratteristiche distintive
del pensiero umano, o almeno che le renda
possibili.
Un altro tratto caratteristico del pensiero umano è che implica un contesto sociale.
Nasciamo in una comunità di pensatori, e
impariamo a pensare guidati da chi è più
esperto di noi. L’infanzia è un lungo periodo
di apprendistato. Impariamo sia cosa sia
come pensare.
Ma, forse soprattutto, è la cultura a consentire che i pensieri migliori di una generazione siano trasmessi alla successiva.
Diversamente da altre specie, le cui scoperte cognitive di solito devono essere ripetute
da ogni generazione, noi siamo in grado di
costruire sui pensieri dei nostri antenati.
Ereditiamo non solo il contenuto dei loro
pensieri, ma anche il metodo per generarli,
valutarli e comunicarli.
Fuori controllo
Un altro interrogativo importante che ci poniamo quando consideriamo il pensiero
come attività riguarda il grado di controllo
che esercitiamo su di esso. È un’attività intenzionale o essenzialmente passiva? La
controlliamo o è qualcosa che semplicemente ci succede?
A volte il pensiero è controllato dall’applicazione di regole. Le operazioni matematiche e logiche, per esempio, si basano
su regole, e i ilosoi hanno inventato molti
altri “strumenti sistematici” per pensare
più chiaramente. Ma è un tipo di attività insolito: nella maggior parte dei casi invece il
pensiero non comporta nessuna regola.
Supponiamo che vi chieda perché le democrazie tendono a non dichiarare guerra
alle altre democrazie. Se non avete già rilettuto sulla questione, forse avete bisogno
di pensarci.
Cosa signiica questo esattamente? Se la
vostra esperienza somiglia vagamente alla
mia, vi limitate a porre la domanda a voi
stessi e aspettare che vi venga in mente
qualcosa. A volte non succede quasi niente,
altre volte il vostro inconscio tira fuori qualcosa di intellegibile. In un caso o nell’altro,
non esiste alcuna regola da seguire coscientemente per generare i pensieri che vi servono.
Nel complesso, spesso pensare somiglia
alla semplice attività di porsi delle domande e aspettare che l’inconscio risponda. In
questi casi, il pensiero sembra avere il ruolo
di un guardiano incaricato di garantire che
i nostri pensieri non vadano fuori tema.
In realtà, non siamo afatto bravi a tene re a freno la tendenza della nostra mente a
divagare. In occasione di uno studio, è stato
chiesto a un gruppo di persone di leggere
mentalmente un brano cercando di non
“distrarsi”. Ogni tanto venivano interrotte
per sapere se stavano ancora leggendo, e si
è scoperto che si distraevano spesso, per di
più senza rendersene conto.
Una buona parte dei nostri pensieri non
ha una direzione precisa, cioè non mira a
uno scopo o a risolvere un problema speciico. Questo modo di pensare può assumere
varie forme, che vanno dal semplice divagare rispetto al compito che ci eravamo preissi ai pensieri spontanei che ci vengono in
mente quando riposiamo o facciamo un lavoro di routine.
Fino a poco tempo fa i pensieri non mirati erano considerati un aspetto inutile e
superluo della nostra vita interiore. Ma oggi i risultati di alcuni studi fanno pensare
che siano normali se non addirittura necessari. L’attività cerebrale che si registra quando la mente vaga senza meta è molto simile
a quella del pensiero creativo cosciente. È
possibile che, paradossalmente, i nostri
pensieri migliori siano proprio quelli non
mirati.
È stato anche dimostrato che cercare di
controllare la direzione di un lusso di pensiero può essere controproducente. In occasione di un famoso studio, lo psicologo
Daniel Wegner ha chiesto a un gruppo di
partecipanti di non pensare agli orsi bianchi
per cinque minuti, e ha scoperto che ci avevano pensato più di quanto avevano fatto i
componenti del gruppo a cui aveva chiesto
di fare il contrario.
Quindi, anche se un certo controllo cosciente sulla direzione dei nostri pensieri lo
abbiamo, non è afatto illimitato. E se abbiamo relativamente poco controllo, forse
abbiamo anche relativamente poca responsabilità per quello che pensiamo.
Nonostante questo, le capacità del pensiero umano sono chiaramente enormi.
Non sono limitate come quelle isiche o percettive. Per esempio, non possiamo vedere
luoghi molto lontani nello spazio e nel tempo, ma possiamo pensarli.
Più lontano
Le capacità della nostra mente hanno un
limite? L’idea che non possiamo capire certi aspetti della realtà a prima vista appare
poco plausibile. Dopotutto, non sembra esserci nessun aspetto del mondo al quale
non possiamo pensare. C’è qualche motivo
per prendere sul serio la possibilità di avere
dei limiti cognitivi?
Ebbene sì. Dato che il meccanismo del
pensiero fa parte della nostra biologia, abbiamo tutti i motivi per sospettare che sia
afetto dalle stesse carenze che costituiscono un vincolo per gli altri sistemi biologici.
Per esempio, è improbabile che gli scimpanzé siano in grado di pensare alla meccanica quantistica, forse perché gli manca la
parola. E se esistono parti della realtà inaccessibili ad altre specie pensanti, perché
dovremmo presumere che per noi siano
tutte accessibili?
Ma una cosa è ammettere che certi
aspetti della realtà vanno oltre la nostra
capacità di comprensione, tutt’altra cosa è
individuare esattamente quali sono. È possibile stabilire i conini del pensiero umano?
Forse questa domanda vi sembrerà assurda. Potreste obiettare che se qualcosa è
impensabile, non possiamo pensarci, e meno che mai sapere che è impensabile. Ma
non c’è nulla di assurdo nel cercare di stabilire quali sono questi limiti. Tutto sta nel
distinguere tra immaginare un pensiero e
pensarlo veramente. Possiamo sapere quello che non sappiamo (le incognite note),
perciò forse potremmo anche essere in grado di pensare a ciò che non possiamo pensare, a quelli che potremmo deinire gli impensabili pensabili.
Quali che siano i limiti del pensiero
umano, non c’è dubbio che siamo ben lontani dall’averli raggiunti. Esistono sicuramente idee – profonde e importanti – che
nessun essere umano ha mai concepito. Il
pensiero ci ha già portato molto lontano, e
chissà dove ci porterà ancora. u bt
Se esistono parti della
realtà inaccessibili
ad altre specie
pensanti, perché
dovremmo presumere
che per noi siano tutte
accessibili?
L’AUTORE
Tim Bayneè un ilosofo della psicologia
dell’università di Manchester, nel Regno
Unito. Ha scritto Thought. A very short
introduction (Oxford University Press 201
martedì 3 dicembre 2013
1028 - Vi presento la famiglia King Susan Dominus, The New York Times Magazine, Stati Uniti
A casa di Stephen King tutti
devono saper raccontare belle
storie. Perché la narrazione è
una questione di geni, sostiene
il maestro del thriller
V
ivere nel Maine, dove Ste
phen King ha trascorso
gran parte dei suoi anni
da adulto, significa abi
tuarsi a lunghi viaggi in
auto attraverso la campa
gna. King, che ha la mente sempre in movi
mento, ama passare questo tempo ascol
tando audiolibri. Negli anni ottanta, però,
non riusciva sempre a trovare le registrazio
ni dei libri che voleva – o forse non si preoc
cupava neanche troppo di cercarle. Aveva
tre igli: Naomi, Joe e Owen. Tutti e tre sa
pevano leggere, no? A lui bastava premere il
tasto “registra”. E così, nel corso degli anni,
i suoi bambini gli hanno fatto una piccola
biblioteca di audiolibri.
Una piovosa mattina di luglio Stephen
King, sua moglie e i loro tre igli sono riuniti
nella guesthouse con vista sul lago dove al
loggia Joe Hill – il iglio di 41 anni – poco di
stante dalla residenza estiva della famiglia.
Seduti al tavolo della cucina, parlano di
quella che in casa King è considerata ordi
naria amministrazione.
“Io ti ho letto quello stupido libro di
Dean Koontz”, dice Owen King, 36 anni, il
più giovane dei tre.
“Attento a come parli!”, lo interrompe il
padre. Ma Owen prosegue: “Quello in cui il
cane è un genio e comunica con il padrone
indicando con il muso le lettere dello Scrab
ble”.
“Ehi, a me è piaciuto quel libro”, ribatte
Joe.
“Io l’ho adorato”, conferma il padre.
“Ricordo di aver letto L’uomo che non sa-peva amare”, interviene Joe. “E ricordo an
che di aver avuto la sensazione che fosse un
romanzo molto lungo”.
Tabitha King, la madre, salta sulla sedia:
“Ma è un libro sconcio! Non sapevo che
vi avesse chiesto di leggerlo. Quanti anni
avevi?”.
“Non lo so”, risponde Joe, coprendo suo
padre. “Ero innocente quando ho comin
ciato, e depravato quando ho inito”.
La moglie di Owen, Kelly Brafet, è se
duta vicino al marito. Conosce già alcuni di
questi racconti: tra gli aneddoti entrati a far
parte del folclore familiare, c’è anche quello
in cui Naomi – che oggi ha 43 anni – ha dovu
to leggere e registrare Raven, una cronaca
del massacro di Jonestown, quando aveva
solo 12 anni.
“È stato orribile”, commenta Naomi.
A quel punto Stephen interviene per giu
stiicarsi. “Ma mi hai letto anche tutti quei
Wilbur Smith!”, dice rivolto alla iglia. “E
Anna Karenina”.
Per i piccoli King intrattenere i genitori è
stato per metà un lavoro e per metà una for
ma di arricchimento. Quando era l’ora di
andare a dormire, toccava a loro raccontare
una storia ai genitori, e non il contrario.
Quali che fossero i loro metodi o le loro in
tenzioni, Stephen e Tabitha, con la comune
inclinazione per la scrittura e il loro approc
cio educativo, hanno cresciuto un buon nu
mero di scrittori di successo. Tabitha è una
scrittrice afermata, con otto libri pubblica
ti. Due dei tre igli, Joe e Owen, sono ro
manzieri (Naomi è una ministra di culto
della chiesa unitariana). Il romanzo di Joe
Nos4a2, uscito nell’aprile del 2013, è
un’eclettica mescolanza di horror e fantasy.
È il suo terzo best seller ed è stato apprezza
to dalla critica. La seconda opera di narrati
va di Owen, un romanzo umoristico intito
lato Double feature, è uscita a marzo e ha
avuto buone recensioni. Com’era forse ine
vitabile, Owen ha sposato una scrittrice,
Kelly Brafet, che a luglio ha pubblicato il
suo terzo romanzo, Save yourself. Stephen
ha pubblicato a ottobre l’atteso sequel di
Shining, intitolato Doctor Sleep.
Acrobati circensi, musicisti klezmer: so
no questi gli artisti che tendiamo ad asso
ciare a un’attività di famiglia, non gli scrit
tori. Esistono, però, alcune eccezioni. Tra i
igli di scrittori di successo che hanno co
raggiosamente seguito le orme dei genitori,
l’esempio più noto è forse Martin Amis (i
glio di Kingsley), ma ci sono anche Rebecca
Miller (iglia di Arthur) e Ted Heller (iglio
di Joseph), che hanno pubblicato con meno clamore, ma ottenendo buone recensioni.
Tuttavia per quantità di libri, impatto cultu-rale e numero di lettori, nessuna famiglia
raggiunge il livello dei King. Il paragone più
vicino potrebbero essere i Brontë, ma anche
loro non superano un misero totale di tre
scrittrici e un poeta dissoluto.
Nella casa dei King la lettura era una for-ma di evasione ma era anche un’attività di
gruppo. Non solo si leggeva davanti al regi-stratore, ma dopo cena genitori e igli face-vano a turno per leggere a voce alta Lo Hob-bit o Le cronache di Narnia. Anche la scrittu-ra è diventata un’attività da condividere.
Stephen e Tabitha non si ritiravano a scrive-re in capanni silenziosi o in uicio: scriveva-no in casa, al piano di sopra, mentre i ragaz-zi, al piano di sotto, si chiedevano quali pa-role stessero prendendo forma sulla carta e
inventavano elaborati giochi di ruolo.
Mentre si alzano per uscire in giardino a
fare una foto di gruppo, i King continuano a
chiacchierare di libri e cultura pop. Il cane
di Joe, McMurtry (dal nome dello scrittore
Larry McMurtry) è sempre presente. Se
qualcuno da lontano cogliesse solo dei
frammenti dei discorsi della famiglia senti-rebbe qualcosa del genere: “Neil Gaiman…
Spielberg… McMurtry! McMurtry!... Cro-nenberg… Matt Groening… McMurtry!”.
“Avete visto quella foto di John Irving a
torso nudo in cui salta fuori da una specie di
palude?”, chiede Owen. “Sembrava un
ninja”.
Poi il gruppo si riunisce e posa per la foto
di quella che potrebbe essere considerata la
prima famiglia di letterati statunitense.
“L’ultimo fotografo con cui ho fatto un
servizio continuava a ripetere: ‘Amami!
Amami!’”, racconta Stephen.
“Fa molto Zoolander”, commenta
Kelly.
Poi, il lampo del lash.
Kelly
Nel 1990, quando Kelly Brafet frequentava
il primo anno di liceo in Pennsylvania, i suoi
genitori le regalarono per Natale un abbo-namento al club del libro di Stephen King,
che prevedeva come omaggio uno schele-tro di gomma lungo una quindicina di cen-timetri. “Davvero raccapricciante”, ricorda
Brafet. Era proprio il regalo che voleva. Era
in piena fase “collezionista di Stephen
King” ed era alla ricerca delle edizioni rile-gate dei romanzi meno noti dello scrittore.
Questa fase si è conclusa uicialmente di-ciassette anni dopo, quando Brafet ha spo-sato Owen, che aveva conosciuto a un corso
di scrittura alla Columbia university. Il gior-no in cui si sono conosciuti Brafet aveva in
mano un libro di John D. MacDonald, un
giallista che non era in programma nel cor-so ma era considerato un mito a casa dei
King. Brafet era la ragazza ideale: studen-tessa amante della lettura e della scrittura,
che stava bene con gli occhiali e aveva una
sana passione per la letteratura di consumo.
Owen era un idanzato accomodante e pre-muroso. I due si sono scambiati i relativi
manoscritti per essere sicuri di non detesta-re l’uno la scrittura dell’altro, dopodiché il
loro rapporto si è rapidamente evoluto.
Brafet, però, aveva paura di incontrare i
futuri suoceri, aveva paura perino della vo-ce di Stephen King sulla segreteria telefoni-ca di casa. “Mi ci sono voluti due anni prima
di riuscire ad aprire bocca davanti a Steve e
a Tabby”, confessa.
Il padre di Brafet è un pilota di eliambu-lanza e sua madre è una programmatrice di
computer che si è laureata da adulta. Brafet
ha lavorato per due estati in un magazzino
dove “staccavo adesivi da un pezzo di carta
e li appiccicavo su un altro”, un’anticipazio-ne del suo possibile futuro se non avesse
ottenuto una borsa di studio per il Sarah
Lawrence college. La sua prima visita alla casa dei King, a Bangor, è stata faticosa: pie-na di stanze e di corridoi ininiti, sembrava
una versione reale dell’albergo di Shining. E
poi c’era la famosa e inquietante recinzione
con i pipistrelli e le ragnatele in ferro battu-to. “La loro biblioteca sotterranea”, raccon-ta Brafet, “era più grande di quella del pae-se dove sono cresciuta. Era enorme”.
Nel 2004, mentre aspettavano di trasfe-rirsi a Brooklyn, Kelly e Owen hanno vissu-to per sei mesi nel Maine vicino ai genitori
di lui, incontrandoli praticamente tutti i
giorni. Un po’ alla volta Brafet si è abituata.
Durante l’intervista siede tranquillamente
vicino a uno degli idoli della sua giovinezza,
che intanto è incollato all’iPad, tutto preso
dal video gioco Jetpack joyride.
Tra Kelly e Stephen c’è quel rapporto
disteso che può esserci tra due parenti ac-quisiti che hanno scoperto di apprezzare la
reciproca compagnia. La loro conversazio-ne non riguarda tanto il misterioso processo
della scrittura quanto piuttosto il prodotto
inito: il libro di qualcun altro o uno dei loro.
L’entusiasmo dei King per i romanzi di Braf-fet non è solo una forma di cortesia: Ste-phen e Tabitha fanno a gara di complimenti
ogni volta che qualcuno cita Save yourself.
“È come se David Cronenberg avesse
adattato un romanzo di S. E. Hinton per Da-vid Lynch”, dice Joe.
Non fa in tempo a inire la frase che il pa-dre interviene per descrivere meglio il tono
del libro: “È più come se James Cain”, un
altro dei giallisti adorati da Stephen, “aves-se adattato S. E. Hinton per David Lynch”.
Quello che non dicono, o forse non han-no neppure notato, è che il libro di Kelly è
una versione letteraria e aggiornata ai tem-pi di internet di Carrie: una storia di spietato
bullismo liceale che culmina in un’esplosio-ne di violenza.
Quando le chiedo un parere, Brafet ri-sponde che non ci aveva mai pensato. Car-rie non l’ha inluenzata più di “tante altre
storie horror ambientate al liceo che cova-no nel subconscio”. Scrivere un libro pieno
di suspense, di quelli che si leggono tutti
d’un iato, signiica correre il rischio di so-vrapporsi al lavoro di King: sono ben pochi
gli scenari drammatici che, in quarant’anni
di lavoro, lui non abbia esplorato con la sua
immaginazione.
In passato Brafet ci teneva a non far leg-gere ai suoceri neanche una pagina prima
di pubblicare, per evitare che qualcuno po-tesse insinuare che nei suoi libri c’era lo
zampino di Stephen. Ma per Save yourself è
stato diverso: quando ha temuto di essere
arrivata a un punto morto, ha chiesto aiuto
ai King. “Non ho avuto scelta”, dichiara.
“Avevo già rotto le scatole a tutti gli altri”.
Tabitha le ha dato indicazioni sulla struttu-ra. Stephen è intervenuto con alcune osser-vazioni sul linguaggio. Ma soprattutto en-trambi l’hanno incoraggiata a proseguire. E
sembra che Braffet non fosse particolar-mente intimorita dal loro giudizio. “Per me
la cosa più importante è che il mio lavoro
piaccia a Owen”, spiega.
Joe
Joe e Owen King andavano abbastanza
d’accordo: due fratelli, con cinque anni di
diferenza tra loro, che si divertivano a gio-care con i pupazzetti di Star Wars e con gio-chi di ruolo come Dungeons & Dragons o il
meno noto Il richiamo di Cthulhu. Ma Joe
aveva un brutto vizio che infastidiva Owen.
“Avevo otto anni e ricordo che a un certo
punto, qualsiasi cosa stessimo facendo, Joe
si fermava perché doveva scrivere per due
ore”, racconta Owen. Sul più bello, quando
magari Owen stava per uccidere un mostro
immaginario, suo fratello mollava tutto:
“Devo prendermi due ore”.
Joe era un ragazzino di undici anni inna-morato del suo cappello alla Sherlock Hol-mes, quando ha cominciato a scrivere tutti
i giorni. Seguendo l’esempio, altrettanto
compulsivo, del padre, non faceva eccezio-ni neanche per i giorni di festa o le vacanze.
Al liceo era così preso dalle sue ambizioni
letterarie che già cercava il modo di uscire
dall’ombra del padre. Si era inventato lo
pseudonimo di Jay Stevenson (un gioco di
parole da “J., Stephen’s son”) e aveva co-minciato a chiedere ai genitori cosa biso-gnava fare per cambiare legalmente nome.
Ha frequentato il Vassar college e poi si
è trasferito nel New Hampshire, dove ha
cominciato a scrivere a tempo pieno, con lo
pseudonimo di Joe Hill. “Ero molto insicuro
e non volevo vendere il mio libro solo per-ché qualcuno aveva pensato di poterci fare
un sacco di soldi e poi, una volta pubblicato,
sentirmi dire che faceva schifo”, spiega
Hill.
Ha irmato un contratto con un agente
newyorchese, al quale ha tenuto nascosta la
sua identità per otto anni (in quel periodo
non si sono mai incontrati di persona). Se
durante un reading un blogger notava una
strana somiglianza con Stephen King da
giovane, lui gli scriveva in privato chieden-dogli di cancellare il post. Ha lavorato per
anni a un romanzo che è stato respinto da
tutti. Sono passati altri anni. Il suo secondo
romanzo non è andato molto lontano. I ge-nitori l’hanno sostenuto inanziariamente,
visto che aveva moglie e due figli, senza
suggerirgli mai di cambiare strada (oggi lui
e la moglie sono divorziati).
Poi inalmente, nel 2007, a 35 anni, Hill
ha pubblicato La scatola a forma di cuore,
una storia di fantasmi che ha per protagoni-sta un attempato mito del rock: un romanzo
meno schematico di molti libri di suo padre,
e più visionario. Saldamente inquadrato in
un ambiente con il culto della celebrità, im-prevedibile nella forma e nella trama, il li-bro è diventato subito un best seller.
In alcuni periodi della sua vita Hill ha
pensato addirittura di assumere un attore
che lo sostituisse alle presentazioni, vista la
somiglianza con il padre da giovane. Ma nel
frattempo gli incontri erano andati avanti e
quando La scatola a forma di cuore è uscito
in libreria la sua vera identità era stata sve-lata. Il successo, alla ine, ha risolto il pro-blema: oggi Joe non teme di cimentarsi con
lo stesso genere in cui eccelle suo padre. “A
volte ho l’impressione che chi dice ‘non sa-rò mai come mio padre!’ sia meno indipen-dente di quanto creda”, osserva.
Il successo, però, ha signiicato per lui
un nuovo tipo di stress. “Le ansie sono au-mentate”, dichiara Hill. Nel periodo più
critico, circa cinque anni fa, mentre scrive-va il suo secondo romanzo, La vendetta del
diavolo, Hill era in preda a un’angoscia che
sconinava nella paranoia. “Facevo cose ti-po arrivare in una stanza d’albergo e mette-re tutto a soqquadro per trovare videoca-mere nascoste. Una volta ho smontato per-ino la mia auto”. Ha sviluppato anche altre
compulsioni: non poteva smettere di scri-vere se una frase iniva con un numero di-spari di lettere. Oppure arrivava tardi a un
appuntamento perché dopo essere uscito
doveva tornare varie volte a casa per con-trollare di avere spento il forno.
Hill sospetta di avere ereditato queste
tendenze da suo padre, insieme all’osses-sione per la scrittura e alla passione per il
macabro. Stephen King ha paura del nume-ro 13, e non è una storiella inventata per ac-cattivarsi le simpatie della stampa: quando
nel 2009 gli hanno chiesto di donare tredi-cimila dollari per permettere ad alcuni sol-dati di tornare a casa in licenza, ha irmato
un assegno da 12.999 dollari. È ossessiona-to dai numeri. Ha escogitato un gioco ma-niacale che consiste nell’azzerare continua-mente il contachilometri dell’auto mentre depenna una serie di numeri su un taccui-no. E poi “è terrorizzato dai corvi, un po’
meno dalle cornacchie”, racconta Joe. “Se-condo lui sono messaggeri di morte. In fa-miglia è mia madre quella con i piedi per
terra. La faccenda del forno l’ho presa da
lui ”.
L’ultimo libro di Hill, Nos4a2 (da pro-nunciare “Nos-fer-a-tu”) parla di un cattivo
immortale che rapisce i bambini e li porta a
Christmasland, un “paese del Natale” per-versamente allegro. Il libro è pieno di ele-menti inquietanti al limite del ripugnante:
allusioni a violenze sessuali, un disabile
mentale depravato, disperati messaggeri di
sciagura. Meravigliarsi dell’abilità con cui
Hill riesce a turbare il lettore signiica chie-dersi in che modo il talento – e questo parti-colare talento – si tramandi di padre in i-glio.
King e Hill riescono a trasformare qual-siasi domanda sulle radici del loro macabro
immaginario in un’occasione per apparire
più sani e normali della media. In una re-cente intervista, King ha scherzato su come
i giornalisti iniscano inevitabilmente per
trasformarsi nel “dottor Freud e mettermi
sul lettino”. Poi ha confessato di aver avuto
un’infanzia felice. Anche Hill è d’accordo
sul fatto che si tratta di questioni inutili. “Mi
domando perché nessuno guardi un inge-gnere e si chieda: ‘Cosa gli sarà successo
durante l’infanzia per spingerlo a diventare
ingegnere?’”. Ma alla ine ha dovuto am-mettere che il suo caso autorizza a porsi la
domanda. Del resto, sembra che lui stesso
ci abbia rilettuto a lungo. “Mi è capitato
spesso di raccontare scenari paranoici nei
miei libri, il che signiica che ho una certa
pratica di paranoie nella mia vita rea le”, di-ce. “È un po’ la storia dell’uovo e della galli-na. Cosa è venuto prima? Scrivere storie
paranoiche è un modo per placare l’ansia?
O scriverle mi ha reso più vulnerabile?”.
Con una piccola dose di Paxil, Hill riesce
a tenere sotto controllo la paranoia, come
ha scritto sul suo Tumblr in un post intitola-to “Ho rimesso le rotelle a posto”. La sua
scrittura non ne sofre e lui si gode il succes-so. A diferenza di suo padre, aggiunge, “il
numero 13 non mi fa nessun efetto”.
Tabby
Nel 2003 Stephen King ha vinto la Medal
for distinguished contribution to american
letters ed è stato invitato a parlare ai Natio-nal book awards. King ha dedicato quasi
metà del discorso a sua moglie, ringrazian-dola per aver sempre creduto in lui e per
averlo incoraggiato a scrivere anche quan-do tiravano avanti in una roulotte con due
bambini, mentre lei lavorava in un fast food
e lui in una lavanderia. Sulle prime si po-trebbe pensare che Tabitha, detta Tabby,
sia quel tipo di moglie che si sacriica per
permettere al marito di realizzare i propri
sogni. Ma dopo averla incontrata ho pensa-to che se Tabitha ha incoraggiato King ad
andare avanti lo ha fatto perché aveva gli
strumenti per riconoscere uno scrittore di
razza. Entrambi avevano frequentato la
University of Maine. Nel 1969 King le diede
da leggere un racconto. “Ricordo di aver
pensato: ‘Questo ragazzo potrebbe pubbli-care anche subito!’”, dice Tabitha.
Su una delle magliette preferite di Tabby
c’è scritto: “Quando parlo dovresti prende-re appunti”, cosa che i suoi familiari fanno
spesso. “Inizialmente avevo scritto un ina-le molto cupo per Nos4a2, una scelta artisti-ca che ero pronto a difendere ino in fondo.
Ma poi l’ha letto mamma”, racconta Joe,
seduto al tavolo con la famiglia. “Mi ha det-to: ‘Sai, Joe, quel inale non funziona’. E io:
‘Ok, d’accordo’. Al telefono con mia madre
la mia integrità di artista è durata circa
quindici secondi”.
Ma il meccanismo funziona nei due sen-si. “Mentre scrivevi Survivor ci siamo schie-rati tutti contro il tuo inale”, ricorda Ste-phen rivolgendosi a Tabby.
“Già. E con i cambiamenti il libro è di-ventato un best seller”, scherza Tabby con- cludendo la frase con una pernacchia. Il li
bro non ha avuto successo, anche se il Li
brary Journal l’ha deinito “un avvincente
dramma psicologico”, un libro “che non
può mancare nelle migliori raccolte di nar
rativa”. Tabby, che è al lavoro sul suo nono
libro, si è sentita penalizzata dall’industria
editoriale, tanto che è stata lei a suggerire a
Joe di usare uno pseudonimo. “È diicile
far cambiare idea a chi pensa che io sia arri
vata a pubblicare solo grazie al successo di
Steve”, spiega. Supposizione legittima, ma
infondata: la sua trilogia ambientata nel
Maine – Pearl, The book of Reuben e One on
one – è pura gioia letteraria (la scrittrice Jen
nifer Weiner ha dichiarato che Pearl è uno
dei suoi libri preferiti). Può darsi che l’om
bra del marito l’abbia intralciata o che abbia
incontrato gli stessi problemi che aliggono
tanti scrittori di media notorietà, autori di
generi diversi, dal comico al letterario. Il
fatto che i suoi libri siano poco conosciuti
addolora i igli, che considerano la sua in
luenza letteraria forte quanto quella del
padre. “Spero di aver preso qualcosa da lei”,
commenta Owen. “Ha un forte senso del
contesto e del personaggio”.
Se in famiglia Tabby è considerata quasi
una santa, non è solo perché è rimasta al
ianco del marito quando era giovane e di
sperato, ma perché ha minacciato di andar
sene molti anni dopo, quando era famoso e
dipendente dall’alcol e dalla cocaina. Nel
1987 Tabby convocò una riunione di fami
glia con i tre igli: Naomi, che aveva 17 anni,
Joe di 15 e Owen di 10. Fino a quel momento
Owen sapeva solo che suo padre “consu
mava alcol in grandi quantità, ma avrei po
tuto pensare che lo facessero anche gli altri
padri”. Tabby spiegò a tutti e tre che se il pa
dre non avesse accettato di disintossicarsi,
lei gli avrebbe chiesto di andarsene. “Non
volevo mentire ai miei igli”, spiega. “Non
ho mai capito che senso abbia mentire visto
che serve solo a rimandare il momento in
cui ti rivelerai un bugiardo”. Mentre parla
no di quella riunione, la conversazione si
spegne quasi. “È stato terribile”, commenta
Naomi. “Ci chiedevamo se avremmo anco
ra avuto un padre”.
Ci sono voluti due anni, ma alla fine
King si è disintossicato. Poi c’è stato un pe
riodo di calma, ino al 1999, quando a King
è capitata una serie di eventi quasi tragici.
Mentre passeggiava lungo una strada di
campagna vicino a casa è stato investito da
un furgone che lo ha scaraventato a cinque
metri di distanza e ha ridotto le ossa della
gamba sinistra “a una manciata di biglie in
un sacchetto”, come ha detto il medico. Af
litto da dolori cronici nei lunghi mesi di
convalescenza, ha sviluppato (e poi sconit
to) una dipendenza dagli antidoloriici. Si è
preso una polmonite ed è inito in ospedale
il giorno dopo il discorso ai National book
awards. “Lo pneumologo non sapeva se
avrebbe superato la notte, ma lui ce l’ha fat
ta”, racconta Tabby. “È stato molto dii
cile”.
Mentre uno dei figli parla di un libro,
Stephen si gira verso la moglie e le prende la
mano. Gliela stringe forte ed entrambi
chiudono gli occhi, chinati l’uno verso l’al
tra, come in preghiera. Più tardi, quando gli
chiedo di quel momento, Stephen non ri
corda più cosa lo avesse ispirato. “A volte le
prendo la mano e basta”, dice. “Siamo sem
pre stati molto uniti, io e Tab. La amo”.
Naomi
Per uno strano scherzo del destino la prima
iglia dei King, Naomi, è nata con un deicit
cronico dell’ormone dell’adrenalina. Cre
scendo è diventata un’avida lettrice, ma
senza poter cogliere la forza dei libri del pa
dre perché – come spiega lei stessa – non è in
grado di provare terrore. Quando era anco
ra bambina, suo padre le chiese cosa le pia
cesse. Lei gli rispose che amava i draghi e
suo padre scrisse Gli occhi del drago, un ro
manzo fantastico con tanto di mago subdo
lo e malvagio nel castello del re, e glielo de
dicò.
Seduta al tavolo della cucina, Brafet ri
corda che da piccola, molto prima di cono
scere i King, guardava quella dedica e pen
sava: “Wow, Naomi King deve avere una
vita fantastica!”. “Come no!”, ribatte Nao
mi con lo stesso tono sarcastico usato spes
so da sua madre.
I vantaggi di essere una King sono co
munque tanti e la famiglia è molto unita.
Ma ci sono stati anche gli anni diicili della
dipendenza di Stephen, che Naomi ha vis
suto con soferenza. E poi ci sono i pregiudi
zi della gente su di lei in quanto iglia di suo
padre. “Tutti si aspettano che adori gli hor
ror o che mi interessino i mostri”, spiega. “E
naturalmente m’interessano i mostri, m’in
teressano le interpretazioni teologiche su
come facciamo amicizia con i nostri mostri.
Se creiamo mostri demonizzandoci a vi
cenda, se facciamo cose mostruose – e tutti
ne siamo capaci – come possiamo, poi, non
diventare mostri a nostra volta?”.
Naomi parla come forse avrebbe potuto
parlare Stephen se, in qualche universo pa
rallelo, si fosse iscritto a una scuola di teolo
gia per diventare ministro di culto, come ha
fatto Naomi nel 1999. Era un territorio ine
splorato in casa King. “Non riesco a imma
ginare una casa più laica della nostra”, os
serva Owen. Naomi, invece, sostiene che la
religione c’è sempre stata: la famiglia di Ta
bitha era cattolica, Stephen è cresciuto in
una famiglia di cristiani devoti e da piccolo
vinceva premi alla scuola domenicale reci
tando i versi della Bibbia a memoria. “Non
vedo come si possa crescere con una storia
del genere alle spalle senza subirne l’in
luenza, anche nel linguaggio”, dice Naomi.
E poi, naturalmente, in casa c’è stato il con
dizionamento esercitato dalla presenza
degli Alcolisti anonimi, non propriamente
religioso, ma pur sempre spirituale.
Benché Naomi sia soddisfatta della sua
scelta, il resto della famiglia sembra ancora
chiedersi perché non si sia dedicata alla
narrativa. “Forse Naomi era più intimidita
dalla scrittura rispetto a voi due”, fa notare
Tabitha, riferendosi a Joe e Owen. “Ha pre
ferito trovare la sua strada”.
“Ma tu sai che sei sempre stata brava”, le
dice Stephen, che poi aggiunge: “È sempre
stata brava. Scriveva fantasy da piccola, e
da adolescente. Tutta roba forte. Aveva solo
bisogno di maturare un po’”.
Naomi sospira. L’incoraggiamento è af
fettuoso, ma fuori luogo: “Anch’io racconto
storie, anche se sono diverse. Cambia solo
il genere”. Ci sono le storie che racconta ai
lettori esercitando il suo ministero religioso
online. Ci sono le storie che crea con le sue
scimmie di pezza vestite da pirata, di cui
mette le foto su Flickr. “È un gioco, ma è an
che coerente con il mio impegno religioso”,
spiega. “È un modo di vedere le cose diver
so da quello che ci è stato insegnato”. Come
tutti gli altri componenti della famiglia, an
che lei ha le sue storie a sostenerla.
Anche se ogni giorno Naomi scrive pre
ghiere che pubblica su Facebook e sul suo
blog, le attuali condizioni di salute non le
permettono di esercitare pienamente il suo
ministero religioso. Oggi lavora al Pietree
orchard, un’azienda agricola che i King
hanno comprato nel 2007 perché non di
ventasse un complesso immobiliare.
Naomi ama il suo lavoro e, anche se leg
ge molto, non ha mai coltivato la speranza
segreta di partorire un romanzo di seicento
pagine sugli zombi. Le piace raccontare una
vecchia storia chassidica che ha per prota
gonista un anziano rabbino di nome Zusya.
Uno dopo l’altro i suoi studenti si rivolgono a lui perché sono preoccupati di non essere
all’altezza dei grandi. Perché, gli chiede
uno, non posso essere come Giacobbe? Per-ché, chiede un altro, non sono come Mosè?
Raccontando la fine, Naomi sorride.
“Quando morirò non mi chiederanno per-ché non sono stato come Mosè”, risponde
Zusya. “Mi chiederanno perché non sono
stato Zusya”.
È una bella storiella. E lei la racconta
bene.
Owen
Il primo romanzo di Owen, Double feature,
si apre con un ragazzo che si risveglia bru-scamente da un sogno: “Un’ombra cresce-va sempre di più, le sue enormi spalle inva-devano la cornice di luce bianca”. Il giova-ne protagonista è in preda al panico. Il
cuore gli batteva “nelle dita delle mani e
dei piedi, dietro le orbite, sotto la lingua.
Aveva paura”. Poi l’ombra parla: è il padre
del ragazzo. Ha letto la sceneggiatura del
iglio e vuole parlarne con lui.
Quella pagina – con la sua allusione far-sesca all’“angoscia dell’autorità” e all’om-bra letteraria che i lettori avranno già iden-tiicato – è il massimo dell’horror a cui pos-sa arrivare Owen. Non è un patito del gene-re. A forza di vedere cadaveri infestati di
vermi e teste mozzate nei ilm tratti dai libri
di suo padre, a dieci anni era già diventato
“abbastanza impressionabile”. Double fea-ture ricorda più Nick Hornby che Stephen
King, e racconta la storia di un ambizioso
regista indipendente – iglio di un noto at-tore di B-movie – e del suo ilm che diventa
un classico di culto, ma per i motivi sba-gliati.
Qualsiasi somiglianza tra i personaggi
del libro e persone reali, vive o morte, è pu-ramente casuale – sostiene Owen – con la
sola eccezione di Orson Welles. Ma l’archi-tettura emotiva sembra ricalcare un mo-dello familiare conosciuto. “I dettagli sono
completamente diversi”, osserva il suo
amico Tim Bissell, critico letterario, “ma si
parla comunque di un’inluenza, e del sen-tirsene prigionieri. Secondo me il libro è un
modo per sfuggirle e Owen ce l’ha fatta”.
Tabby comprende il bisogno dei suoi
igli di trovare il loro spazio, ma crede an-che che la loro condizione sia tutt’altro che
insolita. “Tutti hanno dei genitori con cui
devono fare i conti”, dice. “I igli di un me-dico possono chiedersi perché il padre non
è mai a casa o se non sia troppo esigente.
Oppure puoi essere il iglio dell’ubriacone
del paese o del pastore della chiesa. Sei
sempre il figlio di qualcuno che getta
un’ombra sulla tua vita, qualcuno da cui
devi distinguerti”.
Prima di scrivere il romanzo Owen si è
documentato guardando B-movie per an-ni, ed è famoso tra gli amici perché li ricor-da tutti e può citare a memoria anche i tito-li degli altri ilm interpretati dagli attori.
Una dote che condivide con il padre e il fra-tello. “I maschi della famiglia King non so-lo sembrano in grado di leggere, scrivere e
citare più velocemente di noi, ma anche di
guardare la televisione e di ascoltare la mu-sica più velocemente. Sidano la isica del
consumo”, commenta lo scrittore Joshua
Ferris, grande amico di Owen. Tra i due
fratelli, Joe è il “fan entusiasta”, quello che
indossa senza troppa ironia la sua magliet-ta preferita dello Squalo perché è uno dei
suoi quattro ilm preferiti. Sulla maglietta
preferita di Owen, invece, c’è una citazione
da una vecchia rivista femminile: “Jane: il
bello di essere donna”. La indossava anche
la prima volta che ha incontrato i genitori di
Kelly.
Come Joe, da bambino Owen si sedeva
spesso con suo padre a parlare di libri: ma-gari per smontare un racconto di Flannery
O’Connor e capire cosa lo facesse funzio-nare, o per trovare un modo per rendere
più eicace la sua scrittura. Gli piacevano
queste sedute, ma non perché avesse già in
mente di diventare uno scrittore. “Lo face-va con mio fratello, e non volevo sentirmi escluso”, spiega. Un po’ per una questione
di carattere, un po’ per i temi che tratta,
Owen ha un rapporto con il padre meno
intenso e collaborativo rispetto a Joe, che
fa leggere le bozze a entrambi i genitori e
spesso li chiama per parlare di lavoro. “Ho
un rapporto più tradizionale con i miei ge
nitori”, precisa Owen. “Voglio il loro amo
re incondizionato, non il loro giudizio cri
tico”.
In un’occasione pubblica, però, il giudi
zio critico l’ha ricevuto lo stesso. Intervista
to nel 2000, King ha parlato dei primi lavo
ri di Owen definendoli con disinvoltura
“storielle trendy per newyorchesi”. All’epo
ca Owen non l’ha presa bene, ma oggi ha
un rapporto sereno con il padre, perino
protettivo. “Sì, non è stato il massimo”,
confessa. “Mio padre era molto dispiaciu
to. Ma è successo tanto tempo fa e oggi per
i miei genitori è più facile capire quel che
faccio”. Suo padre si è scusato e Owen, che
in quel periodo studiava alla Columbia uni
versity, ha continuato a scrivere. In due oc
casioni i professori della Columbia hanno
stroncato i libri di suo padre davanti a lui.
Così Owen ha imparato che se davvero vo
leva scrivere doveva cercare uno stile per
sonale, senza preoccuparsi di quello che
pensavano gli altri. Quando Owen è stato
pubblicato, Stephen ha scritto entusiasta
sul suo sito un annuncio: se avete voglia di
scompisciarvi dalle risate, diceva nel suo
linguaggio tipico, “Double feature è la cura
che fa per voi. Ed è indolore”.
Owen non si preoccupa di vendere me
no libri del padre e del fratello, che sono al
di sopra dei normali standard. “Credo che
per mio padre e mio fratello il successo sia
molto più importante che per me”, afer
ma. “Voglio vendere abbastanza libri per
poter giustificare il fatto di continuare a
scrivere”. Essendo il più piccolo dei fratelli,
quello che è rimasto a casa invece di inire
in collegio, ha vissuto più da vicino la cele
brità del padre: le macchine fotograiche
sempre pronte a scattare, gli estranei che li
avvicinavano in continuazione. “Vorrei
avere successo, ma non così tanto da dover
rinunciare alla vita privata”, spiega. “Un
desiderio che limita un bel po’ la mia ambi
zione”.
Suo fratello, al contrario, adora essere al
centro dell’attenzione. Di recente ha posa
to per alcune foto in cui mima se stesso
mentre viene strangolato e pugnalato dai
fan, poi le ha postate su Twitter. Owen ha
ammirato l’idea del fratello, senza capire
cosa l’abbia spinto a farlo. “Non ho voglia
di farmi strozzare da un estraneo”, com
menta, “neanche per inta”.
Stephen
Il 4 luglio la famiglia si riunisce al Pietree
orchard e mangia la pizza sulle panche da
picnic fuori dal negozio. Alcuni nipoti van
no a raccogliere fragole nel campo. Più tardi
ci saranno i fuochi d’artiicio. Stephen King,
seduto su una delle panche, dice al nipote di
dieci anni: “Allora, se mi venisse un ictus
cosa dovrei fare? Dovrei farmi ricoverare in
una casa di cura? Sarebbe la cosa migliore?”.
Le sue domande sono pragmatiche e allo
stesso tempo macabre: una versione senile
di quello che la famiglia chiama “il gioco
della scrittura”, in cui ognuno ha a disposi
zione cinque minuti per cercare di salvare
da un pericolo il protagonista di una storia,
per poi immaginare un nuovo pericolo da
afrontare e passare la sida a un altro. Ecco
il tipo di pericolo che angoscia King oggi:
malattia, demenza, perdere l’uso di una
mente così straordinariamente attiva.
Qualche minuto dopo mi mostra un’im
magine sull’iPad. Sfoglia alcune vecchie
foto – nipoti, alberi e, ops!, c’è anche Meg
Ryan – inché non si ferma su una foto in
bianco e nero: una donna sorridente seduta
sulle ginocchia di un capitano della marina
mercantile. “Questi erano i miei genitori”,
dice. Suo padre abbandonò la famiglia
quando King, il più piccolo dei due igli, ave
va due anni. A dieci anni Stephen trovò una
pila di vecchi romanzi pulp di suo padre. Il
suo primo incontro con l’horror: tra quei li
bri c’era un Lovecraft con un mostro in co
pertina che strisciava fuori da una tomba.
Forse perché era il iglio di suo padre o per
ché era un iglio alla ricerca del padre, ne è
rimasto subito stregato. Dopo aver letto tut
ti i libri della collezione, ha cominciato a
cercarne altri. Suo padre, gli raccontava la
madre, scriveva racconti, anche belli, ma
dopo un po’ aveva abbandonato la scrittura
benché i direttori di alcune riviste l’avessero
incoraggiato a continuare. Il sottotesto del
la storia personale di King sembrerebbe
quello di un bambino che fa di tutto per
compiacere un padre assente. Secondo lui,
invece, è tutta questione di geni. Il fatto che
anche i suoi igli siano diventati scrittori, e
che uno dei due scriva addirittura libri hor
ror, per lui è del tutto normale. “Credo che
sia ereditario”, commenta. “A volte qualcu
no mi chiede: ‘Perché scrivi cose così spa
ventose?’. Di solito rispondo: ‘Cosa ti fa
credere che io possa scegliere?’”.
Dopo l’ultima foto di gruppo i compo
nenti della famiglia si separano. “Davvero
pensi che il libro di Neil Gaiman sia ‘un ca
polavoro impareggiabile’?”, chiede Owen a
Joe, riferendosi a un post del blog di Joe
sull’ultimo romanzo di Gaiman. “Quando
scrivi su Twitter, ti piace qualsiasi cosa…
Come fa a piacerti sempre tutto?”.
Joe scrolla le spalle: “Sono un tipo posi
tivo, io”.
Joe propone di passare la serata giocan
do a un vecchio gioco da tavola, Ex Libris. In
questo gioco ogni concorrente deve scrive
re la prima riga di un romanzo già esistente
scelto a caso: vince chi scrive quella più con
vincente. Qualcuno chiede: quanti anni
avrà questo gioco?
“Esiste da quando esistono le storie e chi
le racconta”, proclama Stephen.
“Sì, ci giocavano anche i primissimi tro
vatori irlandesi”, commenta Owen. A que
sta battuta suo padre scoppia a ridere, e
Owen prosegue: “Ci giocava anche un certo
Gilgamesh”.
Joe, che inora ha cercato di spostare il
discorso sulle regole del gioco, si unisce alla
conversazione: “Ci giocavano anche alla
biblioteca di Alessandria. Mentre bru
ciava”.
Vanno avanti così per alcuni minuti.
Nao mi cita un oscuro manoscritto antico in
cui si descrive la birra e Owen fa una battuta
sul pulp sumero.
“Nel vecchio west…”, comincia Joe.
Suo padre suggerisce di darci un taglio.
Ci giocheranno un’altra volta. Dopo pranzo
Owen e Kelly vanno a fare un giro al lago
con Joshua Ferris e la moglie, che sono pas
sati a trovarli. Stephen e Tabby tornano a
casa. Joe rientra in cucina con il libro che si
è portato dietro tutto il giorno: le bozze del
romanzo horror di un altro scrittore.
Qualche giorno dopo, Joe e Stephen so
no impegnati in un’altra delle loro tipiche
conversazioni. Tema: quale romanzo può
essere considerato il Moby Dick dell’horror?
Quello pieno di note a piè di pagina, forse…
No, quello no, quell’altro, Casa di foglie di
Mark Danielewski.
Joe si vanta del fatto che il più piccolo dei
suoi figli, dieci anni, scrive già cose sue.
“Sta lavorando a due racconti: uno s’intitola
Scarti, l’altro La cosa cattiva”.
Stephen s’illumina: La cosa cattiva gli
piace. “Mi dispiace”, dice, come un bambi
no che ha appena trovato per terra una mo
netina. “Forse dovrò usarlo”.
Joe è comprensivo. “Lo so”, risponde.
“Pensavo di usarlo anch’io”. u dic
devono saper raccontare belle
storie. Perché la narrazione è
una questione di geni, sostiene
il maestro del thriller
V
ivere nel Maine, dove Ste
phen King ha trascorso
gran parte dei suoi anni
da adulto, significa abi
tuarsi a lunghi viaggi in
auto attraverso la campa
gna. King, che ha la mente sempre in movi
mento, ama passare questo tempo ascol
tando audiolibri. Negli anni ottanta, però,
non riusciva sempre a trovare le registrazio
ni dei libri che voleva – o forse non si preoc
cupava neanche troppo di cercarle. Aveva
tre igli: Naomi, Joe e Owen. Tutti e tre sa
pevano leggere, no? A lui bastava premere il
tasto “registra”. E così, nel corso degli anni,
i suoi bambini gli hanno fatto una piccola
biblioteca di audiolibri.
Una piovosa mattina di luglio Stephen
King, sua moglie e i loro tre igli sono riuniti
nella guesthouse con vista sul lago dove al
loggia Joe Hill – il iglio di 41 anni – poco di
stante dalla residenza estiva della famiglia.
Seduti al tavolo della cucina, parlano di
quella che in casa King è considerata ordi
naria amministrazione.
“Io ti ho letto quello stupido libro di
Dean Koontz”, dice Owen King, 36 anni, il
più giovane dei tre.
“Attento a come parli!”, lo interrompe il
padre. Ma Owen prosegue: “Quello in cui il
cane è un genio e comunica con il padrone
indicando con il muso le lettere dello Scrab
ble”.
“Ehi, a me è piaciuto quel libro”, ribatte
Joe.
“Io l’ho adorato”, conferma il padre.
“Ricordo di aver letto L’uomo che non sa-peva amare”, interviene Joe. “E ricordo an
che di aver avuto la sensazione che fosse un
romanzo molto lungo”.
Tabitha King, la madre, salta sulla sedia:
“Ma è un libro sconcio! Non sapevo che
vi avesse chiesto di leggerlo. Quanti anni
avevi?”.
“Non lo so”, risponde Joe, coprendo suo
padre. “Ero innocente quando ho comin
ciato, e depravato quando ho inito”.
La moglie di Owen, Kelly Brafet, è se
duta vicino al marito. Conosce già alcuni di
questi racconti: tra gli aneddoti entrati a far
parte del folclore familiare, c’è anche quello
in cui Naomi – che oggi ha 43 anni – ha dovu
to leggere e registrare Raven, una cronaca
del massacro di Jonestown, quando aveva
solo 12 anni.
“È stato orribile”, commenta Naomi.
A quel punto Stephen interviene per giu
stiicarsi. “Ma mi hai letto anche tutti quei
Wilbur Smith!”, dice rivolto alla iglia. “E
Anna Karenina”.
Per i piccoli King intrattenere i genitori è
stato per metà un lavoro e per metà una for
ma di arricchimento. Quando era l’ora di
andare a dormire, toccava a loro raccontare
una storia ai genitori, e non il contrario.
Quali che fossero i loro metodi o le loro in
tenzioni, Stephen e Tabitha, con la comune
inclinazione per la scrittura e il loro approc
cio educativo, hanno cresciuto un buon nu
mero di scrittori di successo. Tabitha è una
scrittrice afermata, con otto libri pubblica
ti. Due dei tre igli, Joe e Owen, sono ro
manzieri (Naomi è una ministra di culto
della chiesa unitariana). Il romanzo di Joe
Nos4a2, uscito nell’aprile del 2013, è
un’eclettica mescolanza di horror e fantasy.
È il suo terzo best seller ed è stato apprezza
to dalla critica. La seconda opera di narrati
va di Owen, un romanzo umoristico intito
lato Double feature, è uscita a marzo e ha
avuto buone recensioni. Com’era forse ine
vitabile, Owen ha sposato una scrittrice,
Kelly Brafet, che a luglio ha pubblicato il
suo terzo romanzo, Save yourself. Stephen
ha pubblicato a ottobre l’atteso sequel di
Shining, intitolato Doctor Sleep.
Acrobati circensi, musicisti klezmer: so
no questi gli artisti che tendiamo ad asso
ciare a un’attività di famiglia, non gli scrit
tori. Esistono, però, alcune eccezioni. Tra i
igli di scrittori di successo che hanno co
raggiosamente seguito le orme dei genitori,
l’esempio più noto è forse Martin Amis (i
glio di Kingsley), ma ci sono anche Rebecca
Miller (iglia di Arthur) e Ted Heller (iglio
di Joseph), che hanno pubblicato con meno clamore, ma ottenendo buone recensioni.
Tuttavia per quantità di libri, impatto cultu-rale e numero di lettori, nessuna famiglia
raggiunge il livello dei King. Il paragone più
vicino potrebbero essere i Brontë, ma anche
loro non superano un misero totale di tre
scrittrici e un poeta dissoluto.
Nella casa dei King la lettura era una for-ma di evasione ma era anche un’attività di
gruppo. Non solo si leggeva davanti al regi-stratore, ma dopo cena genitori e igli face-vano a turno per leggere a voce alta Lo Hob-bit o Le cronache di Narnia. Anche la scrittu-ra è diventata un’attività da condividere.
Stephen e Tabitha non si ritiravano a scrive-re in capanni silenziosi o in uicio: scriveva-no in casa, al piano di sopra, mentre i ragaz-zi, al piano di sotto, si chiedevano quali pa-role stessero prendendo forma sulla carta e
inventavano elaborati giochi di ruolo.
Mentre si alzano per uscire in giardino a
fare una foto di gruppo, i King continuano a
chiacchierare di libri e cultura pop. Il cane
di Joe, McMurtry (dal nome dello scrittore
Larry McMurtry) è sempre presente. Se
qualcuno da lontano cogliesse solo dei
frammenti dei discorsi della famiglia senti-rebbe qualcosa del genere: “Neil Gaiman…
Spielberg… McMurtry! McMurtry!... Cro-nenberg… Matt Groening… McMurtry!”.
“Avete visto quella foto di John Irving a
torso nudo in cui salta fuori da una specie di
palude?”, chiede Owen. “Sembrava un
ninja”.
Poi il gruppo si riunisce e posa per la foto
di quella che potrebbe essere considerata la
prima famiglia di letterati statunitense.
“L’ultimo fotografo con cui ho fatto un
servizio continuava a ripetere: ‘Amami!
Amami!’”, racconta Stephen.
“Fa molto Zoolander”, commenta
Kelly.
Poi, il lampo del lash.
Kelly
Nel 1990, quando Kelly Brafet frequentava
il primo anno di liceo in Pennsylvania, i suoi
genitori le regalarono per Natale un abbo-namento al club del libro di Stephen King,
che prevedeva come omaggio uno schele-tro di gomma lungo una quindicina di cen-timetri. “Davvero raccapricciante”, ricorda
Brafet. Era proprio il regalo che voleva. Era
in piena fase “collezionista di Stephen
King” ed era alla ricerca delle edizioni rile-gate dei romanzi meno noti dello scrittore.
Questa fase si è conclusa uicialmente di-ciassette anni dopo, quando Brafet ha spo-sato Owen, che aveva conosciuto a un corso
di scrittura alla Columbia university. Il gior-no in cui si sono conosciuti Brafet aveva in
mano un libro di John D. MacDonald, un
giallista che non era in programma nel cor-so ma era considerato un mito a casa dei
King. Brafet era la ragazza ideale: studen-tessa amante della lettura e della scrittura,
che stava bene con gli occhiali e aveva una
sana passione per la letteratura di consumo.
Owen era un idanzato accomodante e pre-muroso. I due si sono scambiati i relativi
manoscritti per essere sicuri di non detesta-re l’uno la scrittura dell’altro, dopodiché il
loro rapporto si è rapidamente evoluto.
Brafet, però, aveva paura di incontrare i
futuri suoceri, aveva paura perino della vo-ce di Stephen King sulla segreteria telefoni-ca di casa. “Mi ci sono voluti due anni prima
di riuscire ad aprire bocca davanti a Steve e
a Tabby”, confessa.
Il padre di Brafet è un pilota di eliambu-lanza e sua madre è una programmatrice di
computer che si è laureata da adulta. Brafet
ha lavorato per due estati in un magazzino
dove “staccavo adesivi da un pezzo di carta
e li appiccicavo su un altro”, un’anticipazio-ne del suo possibile futuro se non avesse
ottenuto una borsa di studio per il Sarah
Lawrence college. La sua prima visita alla casa dei King, a Bangor, è stata faticosa: pie-na di stanze e di corridoi ininiti, sembrava
una versione reale dell’albergo di Shining. E
poi c’era la famosa e inquietante recinzione
con i pipistrelli e le ragnatele in ferro battu-to. “La loro biblioteca sotterranea”, raccon-ta Brafet, “era più grande di quella del pae-se dove sono cresciuta. Era enorme”.
Nel 2004, mentre aspettavano di trasfe-rirsi a Brooklyn, Kelly e Owen hanno vissu-to per sei mesi nel Maine vicino ai genitori
di lui, incontrandoli praticamente tutti i
giorni. Un po’ alla volta Brafet si è abituata.
Durante l’intervista siede tranquillamente
vicino a uno degli idoli della sua giovinezza,
che intanto è incollato all’iPad, tutto preso
dal video gioco Jetpack joyride.
Tra Kelly e Stephen c’è quel rapporto
disteso che può esserci tra due parenti ac-quisiti che hanno scoperto di apprezzare la
reciproca compagnia. La loro conversazio-ne non riguarda tanto il misterioso processo
della scrittura quanto piuttosto il prodotto
inito: il libro di qualcun altro o uno dei loro.
L’entusiasmo dei King per i romanzi di Braf-fet non è solo una forma di cortesia: Ste-phen e Tabitha fanno a gara di complimenti
ogni volta che qualcuno cita Save yourself.
“È come se David Cronenberg avesse
adattato un romanzo di S. E. Hinton per Da-vid Lynch”, dice Joe.
Non fa in tempo a inire la frase che il pa-dre interviene per descrivere meglio il tono
del libro: “È più come se James Cain”, un
altro dei giallisti adorati da Stephen, “aves-se adattato S. E. Hinton per David Lynch”.
Quello che non dicono, o forse non han-no neppure notato, è che il libro di Kelly è
una versione letteraria e aggiornata ai tem-pi di internet di Carrie: una storia di spietato
bullismo liceale che culmina in un’esplosio-ne di violenza.
Quando le chiedo un parere, Brafet ri-sponde che non ci aveva mai pensato. Car-rie non l’ha inluenzata più di “tante altre
storie horror ambientate al liceo che cova-no nel subconscio”. Scrivere un libro pieno
di suspense, di quelli che si leggono tutti
d’un iato, signiica correre il rischio di so-vrapporsi al lavoro di King: sono ben pochi
gli scenari drammatici che, in quarant’anni
di lavoro, lui non abbia esplorato con la sua
immaginazione.
In passato Brafet ci teneva a non far leg-gere ai suoceri neanche una pagina prima
di pubblicare, per evitare che qualcuno po-tesse insinuare che nei suoi libri c’era lo
zampino di Stephen. Ma per Save yourself è
stato diverso: quando ha temuto di essere
arrivata a un punto morto, ha chiesto aiuto
ai King. “Non ho avuto scelta”, dichiara.
“Avevo già rotto le scatole a tutti gli altri”.
Tabitha le ha dato indicazioni sulla struttu-ra. Stephen è intervenuto con alcune osser-vazioni sul linguaggio. Ma soprattutto en-trambi l’hanno incoraggiata a proseguire. E
sembra che Braffet non fosse particolar-mente intimorita dal loro giudizio. “Per me
la cosa più importante è che il mio lavoro
piaccia a Owen”, spiega.
Joe
Joe e Owen King andavano abbastanza
d’accordo: due fratelli, con cinque anni di
diferenza tra loro, che si divertivano a gio-care con i pupazzetti di Star Wars e con gio-chi di ruolo come Dungeons & Dragons o il
meno noto Il richiamo di Cthulhu. Ma Joe
aveva un brutto vizio che infastidiva Owen.
“Avevo otto anni e ricordo che a un certo
punto, qualsiasi cosa stessimo facendo, Joe
si fermava perché doveva scrivere per due
ore”, racconta Owen. Sul più bello, quando
magari Owen stava per uccidere un mostro
immaginario, suo fratello mollava tutto:
“Devo prendermi due ore”.
Joe era un ragazzino di undici anni inna-morato del suo cappello alla Sherlock Hol-mes, quando ha cominciato a scrivere tutti
i giorni. Seguendo l’esempio, altrettanto
compulsivo, del padre, non faceva eccezio-ni neanche per i giorni di festa o le vacanze.
Al liceo era così preso dalle sue ambizioni
letterarie che già cercava il modo di uscire
dall’ombra del padre. Si era inventato lo
pseudonimo di Jay Stevenson (un gioco di
parole da “J., Stephen’s son”) e aveva co-minciato a chiedere ai genitori cosa biso-gnava fare per cambiare legalmente nome.
Ha frequentato il Vassar college e poi si
è trasferito nel New Hampshire, dove ha
cominciato a scrivere a tempo pieno, con lo
pseudonimo di Joe Hill. “Ero molto insicuro
e non volevo vendere il mio libro solo per-ché qualcuno aveva pensato di poterci fare
un sacco di soldi e poi, una volta pubblicato,
sentirmi dire che faceva schifo”, spiega
Hill.
Ha irmato un contratto con un agente
newyorchese, al quale ha tenuto nascosta la
sua identità per otto anni (in quel periodo
non si sono mai incontrati di persona). Se
durante un reading un blogger notava una
strana somiglianza con Stephen King da
giovane, lui gli scriveva in privato chieden-dogli di cancellare il post. Ha lavorato per
anni a un romanzo che è stato respinto da
tutti. Sono passati altri anni. Il suo secondo
romanzo non è andato molto lontano. I ge-nitori l’hanno sostenuto inanziariamente,
visto che aveva moglie e due figli, senza
suggerirgli mai di cambiare strada (oggi lui
e la moglie sono divorziati).
Poi inalmente, nel 2007, a 35 anni, Hill
ha pubblicato La scatola a forma di cuore,
una storia di fantasmi che ha per protagoni-sta un attempato mito del rock: un romanzo
meno schematico di molti libri di suo padre,
e più visionario. Saldamente inquadrato in
un ambiente con il culto della celebrità, im-prevedibile nella forma e nella trama, il li-bro è diventato subito un best seller.
In alcuni periodi della sua vita Hill ha
pensato addirittura di assumere un attore
che lo sostituisse alle presentazioni, vista la
somiglianza con il padre da giovane. Ma nel
frattempo gli incontri erano andati avanti e
quando La scatola a forma di cuore è uscito
in libreria la sua vera identità era stata sve-lata. Il successo, alla ine, ha risolto il pro-blema: oggi Joe non teme di cimentarsi con
lo stesso genere in cui eccelle suo padre. “A
volte ho l’impressione che chi dice ‘non sa-rò mai come mio padre!’ sia meno indipen-dente di quanto creda”, osserva.
Il successo, però, ha signiicato per lui
un nuovo tipo di stress. “Le ansie sono au-mentate”, dichiara Hill. Nel periodo più
critico, circa cinque anni fa, mentre scrive-va il suo secondo romanzo, La vendetta del
diavolo, Hill era in preda a un’angoscia che
sconinava nella paranoia. “Facevo cose ti-po arrivare in una stanza d’albergo e mette-re tutto a soqquadro per trovare videoca-mere nascoste. Una volta ho smontato per-ino la mia auto”. Ha sviluppato anche altre
compulsioni: non poteva smettere di scri-vere se una frase iniva con un numero di-spari di lettere. Oppure arrivava tardi a un
appuntamento perché dopo essere uscito
doveva tornare varie volte a casa per con-trollare di avere spento il forno.
Hill sospetta di avere ereditato queste
tendenze da suo padre, insieme all’osses-sione per la scrittura e alla passione per il
macabro. Stephen King ha paura del nume-ro 13, e non è una storiella inventata per ac-cattivarsi le simpatie della stampa: quando
nel 2009 gli hanno chiesto di donare tredi-cimila dollari per permettere ad alcuni sol-dati di tornare a casa in licenza, ha irmato
un assegno da 12.999 dollari. È ossessiona-to dai numeri. Ha escogitato un gioco ma-niacale che consiste nell’azzerare continua-mente il contachilometri dell’auto mentre depenna una serie di numeri su un taccui-no. E poi “è terrorizzato dai corvi, un po’
meno dalle cornacchie”, racconta Joe. “Se-condo lui sono messaggeri di morte. In fa-miglia è mia madre quella con i piedi per
terra. La faccenda del forno l’ho presa da
lui ”.
L’ultimo libro di Hill, Nos4a2 (da pro-nunciare “Nos-fer-a-tu”) parla di un cattivo
immortale che rapisce i bambini e li porta a
Christmasland, un “paese del Natale” per-versamente allegro. Il libro è pieno di ele-menti inquietanti al limite del ripugnante:
allusioni a violenze sessuali, un disabile
mentale depravato, disperati messaggeri di
sciagura. Meravigliarsi dell’abilità con cui
Hill riesce a turbare il lettore signiica chie-dersi in che modo il talento – e questo parti-colare talento – si tramandi di padre in i-glio.
King e Hill riescono a trasformare qual-siasi domanda sulle radici del loro macabro
immaginario in un’occasione per apparire
più sani e normali della media. In una re-cente intervista, King ha scherzato su come
i giornalisti iniscano inevitabilmente per
trasformarsi nel “dottor Freud e mettermi
sul lettino”. Poi ha confessato di aver avuto
un’infanzia felice. Anche Hill è d’accordo
sul fatto che si tratta di questioni inutili. “Mi
domando perché nessuno guardi un inge-gnere e si chieda: ‘Cosa gli sarà successo
durante l’infanzia per spingerlo a diventare
ingegnere?’”. Ma alla ine ha dovuto am-mettere che il suo caso autorizza a porsi la
domanda. Del resto, sembra che lui stesso
ci abbia rilettuto a lungo. “Mi è capitato
spesso di raccontare scenari paranoici nei
miei libri, il che signiica che ho una certa
pratica di paranoie nella mia vita rea le”, di-ce. “È un po’ la storia dell’uovo e della galli-na. Cosa è venuto prima? Scrivere storie
paranoiche è un modo per placare l’ansia?
O scriverle mi ha reso più vulnerabile?”.
Con una piccola dose di Paxil, Hill riesce
a tenere sotto controllo la paranoia, come
ha scritto sul suo Tumblr in un post intitola-to “Ho rimesso le rotelle a posto”. La sua
scrittura non ne sofre e lui si gode il succes-so. A diferenza di suo padre, aggiunge, “il
numero 13 non mi fa nessun efetto”.
Tabby
Nel 2003 Stephen King ha vinto la Medal
for distinguished contribution to american
letters ed è stato invitato a parlare ai Natio-nal book awards. King ha dedicato quasi
metà del discorso a sua moglie, ringrazian-dola per aver sempre creduto in lui e per
averlo incoraggiato a scrivere anche quan-do tiravano avanti in una roulotte con due
bambini, mentre lei lavorava in un fast food
e lui in una lavanderia. Sulle prime si po-trebbe pensare che Tabitha, detta Tabby,
sia quel tipo di moglie che si sacriica per
permettere al marito di realizzare i propri
sogni. Ma dopo averla incontrata ho pensa-to che se Tabitha ha incoraggiato King ad
andare avanti lo ha fatto perché aveva gli
strumenti per riconoscere uno scrittore di
razza. Entrambi avevano frequentato la
University of Maine. Nel 1969 King le diede
da leggere un racconto. “Ricordo di aver
pensato: ‘Questo ragazzo potrebbe pubbli-care anche subito!’”, dice Tabitha.
Su una delle magliette preferite di Tabby
c’è scritto: “Quando parlo dovresti prende-re appunti”, cosa che i suoi familiari fanno
spesso. “Inizialmente avevo scritto un ina-le molto cupo per Nos4a2, una scelta artisti-ca che ero pronto a difendere ino in fondo.
Ma poi l’ha letto mamma”, racconta Joe,
seduto al tavolo con la famiglia. “Mi ha det-to: ‘Sai, Joe, quel inale non funziona’. E io:
‘Ok, d’accordo’. Al telefono con mia madre
la mia integrità di artista è durata circa
quindici secondi”.
Ma il meccanismo funziona nei due sen-si. “Mentre scrivevi Survivor ci siamo schie-rati tutti contro il tuo inale”, ricorda Ste-phen rivolgendosi a Tabby.
“Già. E con i cambiamenti il libro è di-ventato un best seller”, scherza Tabby con- cludendo la frase con una pernacchia. Il li
bro non ha avuto successo, anche se il Li
brary Journal l’ha deinito “un avvincente
dramma psicologico”, un libro “che non
può mancare nelle migliori raccolte di nar
rativa”. Tabby, che è al lavoro sul suo nono
libro, si è sentita penalizzata dall’industria
editoriale, tanto che è stata lei a suggerire a
Joe di usare uno pseudonimo. “È diicile
far cambiare idea a chi pensa che io sia arri
vata a pubblicare solo grazie al successo di
Steve”, spiega. Supposizione legittima, ma
infondata: la sua trilogia ambientata nel
Maine – Pearl, The book of Reuben e One on
one – è pura gioia letteraria (la scrittrice Jen
nifer Weiner ha dichiarato che Pearl è uno
dei suoi libri preferiti). Può darsi che l’om
bra del marito l’abbia intralciata o che abbia
incontrato gli stessi problemi che aliggono
tanti scrittori di media notorietà, autori di
generi diversi, dal comico al letterario. Il
fatto che i suoi libri siano poco conosciuti
addolora i igli, che considerano la sua in
luenza letteraria forte quanto quella del
padre. “Spero di aver preso qualcosa da lei”,
commenta Owen. “Ha un forte senso del
contesto e del personaggio”.
Se in famiglia Tabby è considerata quasi
una santa, non è solo perché è rimasta al
ianco del marito quando era giovane e di
sperato, ma perché ha minacciato di andar
sene molti anni dopo, quando era famoso e
dipendente dall’alcol e dalla cocaina. Nel
1987 Tabby convocò una riunione di fami
glia con i tre igli: Naomi, che aveva 17 anni,
Joe di 15 e Owen di 10. Fino a quel momento
Owen sapeva solo che suo padre “consu
mava alcol in grandi quantità, ma avrei po
tuto pensare che lo facessero anche gli altri
padri”. Tabby spiegò a tutti e tre che se il pa
dre non avesse accettato di disintossicarsi,
lei gli avrebbe chiesto di andarsene. “Non
volevo mentire ai miei igli”, spiega. “Non
ho mai capito che senso abbia mentire visto
che serve solo a rimandare il momento in
cui ti rivelerai un bugiardo”. Mentre parla
no di quella riunione, la conversazione si
spegne quasi. “È stato terribile”, commenta
Naomi. “Ci chiedevamo se avremmo anco
ra avuto un padre”.
Ci sono voluti due anni, ma alla fine
King si è disintossicato. Poi c’è stato un pe
riodo di calma, ino al 1999, quando a King
è capitata una serie di eventi quasi tragici.
Mentre passeggiava lungo una strada di
campagna vicino a casa è stato investito da
un furgone che lo ha scaraventato a cinque
metri di distanza e ha ridotto le ossa della
gamba sinistra “a una manciata di biglie in
un sacchetto”, come ha detto il medico. Af
litto da dolori cronici nei lunghi mesi di
convalescenza, ha sviluppato (e poi sconit
to) una dipendenza dagli antidoloriici. Si è
preso una polmonite ed è inito in ospedale
il giorno dopo il discorso ai National book
awards. “Lo pneumologo non sapeva se
avrebbe superato la notte, ma lui ce l’ha fat
ta”, racconta Tabby. “È stato molto dii
cile”.
Mentre uno dei figli parla di un libro,
Stephen si gira verso la moglie e le prende la
mano. Gliela stringe forte ed entrambi
chiudono gli occhi, chinati l’uno verso l’al
tra, come in preghiera. Più tardi, quando gli
chiedo di quel momento, Stephen non ri
corda più cosa lo avesse ispirato. “A volte le
prendo la mano e basta”, dice. “Siamo sem
pre stati molto uniti, io e Tab. La amo”.
Naomi
Per uno strano scherzo del destino la prima
iglia dei King, Naomi, è nata con un deicit
cronico dell’ormone dell’adrenalina. Cre
scendo è diventata un’avida lettrice, ma
senza poter cogliere la forza dei libri del pa
dre perché – come spiega lei stessa – non è in
grado di provare terrore. Quando era anco
ra bambina, suo padre le chiese cosa le pia
cesse. Lei gli rispose che amava i draghi e
suo padre scrisse Gli occhi del drago, un ro
manzo fantastico con tanto di mago subdo
lo e malvagio nel castello del re, e glielo de
dicò.
Seduta al tavolo della cucina, Brafet ri
corda che da piccola, molto prima di cono
scere i King, guardava quella dedica e pen
sava: “Wow, Naomi King deve avere una
vita fantastica!”. “Come no!”, ribatte Nao
mi con lo stesso tono sarcastico usato spes
so da sua madre.
I vantaggi di essere una King sono co
munque tanti e la famiglia è molto unita.
Ma ci sono stati anche gli anni diicili della
dipendenza di Stephen, che Naomi ha vis
suto con soferenza. E poi ci sono i pregiudi
zi della gente su di lei in quanto iglia di suo
padre. “Tutti si aspettano che adori gli hor
ror o che mi interessino i mostri”, spiega. “E
naturalmente m’interessano i mostri, m’in
teressano le interpretazioni teologiche su
come facciamo amicizia con i nostri mostri.
Se creiamo mostri demonizzandoci a vi
cenda, se facciamo cose mostruose – e tutti
ne siamo capaci – come possiamo, poi, non
diventare mostri a nostra volta?”.
Naomi parla come forse avrebbe potuto
parlare Stephen se, in qualche universo pa
rallelo, si fosse iscritto a una scuola di teolo
gia per diventare ministro di culto, come ha
fatto Naomi nel 1999. Era un territorio ine
splorato in casa King. “Non riesco a imma
ginare una casa più laica della nostra”, os
serva Owen. Naomi, invece, sostiene che la
religione c’è sempre stata: la famiglia di Ta
bitha era cattolica, Stephen è cresciuto in
una famiglia di cristiani devoti e da piccolo
vinceva premi alla scuola domenicale reci
tando i versi della Bibbia a memoria. “Non
vedo come si possa crescere con una storia
del genere alle spalle senza subirne l’in
luenza, anche nel linguaggio”, dice Naomi.
E poi, naturalmente, in casa c’è stato il con
dizionamento esercitato dalla presenza
degli Alcolisti anonimi, non propriamente
religioso, ma pur sempre spirituale.
Benché Naomi sia soddisfatta della sua
scelta, il resto della famiglia sembra ancora
chiedersi perché non si sia dedicata alla
narrativa. “Forse Naomi era più intimidita
dalla scrittura rispetto a voi due”, fa notare
Tabitha, riferendosi a Joe e Owen. “Ha pre
ferito trovare la sua strada”.
“Ma tu sai che sei sempre stata brava”, le
dice Stephen, che poi aggiunge: “È sempre
stata brava. Scriveva fantasy da piccola, e
da adolescente. Tutta roba forte. Aveva solo
bisogno di maturare un po’”.
Naomi sospira. L’incoraggiamento è af
fettuoso, ma fuori luogo: “Anch’io racconto
storie, anche se sono diverse. Cambia solo
il genere”. Ci sono le storie che racconta ai
lettori esercitando il suo ministero religioso
online. Ci sono le storie che crea con le sue
scimmie di pezza vestite da pirata, di cui
mette le foto su Flickr. “È un gioco, ma è an
che coerente con il mio impegno religioso”,
spiega. “È un modo di vedere le cose diver
so da quello che ci è stato insegnato”. Come
tutti gli altri componenti della famiglia, an
che lei ha le sue storie a sostenerla.
Anche se ogni giorno Naomi scrive pre
ghiere che pubblica su Facebook e sul suo
blog, le attuali condizioni di salute non le
permettono di esercitare pienamente il suo
ministero religioso. Oggi lavora al Pietree
orchard, un’azienda agricola che i King
hanno comprato nel 2007 perché non di
ventasse un complesso immobiliare.
Naomi ama il suo lavoro e, anche se leg
ge molto, non ha mai coltivato la speranza
segreta di partorire un romanzo di seicento
pagine sugli zombi. Le piace raccontare una
vecchia storia chassidica che ha per prota
gonista un anziano rabbino di nome Zusya.
Uno dopo l’altro i suoi studenti si rivolgono a lui perché sono preoccupati di non essere
all’altezza dei grandi. Perché, gli chiede
uno, non posso essere come Giacobbe? Per-ché, chiede un altro, non sono come Mosè?
Raccontando la fine, Naomi sorride.
“Quando morirò non mi chiederanno per-ché non sono stato come Mosè”, risponde
Zusya. “Mi chiederanno perché non sono
stato Zusya”.
È una bella storiella. E lei la racconta
bene.
Owen
Il primo romanzo di Owen, Double feature,
si apre con un ragazzo che si risveglia bru-scamente da un sogno: “Un’ombra cresce-va sempre di più, le sue enormi spalle inva-devano la cornice di luce bianca”. Il giova-ne protagonista è in preda al panico. Il
cuore gli batteva “nelle dita delle mani e
dei piedi, dietro le orbite, sotto la lingua.
Aveva paura”. Poi l’ombra parla: è il padre
del ragazzo. Ha letto la sceneggiatura del
iglio e vuole parlarne con lui.
Quella pagina – con la sua allusione far-sesca all’“angoscia dell’autorità” e all’om-bra letteraria che i lettori avranno già iden-tiicato – è il massimo dell’horror a cui pos-sa arrivare Owen. Non è un patito del gene-re. A forza di vedere cadaveri infestati di
vermi e teste mozzate nei ilm tratti dai libri
di suo padre, a dieci anni era già diventato
“abbastanza impressionabile”. Double fea-ture ricorda più Nick Hornby che Stephen
King, e racconta la storia di un ambizioso
regista indipendente – iglio di un noto at-tore di B-movie – e del suo ilm che diventa
un classico di culto, ma per i motivi sba-gliati.
Qualsiasi somiglianza tra i personaggi
del libro e persone reali, vive o morte, è pu-ramente casuale – sostiene Owen – con la
sola eccezione di Orson Welles. Ma l’archi-tettura emotiva sembra ricalcare un mo-dello familiare conosciuto. “I dettagli sono
completamente diversi”, osserva il suo
amico Tim Bissell, critico letterario, “ma si
parla comunque di un’inluenza, e del sen-tirsene prigionieri. Secondo me il libro è un
modo per sfuggirle e Owen ce l’ha fatta”.
Tabby comprende il bisogno dei suoi
igli di trovare il loro spazio, ma crede an-che che la loro condizione sia tutt’altro che
insolita. “Tutti hanno dei genitori con cui
devono fare i conti”, dice. “I igli di un me-dico possono chiedersi perché il padre non
è mai a casa o se non sia troppo esigente.
Oppure puoi essere il iglio dell’ubriacone
del paese o del pastore della chiesa. Sei
sempre il figlio di qualcuno che getta
un’ombra sulla tua vita, qualcuno da cui
devi distinguerti”.
Prima di scrivere il romanzo Owen si è
documentato guardando B-movie per an-ni, ed è famoso tra gli amici perché li ricor-da tutti e può citare a memoria anche i tito-li degli altri ilm interpretati dagli attori.
Una dote che condivide con il padre e il fra-tello. “I maschi della famiglia King non so-lo sembrano in grado di leggere, scrivere e
citare più velocemente di noi, ma anche di
guardare la televisione e di ascoltare la mu-sica più velocemente. Sidano la isica del
consumo”, commenta lo scrittore Joshua
Ferris, grande amico di Owen. Tra i due
fratelli, Joe è il “fan entusiasta”, quello che
indossa senza troppa ironia la sua magliet-ta preferita dello Squalo perché è uno dei
suoi quattro ilm preferiti. Sulla maglietta
preferita di Owen, invece, c’è una citazione
da una vecchia rivista femminile: “Jane: il
bello di essere donna”. La indossava anche
la prima volta che ha incontrato i genitori di
Kelly.
Come Joe, da bambino Owen si sedeva
spesso con suo padre a parlare di libri: ma-gari per smontare un racconto di Flannery
O’Connor e capire cosa lo facesse funzio-nare, o per trovare un modo per rendere
più eicace la sua scrittura. Gli piacevano
queste sedute, ma non perché avesse già in
mente di diventare uno scrittore. “Lo face-va con mio fratello, e non volevo sentirmi escluso”, spiega. Un po’ per una questione
di carattere, un po’ per i temi che tratta,
Owen ha un rapporto con il padre meno
intenso e collaborativo rispetto a Joe, che
fa leggere le bozze a entrambi i genitori e
spesso li chiama per parlare di lavoro. “Ho
un rapporto più tradizionale con i miei ge
nitori”, precisa Owen. “Voglio il loro amo
re incondizionato, non il loro giudizio cri
tico”.
In un’occasione pubblica, però, il giudi
zio critico l’ha ricevuto lo stesso. Intervista
to nel 2000, King ha parlato dei primi lavo
ri di Owen definendoli con disinvoltura
“storielle trendy per newyorchesi”. All’epo
ca Owen non l’ha presa bene, ma oggi ha
un rapporto sereno con il padre, perino
protettivo. “Sì, non è stato il massimo”,
confessa. “Mio padre era molto dispiaciu
to. Ma è successo tanto tempo fa e oggi per
i miei genitori è più facile capire quel che
faccio”. Suo padre si è scusato e Owen, che
in quel periodo studiava alla Columbia uni
versity, ha continuato a scrivere. In due oc
casioni i professori della Columbia hanno
stroncato i libri di suo padre davanti a lui.
Così Owen ha imparato che se davvero vo
leva scrivere doveva cercare uno stile per
sonale, senza preoccuparsi di quello che
pensavano gli altri. Quando Owen è stato
pubblicato, Stephen ha scritto entusiasta
sul suo sito un annuncio: se avete voglia di
scompisciarvi dalle risate, diceva nel suo
linguaggio tipico, “Double feature è la cura
che fa per voi. Ed è indolore”.
Owen non si preoccupa di vendere me
no libri del padre e del fratello, che sono al
di sopra dei normali standard. “Credo che
per mio padre e mio fratello il successo sia
molto più importante che per me”, afer
ma. “Voglio vendere abbastanza libri per
poter giustificare il fatto di continuare a
scrivere”. Essendo il più piccolo dei fratelli,
quello che è rimasto a casa invece di inire
in collegio, ha vissuto più da vicino la cele
brità del padre: le macchine fotograiche
sempre pronte a scattare, gli estranei che li
avvicinavano in continuazione. “Vorrei
avere successo, ma non così tanto da dover
rinunciare alla vita privata”, spiega. “Un
desiderio che limita un bel po’ la mia ambi
zione”.
Suo fratello, al contrario, adora essere al
centro dell’attenzione. Di recente ha posa
to per alcune foto in cui mima se stesso
mentre viene strangolato e pugnalato dai
fan, poi le ha postate su Twitter. Owen ha
ammirato l’idea del fratello, senza capire
cosa l’abbia spinto a farlo. “Non ho voglia
di farmi strozzare da un estraneo”, com
menta, “neanche per inta”.
Stephen
Il 4 luglio la famiglia si riunisce al Pietree
orchard e mangia la pizza sulle panche da
picnic fuori dal negozio. Alcuni nipoti van
no a raccogliere fragole nel campo. Più tardi
ci saranno i fuochi d’artiicio. Stephen King,
seduto su una delle panche, dice al nipote di
dieci anni: “Allora, se mi venisse un ictus
cosa dovrei fare? Dovrei farmi ricoverare in
una casa di cura? Sarebbe la cosa migliore?”.
Le sue domande sono pragmatiche e allo
stesso tempo macabre: una versione senile
di quello che la famiglia chiama “il gioco
della scrittura”, in cui ognuno ha a disposi
zione cinque minuti per cercare di salvare
da un pericolo il protagonista di una storia,
per poi immaginare un nuovo pericolo da
afrontare e passare la sida a un altro. Ecco
il tipo di pericolo che angoscia King oggi:
malattia, demenza, perdere l’uso di una
mente così straordinariamente attiva.
Qualche minuto dopo mi mostra un’im
magine sull’iPad. Sfoglia alcune vecchie
foto – nipoti, alberi e, ops!, c’è anche Meg
Ryan – inché non si ferma su una foto in
bianco e nero: una donna sorridente seduta
sulle ginocchia di un capitano della marina
mercantile. “Questi erano i miei genitori”,
dice. Suo padre abbandonò la famiglia
quando King, il più piccolo dei due igli, ave
va due anni. A dieci anni Stephen trovò una
pila di vecchi romanzi pulp di suo padre. Il
suo primo incontro con l’horror: tra quei li
bri c’era un Lovecraft con un mostro in co
pertina che strisciava fuori da una tomba.
Forse perché era il iglio di suo padre o per
ché era un iglio alla ricerca del padre, ne è
rimasto subito stregato. Dopo aver letto tut
ti i libri della collezione, ha cominciato a
cercarne altri. Suo padre, gli raccontava la
madre, scriveva racconti, anche belli, ma
dopo un po’ aveva abbandonato la scrittura
benché i direttori di alcune riviste l’avessero
incoraggiato a continuare. Il sottotesto del
la storia personale di King sembrerebbe
quello di un bambino che fa di tutto per
compiacere un padre assente. Secondo lui,
invece, è tutta questione di geni. Il fatto che
anche i suoi igli siano diventati scrittori, e
che uno dei due scriva addirittura libri hor
ror, per lui è del tutto normale. “Credo che
sia ereditario”, commenta. “A volte qualcu
no mi chiede: ‘Perché scrivi cose così spa
ventose?’. Di solito rispondo: ‘Cosa ti fa
credere che io possa scegliere?’”.
Dopo l’ultima foto di gruppo i compo
nenti della famiglia si separano. “Davvero
pensi che il libro di Neil Gaiman sia ‘un ca
polavoro impareggiabile’?”, chiede Owen a
Joe, riferendosi a un post del blog di Joe
sull’ultimo romanzo di Gaiman. “Quando
scrivi su Twitter, ti piace qualsiasi cosa…
Come fa a piacerti sempre tutto?”.
Joe scrolla le spalle: “Sono un tipo posi
tivo, io”.
Joe propone di passare la serata giocan
do a un vecchio gioco da tavola, Ex Libris. In
questo gioco ogni concorrente deve scrive
re la prima riga di un romanzo già esistente
scelto a caso: vince chi scrive quella più con
vincente. Qualcuno chiede: quanti anni
avrà questo gioco?
“Esiste da quando esistono le storie e chi
le racconta”, proclama Stephen.
“Sì, ci giocavano anche i primissimi tro
vatori irlandesi”, commenta Owen. A que
sta battuta suo padre scoppia a ridere, e
Owen prosegue: “Ci giocava anche un certo
Gilgamesh”.
Joe, che inora ha cercato di spostare il
discorso sulle regole del gioco, si unisce alla
conversazione: “Ci giocavano anche alla
biblioteca di Alessandria. Mentre bru
ciava”.
Vanno avanti così per alcuni minuti.
Nao mi cita un oscuro manoscritto antico in
cui si descrive la birra e Owen fa una battuta
sul pulp sumero.
“Nel vecchio west…”, comincia Joe.
Suo padre suggerisce di darci un taglio.
Ci giocheranno un’altra volta. Dopo pranzo
Owen e Kelly vanno a fare un giro al lago
con Joshua Ferris e la moglie, che sono pas
sati a trovarli. Stephen e Tabby tornano a
casa. Joe rientra in cucina con il libro che si
è portato dietro tutto il giorno: le bozze del
romanzo horror di un altro scrittore.
Qualche giorno dopo, Joe e Stephen so
no impegnati in un’altra delle loro tipiche
conversazioni. Tema: quale romanzo può
essere considerato il Moby Dick dell’horror?
Quello pieno di note a piè di pagina, forse…
No, quello no, quell’altro, Casa di foglie di
Mark Danielewski.
Joe si vanta del fatto che il più piccolo dei
suoi figli, dieci anni, scrive già cose sue.
“Sta lavorando a due racconti: uno s’intitola
Scarti, l’altro La cosa cattiva”.
Stephen s’illumina: La cosa cattiva gli
piace. “Mi dispiace”, dice, come un bambi
no che ha appena trovato per terra una mo
netina. “Forse dovrò usarlo”.
Joe è comprensivo. “Lo so”, risponde.
“Pensavo di usarlo anch’io”. u dic
sabato 30 novembre 2013
1028 - SCIENZA - L’ora di casa - Cara Parks, Aeon, Regno Unito Foto di Quentin Bertoux Una giornalista statunitense ha viaggiato per il mondo senza mai spostare l’orologio dal fuso orario di New York. E racconta cosa ha imparato sui ritmi circadiani
P
oche cose scatenano l’ango-scioso senso di colpa che
provo ogni volta che mi sve-glio alle tre del pomeriggio.
Appena leggo l’ora sul cel-lulare provo un brivido di
vergogna, come se mi ricordassi di aver be-vuto un bicchiere di troppo la sera prima.
Ho sprecato tempo e ho dimostrato ai miei
simili quanto sono pigra. Potrei anche tirar-mi di nuovo il lenzuolo sulla testa e ingere
che la giornata non sia mai cominciata.
Da qualche tempo conosco in troppo
bene questa sensazione. Spesso non sento
la sveglia e continuo a dormire, ino a po-meriggio inoltrato. E non (solo) perché sono
una giornalista pigra. Mi sto sottoponendo
a un esperimento molto poco scientifico
che consiste nel dissociare i miei ritmi cir-cadiani dal normale ciclo notte-giorno.
All’inizio di quest’anno ho lasciato il mio
posto isso di redattrice per viaggiare e lavo-rare come freelance. Il mio compagno col-labora con un sito di notizie che gli consente
di passare lunghi periodi lontano dall’ui-cio. Ci siamo resi conto che potevamo vive-re dovunque – purché rimanessimo entro il
fuso orario della costa orientale degli Stati
Uniti – così abbiamo annullato il contratto
d’aitto della nostra casa, messo i mobili in
un deposito e cominciato a prenotare voli.
Avremmo dovuto alzarci alle 7 di matti-na e andare a letto a mezzanotte Eastern
standard time (Est), con un po’ più di lessi-bilità durante il weekend. Questo signiica-va che potevamo esplorare l’Europa occi- dentale, alcune parti del Nordafrica, il Su-damerica e l’America Centrale (l’Asia e tutto
l’oriente erano fuori questione, perché sarei
diventata praticamente un vampiro). Chi
non avrebbe sopportato il piccolo fastidio di
un cambio di ritmi per avere la possibilità di
vedere tante cose?
E così abbiamo cominciato a viaggiare.
Ci siamo fermati a Lisbona (Est + 5 ore) per
un mese: mi svegliavo a mezzogiorno e
scendevo come uno zombie a prendere il
cafè. Su una spiaggia del Paciico nordocci-dentale (-3), mi alzavo prima dell’alba, e a
Parigi (+ 6) mi lavavo i denti alle sei di mat-tina, non per mettermi a lavorare ma per
andare a letto. Quando siamo tornati a New
York (0) per qualche settimana, ho ripreso i
normali ritmi sociali. Tra poco partirò per
Barcellona (+ 6) e poi per Buenos Aires (+
1). L’esperienza che sto vivendo si chiama
discronia circadiana, in pratica sono indi-pendente dal giorno solare.
La battaglia del jet lag
Quando sono partita per il mio primo viag-gio sapevo poco dei ritmi circadiani e del
sonno in generale. Nel 1729 l’astronomo
francese Jean-Jacques Dortous de Mairan
fu uno dei primi scienziati a osservare que-sti cicli biologici. Mentre scriveva si accorse
che la sua mimosa ripiegava le foglie per la
notte e decise di veriicare se la pianta aveva
un orologio interno tenendola nell’oscurità.
Nel suo libro Internal time Till Roenneberg,
docente di cronobiologia a Monaco di Ba-viera e presidente della Federazione mon diale delle società di cronobiologia, descri-ve il risultato di quell’esperimento. Anche
se privata della luce naturale, “evidente-mente la pianta ‘conosceva’ la posizione del
Sole e ‘sapeva’ quando era giorno e quando
era notte. Ogni mattina, poco prima dell’al-ba, le sue foglie si aprivano, e ogni sera, po-co prima che il Sole tramontasse, si ripiega-vano di nuovo”. I suoi cicli interni erano in-dipendenti dal mondo esterno. Ma fu solo
negli anni cinquanta del novecento che
Franz Halberg, uno dei fondatori della cro-nobiologia – lo studio di questi cicli – intro-dusse il termine “circadiani” per deinire i
ritmi biologici interni. Nello stesso periodo
fu scoperto il sonno rem, si cominciò a com-prendere meglio la natura del sonno stesso
– che non è un blocco unico ma è costituito
da una serie di fasi –, si arrivò a una deini-zione dell’apnea notturna e si scoprirono le
proprietà della melatonina. Fu un periodo
molto attivo per il sonno.Dormiamo per circa un terzo della no-stra esistenza. Nonostante il ruolo fonda-mentale che il sonno svolge nella nostra vi-ta, non avevo pensato che modiicare ogni
poche settimane il mio ritmo sonno-veglia
rispetto al giorno solare avrebbe potuto
avere delle conseguenze.
Quando sono arrivata a Lisbona con gli
occhi rossi per la stanchezza dopo il volo da
New York, sono uscita dall’aeroporto sul
piazzale assolato. Sulla costa orientale degli
Stati Uniti erano le 3.20 del mattino, lì erano
le 8.20. Quando i miei occhi hanno visto il
Sole, il mio cervello ha deciso che doveva
ancora essere il giorno prima. Da quel mo-mento tra me e il mio corpo è cominciata
una silenziosa battaglia per stabilire quali
dovessero essere le normali ore di sonno.
Sapendo di dover rimanere sveglia ino alle
5 del mattino locali, cercai di fare un pisoli-no, ma il mio corpo opponeva resistenza,
sostenendo che dovevo aspettare ino al po-meriggio. La camera da letto aveva una por-tafinestra coperta da tende leggerissime
che ondeggiavano al vento e lasciavano ar-rivare fasci di luce sul letto. Di solito chi
viaggia conosce i sintomi del jet lag e cerca
di adattarsi ai nuovi orari prima possibile. Io
invece avevo sperato che il jet lag mi avreb-be aiutato a non adattarmi a ogni nuova al-ternanza tra luce e buio. Ma quella stanza
illuminata la pensava diversamente.
Il termine jet lag fu coniato intorno al
1966. Fino a quel momento i lenti viaggi in
nave attraverso l’Atlantico o le cavalcate at-traverso l’Asia avevano permesso agli esse-ri umani di adattarsi gradualmente al nuovo
ambiente (l’orologio interno può spostarsi
all’incirca di un’ora al giorno). Le indicazio-ni che il nostro orologio interno raccoglie
dall’ambiente esterno in tedesco si chiama-no zeitgeber (segnali del tempo). Sono fatto-ri come la temperatura e, soprattutto, la lu-ce: per i primi esseri umani il segnale più importante per stabilire quando potevano
andare a caccia e quando dovevano metter-si al riparo veniva dal Sole. A questi si ag-giungono segnali interni, elaborati da una
regione del cervello chiamata nucleo supra-chiasmatico, o Scn. È quel mucchietto di
materia grigia a controllare i ritmi circadia-ni. Lo fa in parte agendo sulla ghiandola
pineale per indurla a produrre l’ormone ip-noinducente detto melatonina, che in alcu-ne parti del mondo si può anche comprare
in farmacia senza ricetta.
Dissociati
Di solito viviamo in base a un ciclo di 24 ore
collegato alla luce del giorno. Ma alcuni
esperimenti sul sonno hanno rivelato che,
quando siamo privati di qualsiasi indicazio-ne esterna come la luce solare e gli orologi,
quasi tutti passiamo a un ciclo libero di 25
ore, perché gli zeitgeber ci spostano legger-mente in avanti rispetto al nostro tempo
interno. Uno dei primi esperimenti in que-sto campo fu condotto dallo scienziato te-desco Jürgen Aschof e dal suo collega Rüt-ger Wever, che all’epoca lavoravano a Prin-ceton. Fecero costruire due bunker in Ba-viera dai quali erano stati eliminati tutti i
segni del tempo esterno. Non avevano ine-stre, erano isolati acusticamente e perino
progettati per non risentire dei cambiamen-ti del campo elettromagnetico. I soggetti
che si trovavano al loro interno erano accu-ratamente monitorati, sia dal punto di vista
mentale sia da quello isico (perino tramite
una sonda rettale attaccata con un lungo
tubo a un’apertura sul muro). Come aveva-no previsto, nel corso di tre settimane la
maggior parte delle persone si stabilizzò su
un ciclo leggermente più lungo di 24 ore,
dormendo circa un terzo del tempo. Come
le mimose di Mairan, pur non vedendo il
Sole gli esseri umani seguivano i loro ritmi
naturali.
Il vero orologio è dentro di noi. I segnali
esterni lo sincronizzano con il mondo, im-pedendoci di slittare ogni giorno in avanti
rispetto al ciclo solare. È proprio a causa di
questo tempo interno che sperimentiamo il
jet lag. “Qualunque ora sia per il suo orolo-gio interno”, scrivevano nel 2007 gli autori
di un articolo sul jet lag pubblicato sulla rivi-sta medica The Lancet, “il nostro corpo si
deve adattare al giorno solare”. È per que-sto che i medici chiamano il jet lag disincro-nosi. Chi viaggia è temporaneamente dis-sociato dal mondo che lo circonda.
Quel primo giorno, a Lisbona, alla ine
ho ceduto a un sonno leggero. Da quel mo-mento il mio corpo ha opposto sempre più
resistenza con il passare dei giorni, sve gliandomi appena la luce del giorno comin-ciava a iltrare attraverso le tende, indipen-dentemente da quanto avevo dormito.
All’inizio il jet lag mi ha aiutato a rimanere
ancorata all’ora della costa est degli Stati
Uniti (mi alzavo a mezzogiorno e andavo a
letto all’alba), ma poi non ha più funzionato
perché i miei ritmi circadiani facevano di
tutto per adattarsi al ciclo solare. Mi sentivo
stanchissima a strane ore del giorno, e qua-si sempre dovevo dormire un po’ intorno
alle 11 di sera. La mattina (che a Lisbona era
pomeriggio) ero disorientata e nervosa. Era
diicile programmare i pasti e spesso li sal-tavamo, accontentandoci di fare uno spun-tino con un cafè quando non ci andava di
mangiare a mezzanotte. Ho cominciato a
ingrassare e ho dovuto prendere un leggero
antidepressivo. E comunque, mi svegliavo
un po’ prima ogni mattina e avevo sonno un
po’ prima ogni sera.
La doccia entro mezzogiorno
Per un adulto non è facile dormire in dopo
mezzogiorno. Il nostro ciclo circadiano in-vecchia con noi. Da bambini ci svegliamo
presto, da adolescenti non andremmo mai
a letto e da adulti ci attestiamo su una via di
mezzo. Naturalmente, all’interno di questa
tendenza generale esistono molte varianti
personali. I cronobiologi chiamano crono-tipi gli orologi genetici interni che spingono
certe persone ad alzarsi presto e altre a stare
alzate ino a tardi.
A New York di solito mi svegliavo verso
le 8.30 di mattina. Adesso gli orari irregolari
mi impediscono di accorgermi dei piccoli
cambiamenti del mio ciclo sonno-veglia. A
Parigi (+ 6) ho cercato di alzarmi presto co-me ero abituata a fare negli Stati Uniti, ma
concetti come presto e tardi diventano piut-tosto confusi quando presto signiica riusci-re a fare la doccia entro mezzogiorno.
Prima che arrivassero i viaggi aerei e lo
spiazzamento temporale che li accompa-gna, gli esseri umani si sono staccati per la
prima volta dai loro ritmi naturali quando è
stata inventata la luce elettrica. La sua dif-fusione ha reso possibili anche i turni di la-voro notturni. Praticamente è quello che
faccio in Europa. Accendo tutte le luci
dell’appartamento dove abito, mi metto al
computer e cerco di convincere il mio cer-vello che è spuntato il Sole. Come mi ha det-to Steven Scharf, un esperto di sonno
dell’università del Maryland, alcuni se la
cavano meglio di altri in queste situazioni
innaturali. Per ridurre al minimo il disagio
dei turni di notte, mi ha suggerito di usare
tende molto pesanti per non far entrare la
luce del giorno e di indossare occhiali con le
lenti gialle di sera, per contrastare l’esposi-zione alla luce azzurra. “Se veramente non
vuole rinunciare all’ora della costa orienta-le, cosa che non le consiglierei di fare, oltre
a rispettare i suoi ritmi di sonno e veglia de-ve anche evitare la luce”, mi ha detto. Non
sarebbe un cattivo consiglio, però non pos-so accettarlo. La ragion d’essere di tutto
questo esperimento sono proprio le poche
ore che riusciamo a strappare prima del
clou della giornata lavorativa sulla costa
orientale, per correre a fare i turisti o andare
a pranzo fuori appena alzati. Se restassi a
casa dietro quelle tende pesanti, tutta la fa-tica che stiamo facendo non sarebbe più
giustiicata.
La luce è la cosa più importante per
scandire il nostro tempo, il principale siste-ma di regolazione del nostro orologio in-terno. Quindi non c’è da sorprendersi se
l’introduzione del nostro Sole personale
ha comportato tante conseguenze. Solo un
paio di anni fa i neurologi della Thomas
Jefferson university di Filadelfia si sono
resi conto che la luce azzurra che mi aveva-no consigliato di evitare inluisce notevol-mente sui ritmi circadiani. In occasione di
uno studio del 2001 diretto da Christian
Cajochem, un cronobiologo dell’universi-tà svizzera di Basilea, i ricercatori hanno
chiesto a 13 uomini di issare lo schermo di
un computer per cinque ore a notte. Per
una settimana hanno guardato schermi
luorescenti, che emettono luce di tutti i
colori; per un’altra settimana hanno avuto
davanti schermi a led, la cui luce è molto
più azzurra. Gli studiosi hanno riscontrato
“enormi diferenze” tra le due situazioni:
quando i soggetti guardavano gli schermi
azzurri nel corso della notte mostravano
un abbassamento dei livelli di melatonina.
Il nostro corpo, creato per la luce solare,
adesso assorbe la luce azzurra di innume-revoli schermi che modiica leggermente il
nostro orologio interno e ci spinge a rima-nere alzati un po’ di più ritardando il rila-scio della melatonina che ci farebbe addor-mentare.
Vita da nomade
Qualche settimana fa mi sono ammalata
più seriamente di quanto mi fosse mai ac-caduto da adulta e alla ine sono stata co-stretta a sottopormi a un’operazione chi-rurgica. I medici che mi curavano non riu-scivano a capire perché mi fossi ammalata
così all’improvviso. Non credo che siano
state le mie strane ore di sonno a farmi ini-re in ospedale, ma questo mi ha spinto a ri-lettere sulla mia battaglia contro i ritmi
circadiani. Prima della malattia pensavo
che valesse la pena di fare quell’esperienza
nonostante il disagio, anche se non riusci-vo a vedere molto dei posti che visitavo.
Sono convinta che la capacità di andare
contro la nostra natura sia uno dei tratti che
rendono unici gli esseri umani.
Ma ora mi chiedo se non sono stata
troppo arrogante a voler ignorare il mio
orologio interno. La malattia ci fa capire
quanto la nostra coscienza superiore di-penda dal corpo. Da uno studio commis-sionato dall’Organizzazione mondiale
della sanità e pubblicato su The Lancet nel
2007 è emerso che qualsiasi sconvolgi-mento dei ritmi circadiani, come quello
provocato dai turni di lavoro, è probabil-mente cancerogeno, e una ricerca condot-ta nel 2013 da Paolo Sassone-Corsi e dai
suoi colleghi dell’università della Califor-nia a Irvine ha dimostrato che i ritmi circa-diani controllano la reazione del corpo ad
agenti patogeni come la salmonella. Men-tre ero in ospedale mi sono chiesta quali
forze avevo sfidato giocando con il mio
orologio interno.
Questa vita da nomade mi piace ancora.
Mentre faccio le valige per Barcellona (+ 6)
mi preparo ancora una volta a combattere i
miei ritmi circadiani, lasciandomi alle spal-le il cronotipo che mi spinge ad andare a
letto leggermente tardi per entrare nel re-gno dei veri uccelli notturni che stanno sve-gli ino alle sei di mattina e si alzano dopo
mezzogiorno. Per circa sei giorni cercherò
di non lasciare che il mio ritmo sonno-ve-glia si adatti al giorno solare. Ma ora ho più
rispetto per i miei ritmi circadiani, che sono
molto personali e funzionano indipenden-temente da dove sorge la nostra stella. Den-tro di me c’è un orologio che batte come un
secondo cuore invisibile, e ho deciso di pre-stare più attenzione a quel battito. u bt
La luce è la cosa più
importante per
scandire il nostro
tempo, il principale
sistema di regolazione
del nostro orologio
interno
Alec Baldwin
Cate Blanchett
Louis C.K.
Bobby Canna
oche cose scatenano l’ango-scioso senso di colpa che
provo ogni volta che mi sve-glio alle tre del pomeriggio.
Appena leggo l’ora sul cel-lulare provo un brivido di
vergogna, come se mi ricordassi di aver be-vuto un bicchiere di troppo la sera prima.
Ho sprecato tempo e ho dimostrato ai miei
simili quanto sono pigra. Potrei anche tirar-mi di nuovo il lenzuolo sulla testa e ingere
che la giornata non sia mai cominciata.
Da qualche tempo conosco in troppo
bene questa sensazione. Spesso non sento
la sveglia e continuo a dormire, ino a po-meriggio inoltrato. E non (solo) perché sono
una giornalista pigra. Mi sto sottoponendo
a un esperimento molto poco scientifico
che consiste nel dissociare i miei ritmi cir-cadiani dal normale ciclo notte-giorno.
All’inizio di quest’anno ho lasciato il mio
posto isso di redattrice per viaggiare e lavo-rare come freelance. Il mio compagno col-labora con un sito di notizie che gli consente
di passare lunghi periodi lontano dall’ui-cio. Ci siamo resi conto che potevamo vive-re dovunque – purché rimanessimo entro il
fuso orario della costa orientale degli Stati
Uniti – così abbiamo annullato il contratto
d’aitto della nostra casa, messo i mobili in
un deposito e cominciato a prenotare voli.
Avremmo dovuto alzarci alle 7 di matti-na e andare a letto a mezzanotte Eastern
standard time (Est), con un po’ più di lessi-bilità durante il weekend. Questo signiica-va che potevamo esplorare l’Europa occi- dentale, alcune parti del Nordafrica, il Su-damerica e l’America Centrale (l’Asia e tutto
l’oriente erano fuori questione, perché sarei
diventata praticamente un vampiro). Chi
non avrebbe sopportato il piccolo fastidio di
un cambio di ritmi per avere la possibilità di
vedere tante cose?
E così abbiamo cominciato a viaggiare.
Ci siamo fermati a Lisbona (Est + 5 ore) per
un mese: mi svegliavo a mezzogiorno e
scendevo come uno zombie a prendere il
cafè. Su una spiaggia del Paciico nordocci-dentale (-3), mi alzavo prima dell’alba, e a
Parigi (+ 6) mi lavavo i denti alle sei di mat-tina, non per mettermi a lavorare ma per
andare a letto. Quando siamo tornati a New
York (0) per qualche settimana, ho ripreso i
normali ritmi sociali. Tra poco partirò per
Barcellona (+ 6) e poi per Buenos Aires (+
1). L’esperienza che sto vivendo si chiama
discronia circadiana, in pratica sono indi-pendente dal giorno solare.
La battaglia del jet lag
Quando sono partita per il mio primo viag-gio sapevo poco dei ritmi circadiani e del
sonno in generale. Nel 1729 l’astronomo
francese Jean-Jacques Dortous de Mairan
fu uno dei primi scienziati a osservare que-sti cicli biologici. Mentre scriveva si accorse
che la sua mimosa ripiegava le foglie per la
notte e decise di veriicare se la pianta aveva
un orologio interno tenendola nell’oscurità.
Nel suo libro Internal time Till Roenneberg,
docente di cronobiologia a Monaco di Ba-viera e presidente della Federazione mon diale delle società di cronobiologia, descri-ve il risultato di quell’esperimento. Anche
se privata della luce naturale, “evidente-mente la pianta ‘conosceva’ la posizione del
Sole e ‘sapeva’ quando era giorno e quando
era notte. Ogni mattina, poco prima dell’al-ba, le sue foglie si aprivano, e ogni sera, po-co prima che il Sole tramontasse, si ripiega-vano di nuovo”. I suoi cicli interni erano in-dipendenti dal mondo esterno. Ma fu solo
negli anni cinquanta del novecento che
Franz Halberg, uno dei fondatori della cro-nobiologia – lo studio di questi cicli – intro-dusse il termine “circadiani” per deinire i
ritmi biologici interni. Nello stesso periodo
fu scoperto il sonno rem, si cominciò a com-prendere meglio la natura del sonno stesso
– che non è un blocco unico ma è costituito
da una serie di fasi –, si arrivò a una deini-zione dell’apnea notturna e si scoprirono le
proprietà della melatonina. Fu un periodo
molto attivo per il sonno.Dormiamo per circa un terzo della no-stra esistenza. Nonostante il ruolo fonda-mentale che il sonno svolge nella nostra vi-ta, non avevo pensato che modiicare ogni
poche settimane il mio ritmo sonno-veglia
rispetto al giorno solare avrebbe potuto
avere delle conseguenze.
Quando sono arrivata a Lisbona con gli
occhi rossi per la stanchezza dopo il volo da
New York, sono uscita dall’aeroporto sul
piazzale assolato. Sulla costa orientale degli
Stati Uniti erano le 3.20 del mattino, lì erano
le 8.20. Quando i miei occhi hanno visto il
Sole, il mio cervello ha deciso che doveva
ancora essere il giorno prima. Da quel mo-mento tra me e il mio corpo è cominciata
una silenziosa battaglia per stabilire quali
dovessero essere le normali ore di sonno.
Sapendo di dover rimanere sveglia ino alle
5 del mattino locali, cercai di fare un pisoli-no, ma il mio corpo opponeva resistenza,
sostenendo che dovevo aspettare ino al po-meriggio. La camera da letto aveva una por-tafinestra coperta da tende leggerissime
che ondeggiavano al vento e lasciavano ar-rivare fasci di luce sul letto. Di solito chi
viaggia conosce i sintomi del jet lag e cerca
di adattarsi ai nuovi orari prima possibile. Io
invece avevo sperato che il jet lag mi avreb-be aiutato a non adattarmi a ogni nuova al-ternanza tra luce e buio. Ma quella stanza
illuminata la pensava diversamente.
Il termine jet lag fu coniato intorno al
1966. Fino a quel momento i lenti viaggi in
nave attraverso l’Atlantico o le cavalcate at-traverso l’Asia avevano permesso agli esse-ri umani di adattarsi gradualmente al nuovo
ambiente (l’orologio interno può spostarsi
all’incirca di un’ora al giorno). Le indicazio-ni che il nostro orologio interno raccoglie
dall’ambiente esterno in tedesco si chiama-no zeitgeber (segnali del tempo). Sono fatto-ri come la temperatura e, soprattutto, la lu-ce: per i primi esseri umani il segnale più importante per stabilire quando potevano
andare a caccia e quando dovevano metter-si al riparo veniva dal Sole. A questi si ag-giungono segnali interni, elaborati da una
regione del cervello chiamata nucleo supra-chiasmatico, o Scn. È quel mucchietto di
materia grigia a controllare i ritmi circadia-ni. Lo fa in parte agendo sulla ghiandola
pineale per indurla a produrre l’ormone ip-noinducente detto melatonina, che in alcu-ne parti del mondo si può anche comprare
in farmacia senza ricetta.
Dissociati
Di solito viviamo in base a un ciclo di 24 ore
collegato alla luce del giorno. Ma alcuni
esperimenti sul sonno hanno rivelato che,
quando siamo privati di qualsiasi indicazio-ne esterna come la luce solare e gli orologi,
quasi tutti passiamo a un ciclo libero di 25
ore, perché gli zeitgeber ci spostano legger-mente in avanti rispetto al nostro tempo
interno. Uno dei primi esperimenti in que-sto campo fu condotto dallo scienziato te-desco Jürgen Aschof e dal suo collega Rüt-ger Wever, che all’epoca lavoravano a Prin-ceton. Fecero costruire due bunker in Ba-viera dai quali erano stati eliminati tutti i
segni del tempo esterno. Non avevano ine-stre, erano isolati acusticamente e perino
progettati per non risentire dei cambiamen-ti del campo elettromagnetico. I soggetti
che si trovavano al loro interno erano accu-ratamente monitorati, sia dal punto di vista
mentale sia da quello isico (perino tramite
una sonda rettale attaccata con un lungo
tubo a un’apertura sul muro). Come aveva-no previsto, nel corso di tre settimane la
maggior parte delle persone si stabilizzò su
un ciclo leggermente più lungo di 24 ore,
dormendo circa un terzo del tempo. Come
le mimose di Mairan, pur non vedendo il
Sole gli esseri umani seguivano i loro ritmi
naturali.
Il vero orologio è dentro di noi. I segnali
esterni lo sincronizzano con il mondo, im-pedendoci di slittare ogni giorno in avanti
rispetto al ciclo solare. È proprio a causa di
questo tempo interno che sperimentiamo il
jet lag. “Qualunque ora sia per il suo orolo-gio interno”, scrivevano nel 2007 gli autori
di un articolo sul jet lag pubblicato sulla rivi-sta medica The Lancet, “il nostro corpo si
deve adattare al giorno solare”. È per que-sto che i medici chiamano il jet lag disincro-nosi. Chi viaggia è temporaneamente dis-sociato dal mondo che lo circonda.
Quel primo giorno, a Lisbona, alla ine
ho ceduto a un sonno leggero. Da quel mo-mento il mio corpo ha opposto sempre più
resistenza con il passare dei giorni, sve gliandomi appena la luce del giorno comin-ciava a iltrare attraverso le tende, indipen-dentemente da quanto avevo dormito.
All’inizio il jet lag mi ha aiutato a rimanere
ancorata all’ora della costa est degli Stati
Uniti (mi alzavo a mezzogiorno e andavo a
letto all’alba), ma poi non ha più funzionato
perché i miei ritmi circadiani facevano di
tutto per adattarsi al ciclo solare. Mi sentivo
stanchissima a strane ore del giorno, e qua-si sempre dovevo dormire un po’ intorno
alle 11 di sera. La mattina (che a Lisbona era
pomeriggio) ero disorientata e nervosa. Era
diicile programmare i pasti e spesso li sal-tavamo, accontentandoci di fare uno spun-tino con un cafè quando non ci andava di
mangiare a mezzanotte. Ho cominciato a
ingrassare e ho dovuto prendere un leggero
antidepressivo. E comunque, mi svegliavo
un po’ prima ogni mattina e avevo sonno un
po’ prima ogni sera.
La doccia entro mezzogiorno
Per un adulto non è facile dormire in dopo
mezzogiorno. Il nostro ciclo circadiano in-vecchia con noi. Da bambini ci svegliamo
presto, da adolescenti non andremmo mai
a letto e da adulti ci attestiamo su una via di
mezzo. Naturalmente, all’interno di questa
tendenza generale esistono molte varianti
personali. I cronobiologi chiamano crono-tipi gli orologi genetici interni che spingono
certe persone ad alzarsi presto e altre a stare
alzate ino a tardi.
A New York di solito mi svegliavo verso
le 8.30 di mattina. Adesso gli orari irregolari
mi impediscono di accorgermi dei piccoli
cambiamenti del mio ciclo sonno-veglia. A
Parigi (+ 6) ho cercato di alzarmi presto co-me ero abituata a fare negli Stati Uniti, ma
concetti come presto e tardi diventano piut-tosto confusi quando presto signiica riusci-re a fare la doccia entro mezzogiorno.
Prima che arrivassero i viaggi aerei e lo
spiazzamento temporale che li accompa-gna, gli esseri umani si sono staccati per la
prima volta dai loro ritmi naturali quando è
stata inventata la luce elettrica. La sua dif-fusione ha reso possibili anche i turni di la-voro notturni. Praticamente è quello che
faccio in Europa. Accendo tutte le luci
dell’appartamento dove abito, mi metto al
computer e cerco di convincere il mio cer-vello che è spuntato il Sole. Come mi ha det-to Steven Scharf, un esperto di sonno
dell’università del Maryland, alcuni se la
cavano meglio di altri in queste situazioni
innaturali. Per ridurre al minimo il disagio
dei turni di notte, mi ha suggerito di usare
tende molto pesanti per non far entrare la
luce del giorno e di indossare occhiali con le
lenti gialle di sera, per contrastare l’esposi-zione alla luce azzurra. “Se veramente non
vuole rinunciare all’ora della costa orienta-le, cosa che non le consiglierei di fare, oltre
a rispettare i suoi ritmi di sonno e veglia de-ve anche evitare la luce”, mi ha detto. Non
sarebbe un cattivo consiglio, però non pos-so accettarlo. La ragion d’essere di tutto
questo esperimento sono proprio le poche
ore che riusciamo a strappare prima del
clou della giornata lavorativa sulla costa
orientale, per correre a fare i turisti o andare
a pranzo fuori appena alzati. Se restassi a
casa dietro quelle tende pesanti, tutta la fa-tica che stiamo facendo non sarebbe più
giustiicata.
La luce è la cosa più importante per
scandire il nostro tempo, il principale siste-ma di regolazione del nostro orologio in-terno. Quindi non c’è da sorprendersi se
l’introduzione del nostro Sole personale
ha comportato tante conseguenze. Solo un
paio di anni fa i neurologi della Thomas
Jefferson university di Filadelfia si sono
resi conto che la luce azzurra che mi aveva-no consigliato di evitare inluisce notevol-mente sui ritmi circadiani. In occasione di
uno studio del 2001 diretto da Christian
Cajochem, un cronobiologo dell’universi-tà svizzera di Basilea, i ricercatori hanno
chiesto a 13 uomini di issare lo schermo di
un computer per cinque ore a notte. Per
una settimana hanno guardato schermi
luorescenti, che emettono luce di tutti i
colori; per un’altra settimana hanno avuto
davanti schermi a led, la cui luce è molto
più azzurra. Gli studiosi hanno riscontrato
“enormi diferenze” tra le due situazioni:
quando i soggetti guardavano gli schermi
azzurri nel corso della notte mostravano
un abbassamento dei livelli di melatonina.
Il nostro corpo, creato per la luce solare,
adesso assorbe la luce azzurra di innume-revoli schermi che modiica leggermente il
nostro orologio interno e ci spinge a rima-nere alzati un po’ di più ritardando il rila-scio della melatonina che ci farebbe addor-mentare.
Vita da nomade
Qualche settimana fa mi sono ammalata
più seriamente di quanto mi fosse mai ac-caduto da adulta e alla ine sono stata co-stretta a sottopormi a un’operazione chi-rurgica. I medici che mi curavano non riu-scivano a capire perché mi fossi ammalata
così all’improvviso. Non credo che siano
state le mie strane ore di sonno a farmi ini-re in ospedale, ma questo mi ha spinto a ri-lettere sulla mia battaglia contro i ritmi
circadiani. Prima della malattia pensavo
che valesse la pena di fare quell’esperienza
nonostante il disagio, anche se non riusci-vo a vedere molto dei posti che visitavo.
Sono convinta che la capacità di andare
contro la nostra natura sia uno dei tratti che
rendono unici gli esseri umani.
Ma ora mi chiedo se non sono stata
troppo arrogante a voler ignorare il mio
orologio interno. La malattia ci fa capire
quanto la nostra coscienza superiore di-penda dal corpo. Da uno studio commis-sionato dall’Organizzazione mondiale
della sanità e pubblicato su The Lancet nel
2007 è emerso che qualsiasi sconvolgi-mento dei ritmi circadiani, come quello
provocato dai turni di lavoro, è probabil-mente cancerogeno, e una ricerca condot-ta nel 2013 da Paolo Sassone-Corsi e dai
suoi colleghi dell’università della Califor-nia a Irvine ha dimostrato che i ritmi circa-diani controllano la reazione del corpo ad
agenti patogeni come la salmonella. Men-tre ero in ospedale mi sono chiesta quali
forze avevo sfidato giocando con il mio
orologio interno.
Questa vita da nomade mi piace ancora.
Mentre faccio le valige per Barcellona (+ 6)
mi preparo ancora una volta a combattere i
miei ritmi circadiani, lasciandomi alle spal-le il cronotipo che mi spinge ad andare a
letto leggermente tardi per entrare nel re-gno dei veri uccelli notturni che stanno sve-gli ino alle sei di mattina e si alzano dopo
mezzogiorno. Per circa sei giorni cercherò
di non lasciare che il mio ritmo sonno-ve-glia si adatti al giorno solare. Ma ora ho più
rispetto per i miei ritmi circadiani, che sono
molto personali e funzionano indipenden-temente da dove sorge la nostra stella. Den-tro di me c’è un orologio che batte come un
secondo cuore invisibile, e ho deciso di pre-stare più attenzione a quel battito. u bt
La luce è la cosa più
importante per
scandire il nostro
tempo, il principale
sistema di regolazione
del nostro orologio
interno
Alec Baldwin
Cate Blanchett
Louis C.K.
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1028 - I marchi dell’ingiustizia Jason Motlagh, The Nation, Stati Uniti Foto di Munem Wasif Sette mesi dopo il crollo del Rana Plaza, in cui sono morti più di mille operai, la sicurezza nelle fabbriche di abbigliamento rimane scarsa, gli incidenti continuano e le famiglie delle vittime aspettano i risarcimenti
no straniero non viene
mai lasciato solo davan-ti alle rovine del Rana
Plaza. In una rovente
mattina di agosto, un
gruppo di persone addo-lorate mi circonda con fasci di documenti e
fotograie facendo a gara per conquistare la
mia attenzione. Cercano disperatamente
un qualche riconoscimento per la iglia, il
iglio, la moglie o il marito che hanno perso
quando, il 24 aprile 2013, gli otto piani
dell’ediicio che ospitava diversi laboratori
tessili sono crollati uccidendo più di 1.100
persone. Mentre la calca intorno a me au-menta, le lebili richieste diventano riven-dicazioni a piena voce, e ben presto mi ri-trovo schiacciato contro il recinto di ilo
spinato davanti alla zona del disastro, oggi
una pozza d’acqua scura. L’unica via d’usci-ta è appuntarmi il nome e il numero di tele-fono di ciascuno di loro, con la vaga pro- messa di fare qualcosa.
Una donna, Rashida Begum, si tiene a
distanza. Ha un sari arancione e stringe al
petto una foto plastiicata. “Mia iglia”, dice
quando mi avvicino. Si chiamava Nasima,
aveva sedici anni e guadagnava 110 dollari
al mese cucendo pantaloni per la New Wa-ve Bottoms. Il giorno prima della tragedia,
Nasima e i suoi compagni erano stati man-dati a casa presto perché sulle pareti erano
comparse delle enormi crepe. La madre
racconta che Nasima era così spaventata
che non riuscì a mangiare, ma siccome era
lei a mantenere la famiglia, quando i capi le
ordinarono di tornare al lavoro non ha avu-to scelta. Non voleva perdere il posto.
Adesso Rashida ha un disperato biso-gno di aiuto economico, e torna sul luogo
dell’incidente con la speranza di trovare
qualcuno che possa darle delle risposte.
Certi giorni prende un pullman da Savar,
dove vive e dove si trovava il Rana Plaza,
ino a Dhaka e si unisce ai manifestanti che
chiedono un risarcimento davanti agli ui-ci dell’Associazione degli esportatori mani-fatturieri del Bangladesh (Bgmea), la po-tente associazione di categoria che rappre-senta un’industria da 20 miliardi di dollari
all’anno. Uno striscione nero recita: “Non
vi dimenticheremo”. Ma Rashida ha ben
poche speranze di essere risarcita. Il corpo
di Nasima non è stato recuperato intatto,
perciò non ha modo di dimostrare che sua
iglia era tra le vittime. E così torna a casa a
mani vuote.
Ho incontrato diverse volte Rashida
nelle settimane successive, sempre con gli
stessi vestiti sgualciti e lo stesso sguardo
vuoto, con la foto della iglia sul petto. La
sua presenza mi sembra il simbolo dell’in-capacità delle autorità e delle aziende stra-niere di afrontare adeguatamente l’inci-dente più terribile nella storia dell’industria
dell’abbigliamento. A distanza di cinque
mesi, tutte le promesse di migliorare la si-curezza delle fabbriche e prendere provve-dimenti contro i subappalti illegali riman-gono frustrate dalla scarsità di risorse e
dalla quasi totale mancanza di coordina-mento tra le parti. Il risarcimento ricono-sciuto alle vittime varia da poco a niente.
Secondo l’Istituto bangladese di studi sul
lavoro, nessuna delle quattromila famiglie
colpite dalla tragedia ha ricevuto l’intera
cifra promessa dal governo e dalla Bgmea.
Alcune decine di invalidi hanno ricevuto in
pompa magna dei sussidi da un fondo ad
hoc gestito dalla prima ministra, ma ormai
il denaro è quasi completamente esaurito.
Malgrado le generose assicurazioni, le
famiglie delle vittime inora hanno ricevu-to appena 1.250 dollari dal fondo di aiuto
d’emergenza creato dal governo, una som-ma misera per una vita umana “persino per
i bassi standard del Bangladesh”, dice Sara
Hossain, un avvocato che lavora per le vit-time. Le famiglie potrebbero ottenere di
più da un tribunale speciale se il governo si
decidesse a crearlo. Ma il potere dell’indu-stria tessile è troppo forte.
All’estero l’indiferenza dimostrata dal-le aziende di abbigliamento della grande
distribuzione non è meno sconvolgente. A
Ginevra, nel settembre scorso, ventinove
imprese erano state invitate a una confe-renza che mirava a raggiungere un accordo
sul risarcimento per il disastro del Rana
Plaza – e per le vittime di un incendio scop-piato a novembre 2012 in una fabbrica della
Tazreen Fashions dove hanno perso la vita
117 persone – ma se ne sono presentate so-lo nove. Tra quelle che non hanno parteci-pato spiccano le statunitensi Walmart e
Sears che, com’è risultato in seguito, si ser-vivano anche della fabbrica di Tazreen
Fashions (Walmart, uno dei più grandi ac-quirenti delle fabbriche bangladesi, si è ri-iutata di pagare le vittime e le loro famiglie
sostenendo che gli ordini erano stati subap-paltati a sua insaputa). Solo un’azienda che
usava un fornitore del Rana Plaza, la catena
irlandese a basso costo Primark, ha accet-tato di fornire aiuti per un periodo di sei
mesi Subito dopo il crollo del Rana Plaza
c’erano stati segnali incoraggianti. Decine
di afermate aziende europee e statuniten-si avevano firmato accordi separati che
prevedevano ampie ristrutturazioni, eser-citazioni antincendio, la pubblicazione dei
rapporti degli ispettori della sicurezza e il
divieto del subappalto. Anche se gli impe-gni presi dal gruppo, prevalentemente sta-tunitense, non erano vincolanti e non la-sciavano spazio e signiicative possibilità
legali ai lavoratori per organizzarsi, gli atti-visti dei diritti dei lavoratori inizialmente
hanno deinito questi accordi una “svolta”
per milioni di operai bangladesi.
Tutto come prima
Sono venuto per la prima volta in Bangla-desh a febbraio per scoprire se e cosa era
cambiato dopo l’incendio alla Tazreen. Il
numero di morti era stato così alto e la co-pertura dei mezzi d’informazione così
grande che la tragedia aveva spinto molti a
giurare “mai più”. Ma al mio arrivo ho sco-perto che tutto continuava come al solito. Il
padrone della Tazreen, Delwar Hossain,
era ancora a piede libero (anche se in segui-to gli è stato vietato di lasciare il paese). E,
secondo i dati raccolti dal Solidarity center,
un’organizzazione non proit ailiata alla
più grande confederazione sindacale degli
Stati Uniti, ogni settimana scoppiavano in
media due o tre incendi, in alcuni casi mor-tali. In una fabbrica in subappalto costruita
sopra un forno alla periferia della città ho
visto di persona le conseguenze di un rogo.
Il pavimento era disseminato di macchine
da cucire e indumenti carbonizzati. A setti-mane di distanza dall’incendio nessuno si
era preoccupato di far sparire le etichette
dei vari marchi e i moduli degli ordini o di
cancellare le manate che macchiavano le
pareti ino a una porta chiusa dove otto per-sone erano morte nella calca.
Quando sono tornato a Dhaka
quest’estate immaginavo che le autorità e
gli acquirenti stranieri sarebbero stati pron-ti a pubblicizzare i loro sforzi per mantene-re le promesse e migliorare le condizioni di
sicurezza. Sbagliavo. Ho passato un mese
cercando di ottenere un permesso per ac-compagnare l’ispezione ufficiale di una
fabbrica. I vigili del fuoco, le autorità per lo
sviluppo civile e gli ingegneri strutturali
dell’università di Dhaka si sono tutti riiu-tati di darmi il permesso. L’unica soluzione
è stata quella di contattare un giornalista
bangladese che è riuscito a procurarsi il
permesso di unirsi a un rapido controllo di
conformità e ha accettato di condividere i
suoi appunti con me. Quando mi ha riferito quello che aveva visto, ho capito perché mi
avevano lasciato fuori.
La struttura che aveva visitato, la fab-brica di abbigliamento Al Muslim, si trova
a pochi minuti di auto dal Rana Plaza. È un
impianto “di prima linea” dove c’è un pro-duttore che lavora con noti marchi stranie-ri. Il suo cancello di ferro battuto espone un
cartello con la scritta: “No al lavoro minori-le”. All’interno, gli ispettori statali hanno
veriicato che le uscite d’emergenza erano
insuicienti, proprio il genere di violazione
che comporta la chiusura immediata. Ma
in base alla legge del Bangladesh non han-no un mandato esecutivo quando queste
violazioni vengono individuate, possono
solo formulare raccomandazioni. Alla ine
la valutazione della fabbrica per la sicurez-za antincendio è stata 12 su 26: abbastanza
per una promozione.
Il vicepresidente della Bgmea, Raez
Bin Mahmood, ammette che in un paese
caotico e a corto di liquidi come il Bangla-desh, le ispezioni sono “un processo molto
approssimativo”. La Bgmea ha solo dieci
ispettori, il corpo dei vigili del fuoco ne ha
ottanta, ma dice che gliene servono dieci
volte tanti. Le squadre formate da ingegne-ri hanno attrezzature insuicienti e il mini-stero del lavoro sta cercando di trovare e
formare altri duecento ispettori nei prossi-mi mesi. Nel frattempo continua a mancare
un organismo di coordinamento centrale
che registri l’attività delle varie agenzie. I
fabbricanti lamentano che certi impianti
sono stati ispezionati più volte mentre altri
vengono ignorati.
Uicialmente in Bangladesh ci sono cir-ca 2.500 fabbriche che producono per
l’esportazione, anche se molti mezzi d’in-formazione raddoppiano la cifra. Un grup-po di più di 80 distributori prevalentemen-te europei calcola che ci vorranno cinque
anni per portare a termine le ispezioni e di-chiarare sicure le mille fabbriche da cui si
riforniscono. I membri della North ameri-can alliance dicono che iniranno di esami-nare 500 fabbriche entro l’estate del 2014.
Il ministero del lavoro si è impegnato a con-trollarne altre duemila non coperte da nes-suno dei due accordi, d’intesa con la
Bgmea, che dichiara di aver già chiuso ven -ti fabbriche a rischio.
Ma perfino il grattacielo che ospita il
quartier generale dell’organizzazione, una
torre di vetro azzurro circondata dall’ac-qua, getta un’ombra sul suo impegno. Nel
2011 l’alta corte del Bangladesh ha decreta-to che il terreno su cui sorge era stato otte-nuto illegalmente e che il palazzo era stato
costruito senza le necessarie autorizzazio-ni, a danno di un sistema di drenaggio na-turale che attraversa il centro della città. La
corte ha deinito l’ediicio “una frode di di-mensioni colossali”, e ha ordinato che ve-nisse distrutto entro novanta giorni. Eppu re due anni dopo la torre è ancora in piedi,
anche se con qualche inestra rotta.
A giugno gli Stati Uniti hanno fatto in-nervosire il mondo degli afari del Bangla-desh tagliando tutte le agevolazioni com-merciali. L’accesso senza dazi al mercato
statunitense è stato sospeso. L’industria
dell’abbigliamento in realtà non aveva mai
avuto diritto a queste agevolazioni iscali,
ma la decisione ha fatto seguito a un severo
monito dell’Unione europea, che acquista
circa il 60 per cento delle esportazioni del
paese. Con miliardi di dollari in gioco, alcu-ni proprietari preferirebbero gestire la que-stione della sicurezza direttamente invece
di aidarsi alle ineicienti agenzie pubbli-che. Un industriale che è tra i dieci maggio-ri esportatori del Bangladesh mi ha riferito
che “gli ispettori vogliono solo vedere le li-cenze e tralasciano i dettagli”. Come altri
con cui ho parlato, non ha voluto che rive-lassi il suo nome per paura di mettere a re-pentaglio la sua posizione con i clienti stra-nieri.
Un altro industriale importante mi ha
raccontato che quando aveva chiesto le
carte del progetto di una vecchia fabbrica,
il precedente proprietario si era riiutato di
dargliele: “Ho immaginato che ci fosse
qualcosa da nascondere: cemento scaden-te, una struttura fragile. Almeno tre quarti
degli ediici di questo paese non sono a nor-ma”, aggiunge, “costruiti da gente che non
aveva le competenze per farlo”. Corrompe-re gli ispettori statali perché chiudessero
un occhio non era un problema, ha detto,
osservando che il Rana Plaza aveva supera-to quattordici volte le ispezioni prima di
crollare. Così ha contattato un ingegnere
libero professionista per fare un’analisi
strutturale e altri test accurati e poi ha chiu-so la fabbrica ino al completamento di una
costosa ristrutturazione. “Non prendiamo
questi provvedimenti per accontentare gli
acquirenti”, spiega. “Lo facciamo per noi
stessi”, per evitare incidenti ancora più co-stosi.
Alcuni proprietari sostengono che per-ino i revisori indipendenti inviati dai gran-di marchi prendono mazzette. E anche
quando hanno un comportamento corretto
si limitano a controllare le grandi fabbri-che. Un industriale con tanto di certiicati
rilasciati da H&M, la seconda azienda di
abbigliamento che produce in Bangladesh,
che attestano eccellenti standard di sicu-rezza, ammette che quando gli fanno pres-sione perché evada gli ordini in meno tem-po è costretto a esternalizzare alcune fasi
della produzione. “Ci sono così tante incer-tezze – scioperi, ritardi nelle spedizioni,
vacanze, funzionari corrotti nei porti – che
il subappalto non sarà mai eliminato
dall’industria tessile del Bangladesh”, spie-ga l’industriale. “Le grandi aziende lo san-no”, aggiunge, ma “fanno inta di niente”.
La verità è che nessuno sa davvero
quante fabbriche di abbigliamento ci siano
in Bangladesh. Ci sono i giganti delle espor-tazioni visibili dalle strade principali, e poi
altre migliaia di piccoli laboratori diretta-mente o indirettamente coinvolti nell’in-dustria, per cucire chiusure lampo o taglia-re ili. Questi piccoli laboratori di solito si
trovano agli ultimi piani di ediici tetri con
sbarre alle inestre, ventilatori al soitto e
pessima illuminazione. Molti altri sono
completamente invisibili e non hanno nep-pure un’insegna sulla porta. Sono pagati in
nero, hanno dipendenti disposti
a lavorare ore e ore per una mise-ria e restano fuori dal raggio delle
ispezioni. Per preservare i loro
esigui margini di proitto, i pro-prietari risparmiano sulla sicu-rezza, spesso con la protezione di funzio-nari che partecipano agli afari. Se dovesse
scoppiare un incendio o cedere un pavi-mento, possono consolarsi pensando che
in più di vent’anni nessuno è mai stato per-seguito legalmente per la morte dei lavora-tori. E intanto le aziende straniere possono
afermare di essere all’oscuro delle viola-zioni delle norme di sicurezza.
La notte dell’8 ottobre 2013 è scoppiato
un incendio in una fabbrica di abbiglia-mento fuori Dhaka e dieci operai sono ri-masti uccisi. I documenti di spedizione le-gavano la fabbrica a una serie di noti mar-chi occidentali, tra cui alcuni che avevano
avuto rapporti con il Rana Plaza. Le loro
reazioni erano le solite: Loblaw, il proprie-tario canadese dell’etichetta Joe Fresh, ha
negato di aver fatto ordinazioni, sostenen-do di aver aperto un’indagine per accertare
eventuali responsabilità dei subappaltato-ri. Primark ha dichiarato di aver smesso di
utilizzare la fabbrica diversi mesi prima, e
lo stesso ha detto Hudson’s Bay. Un porta-voce di Walmart ha riferito che l’azienda
non aveva “una diretta relazione contrat-tuale” con la fabbrica.
L’ultimo incendio è scoppiato subito
dopo le manifestazioni di settembre in cui
i lavoratori chiedevano un aumento del sa-lario minimo da 38 a cento dollari al mese.
Con il moltiplicarsi delle prote-ste a Savar e nella cittadina di
Gazipur, il cuore dell’industria
tessile, ci sono stati blocchi stra-dali e molte automobili sono sta-te distrutte, costringendo più di
cento fabbriche a chiudere. Ci sono voluti
giorni – oltre ai lacrimogeni e ai proiettili di
gomma della polizia – per far rientrare la
rivolta.
L’ultima volta che l’ho vista, Rashida
Begum stava aspettando con il marito
Azad nell’atrio di un laboratorio per le ana-lisi del dna nel campus dell’università di
Dhaka. Dalle ossa e dai denti dei corpi si-gurati e irriconoscibili estratti dalle rovine
del Rana Plaza erano stati prelevati più di
300 campioni. Dopo tutti quei mesi dove-vano essere inalmente pubblicati i risulta-ti delle analisi, ma Rashida era sempre più
scoraggiata. Azad, che non ha i soldi per
aprire un piccolo chiosco di tè per mante-nere la famiglia, era distrutto. Un test posi-tivo gli avrebbe garantito il diritto all’in-dennizzo iniziale di 1.250 euro, abbastanza
per arrivare alla ine dell’anno. Un risultato
negativo signiicava niente soldi.
Ma come spesso succede in Bangla-desh, il laboratorio non aveva rispettato i
tempi e i risultati non erano ancora pronti.
Un tecnico ha detto alla coppia che biso-gnava aspettare almeno qualche altra set-timana prima che i giornali pubblicassero
l’elenco deinitivo. Quando Rashida non
ne poteva più, il tecnico ha aggiunto che il
numero delle richieste superava sensibil-mente il quantitativo dei campioni da ana-lizzare, perciò molti parenti sarebbero ri-masti delusi. Ma Rashida era già rassegna-ta: “Non c’è niente per i parenti degli
scomparsi”, ha detto infilandosi sotto il
braccio la foto di Nasima per afrontare il
lungo viaggio di ritorno ino a Savar. u gc
mai lasciato solo davan-ti alle rovine del Rana
Plaza. In una rovente
mattina di agosto, un
gruppo di persone addo-lorate mi circonda con fasci di documenti e
fotograie facendo a gara per conquistare la
mia attenzione. Cercano disperatamente
un qualche riconoscimento per la iglia, il
iglio, la moglie o il marito che hanno perso
quando, il 24 aprile 2013, gli otto piani
dell’ediicio che ospitava diversi laboratori
tessili sono crollati uccidendo più di 1.100
persone. Mentre la calca intorno a me au-menta, le lebili richieste diventano riven-dicazioni a piena voce, e ben presto mi ri-trovo schiacciato contro il recinto di ilo
spinato davanti alla zona del disastro, oggi
una pozza d’acqua scura. L’unica via d’usci-ta è appuntarmi il nome e il numero di tele-fono di ciascuno di loro, con la vaga pro- messa di fare qualcosa.
Una donna, Rashida Begum, si tiene a
distanza. Ha un sari arancione e stringe al
petto una foto plastiicata. “Mia iglia”, dice
quando mi avvicino. Si chiamava Nasima,
aveva sedici anni e guadagnava 110 dollari
al mese cucendo pantaloni per la New Wa-ve Bottoms. Il giorno prima della tragedia,
Nasima e i suoi compagni erano stati man-dati a casa presto perché sulle pareti erano
comparse delle enormi crepe. La madre
racconta che Nasima era così spaventata
che non riuscì a mangiare, ma siccome era
lei a mantenere la famiglia, quando i capi le
ordinarono di tornare al lavoro non ha avu-to scelta. Non voleva perdere il posto.
Adesso Rashida ha un disperato biso-gno di aiuto economico, e torna sul luogo
dell’incidente con la speranza di trovare
qualcuno che possa darle delle risposte.
Certi giorni prende un pullman da Savar,
dove vive e dove si trovava il Rana Plaza,
ino a Dhaka e si unisce ai manifestanti che
chiedono un risarcimento davanti agli ui-ci dell’Associazione degli esportatori mani-fatturieri del Bangladesh (Bgmea), la po-tente associazione di categoria che rappre-senta un’industria da 20 miliardi di dollari
all’anno. Uno striscione nero recita: “Non
vi dimenticheremo”. Ma Rashida ha ben
poche speranze di essere risarcita. Il corpo
di Nasima non è stato recuperato intatto,
perciò non ha modo di dimostrare che sua
iglia era tra le vittime. E così torna a casa a
mani vuote.
Ho incontrato diverse volte Rashida
nelle settimane successive, sempre con gli
stessi vestiti sgualciti e lo stesso sguardo
vuoto, con la foto della iglia sul petto. La
sua presenza mi sembra il simbolo dell’in-capacità delle autorità e delle aziende stra-niere di afrontare adeguatamente l’inci-dente più terribile nella storia dell’industria
dell’abbigliamento. A distanza di cinque
mesi, tutte le promesse di migliorare la si-curezza delle fabbriche e prendere provve-dimenti contro i subappalti illegali riman-gono frustrate dalla scarsità di risorse e
dalla quasi totale mancanza di coordina-mento tra le parti. Il risarcimento ricono-sciuto alle vittime varia da poco a niente.
Secondo l’Istituto bangladese di studi sul
lavoro, nessuna delle quattromila famiglie
colpite dalla tragedia ha ricevuto l’intera
cifra promessa dal governo e dalla Bgmea.
Alcune decine di invalidi hanno ricevuto in
pompa magna dei sussidi da un fondo ad
hoc gestito dalla prima ministra, ma ormai
il denaro è quasi completamente esaurito.
Malgrado le generose assicurazioni, le
famiglie delle vittime inora hanno ricevu-to appena 1.250 dollari dal fondo di aiuto
d’emergenza creato dal governo, una som-ma misera per una vita umana “persino per
i bassi standard del Bangladesh”, dice Sara
Hossain, un avvocato che lavora per le vit-time. Le famiglie potrebbero ottenere di
più da un tribunale speciale se il governo si
decidesse a crearlo. Ma il potere dell’indu-stria tessile è troppo forte.
All’estero l’indiferenza dimostrata dal-le aziende di abbigliamento della grande
distribuzione non è meno sconvolgente. A
Ginevra, nel settembre scorso, ventinove
imprese erano state invitate a una confe-renza che mirava a raggiungere un accordo
sul risarcimento per il disastro del Rana
Plaza – e per le vittime di un incendio scop-piato a novembre 2012 in una fabbrica della
Tazreen Fashions dove hanno perso la vita
117 persone – ma se ne sono presentate so-lo nove. Tra quelle che non hanno parteci-pato spiccano le statunitensi Walmart e
Sears che, com’è risultato in seguito, si ser-vivano anche della fabbrica di Tazreen
Fashions (Walmart, uno dei più grandi ac-quirenti delle fabbriche bangladesi, si è ri-iutata di pagare le vittime e le loro famiglie
sostenendo che gli ordini erano stati subap-paltati a sua insaputa). Solo un’azienda che
usava un fornitore del Rana Plaza, la catena
irlandese a basso costo Primark, ha accet-tato di fornire aiuti per un periodo di sei
mesi Subito dopo il crollo del Rana Plaza
c’erano stati segnali incoraggianti. Decine
di afermate aziende europee e statuniten-si avevano firmato accordi separati che
prevedevano ampie ristrutturazioni, eser-citazioni antincendio, la pubblicazione dei
rapporti degli ispettori della sicurezza e il
divieto del subappalto. Anche se gli impe-gni presi dal gruppo, prevalentemente sta-tunitense, non erano vincolanti e non la-sciavano spazio e signiicative possibilità
legali ai lavoratori per organizzarsi, gli atti-visti dei diritti dei lavoratori inizialmente
hanno deinito questi accordi una “svolta”
per milioni di operai bangladesi.
Tutto come prima
Sono venuto per la prima volta in Bangla-desh a febbraio per scoprire se e cosa era
cambiato dopo l’incendio alla Tazreen. Il
numero di morti era stato così alto e la co-pertura dei mezzi d’informazione così
grande che la tragedia aveva spinto molti a
giurare “mai più”. Ma al mio arrivo ho sco-perto che tutto continuava come al solito. Il
padrone della Tazreen, Delwar Hossain,
era ancora a piede libero (anche se in segui-to gli è stato vietato di lasciare il paese). E,
secondo i dati raccolti dal Solidarity center,
un’organizzazione non proit ailiata alla
più grande confederazione sindacale degli
Stati Uniti, ogni settimana scoppiavano in
media due o tre incendi, in alcuni casi mor-tali. In una fabbrica in subappalto costruita
sopra un forno alla periferia della città ho
visto di persona le conseguenze di un rogo.
Il pavimento era disseminato di macchine
da cucire e indumenti carbonizzati. A setti-mane di distanza dall’incendio nessuno si
era preoccupato di far sparire le etichette
dei vari marchi e i moduli degli ordini o di
cancellare le manate che macchiavano le
pareti ino a una porta chiusa dove otto per-sone erano morte nella calca.
Quando sono tornato a Dhaka
quest’estate immaginavo che le autorità e
gli acquirenti stranieri sarebbero stati pron-ti a pubblicizzare i loro sforzi per mantene-re le promesse e migliorare le condizioni di
sicurezza. Sbagliavo. Ho passato un mese
cercando di ottenere un permesso per ac-compagnare l’ispezione ufficiale di una
fabbrica. I vigili del fuoco, le autorità per lo
sviluppo civile e gli ingegneri strutturali
dell’università di Dhaka si sono tutti riiu-tati di darmi il permesso. L’unica soluzione
è stata quella di contattare un giornalista
bangladese che è riuscito a procurarsi il
permesso di unirsi a un rapido controllo di
conformità e ha accettato di condividere i
suoi appunti con me. Quando mi ha riferito quello che aveva visto, ho capito perché mi
avevano lasciato fuori.
La struttura che aveva visitato, la fab-brica di abbigliamento Al Muslim, si trova
a pochi minuti di auto dal Rana Plaza. È un
impianto “di prima linea” dove c’è un pro-duttore che lavora con noti marchi stranie-ri. Il suo cancello di ferro battuto espone un
cartello con la scritta: “No al lavoro minori-le”. All’interno, gli ispettori statali hanno
veriicato che le uscite d’emergenza erano
insuicienti, proprio il genere di violazione
che comporta la chiusura immediata. Ma
in base alla legge del Bangladesh non han-no un mandato esecutivo quando queste
violazioni vengono individuate, possono
solo formulare raccomandazioni. Alla ine
la valutazione della fabbrica per la sicurez-za antincendio è stata 12 su 26: abbastanza
per una promozione.
Il vicepresidente della Bgmea, Raez
Bin Mahmood, ammette che in un paese
caotico e a corto di liquidi come il Bangla-desh, le ispezioni sono “un processo molto
approssimativo”. La Bgmea ha solo dieci
ispettori, il corpo dei vigili del fuoco ne ha
ottanta, ma dice che gliene servono dieci
volte tanti. Le squadre formate da ingegne-ri hanno attrezzature insuicienti e il mini-stero del lavoro sta cercando di trovare e
formare altri duecento ispettori nei prossi-mi mesi. Nel frattempo continua a mancare
un organismo di coordinamento centrale
che registri l’attività delle varie agenzie. I
fabbricanti lamentano che certi impianti
sono stati ispezionati più volte mentre altri
vengono ignorati.
Uicialmente in Bangladesh ci sono cir-ca 2.500 fabbriche che producono per
l’esportazione, anche se molti mezzi d’in-formazione raddoppiano la cifra. Un grup-po di più di 80 distributori prevalentemen-te europei calcola che ci vorranno cinque
anni per portare a termine le ispezioni e di-chiarare sicure le mille fabbriche da cui si
riforniscono. I membri della North ameri-can alliance dicono che iniranno di esami-nare 500 fabbriche entro l’estate del 2014.
Il ministero del lavoro si è impegnato a con-trollarne altre duemila non coperte da nes-suno dei due accordi, d’intesa con la
Bgmea, che dichiara di aver già chiuso ven -ti fabbriche a rischio.
Ma perfino il grattacielo che ospita il
quartier generale dell’organizzazione, una
torre di vetro azzurro circondata dall’ac-qua, getta un’ombra sul suo impegno. Nel
2011 l’alta corte del Bangladesh ha decreta-to che il terreno su cui sorge era stato otte-nuto illegalmente e che il palazzo era stato
costruito senza le necessarie autorizzazio-ni, a danno di un sistema di drenaggio na-turale che attraversa il centro della città. La
corte ha deinito l’ediicio “una frode di di-mensioni colossali”, e ha ordinato che ve-nisse distrutto entro novanta giorni. Eppu re due anni dopo la torre è ancora in piedi,
anche se con qualche inestra rotta.
A giugno gli Stati Uniti hanno fatto in-nervosire il mondo degli afari del Bangla-desh tagliando tutte le agevolazioni com-merciali. L’accesso senza dazi al mercato
statunitense è stato sospeso. L’industria
dell’abbigliamento in realtà non aveva mai
avuto diritto a queste agevolazioni iscali,
ma la decisione ha fatto seguito a un severo
monito dell’Unione europea, che acquista
circa il 60 per cento delle esportazioni del
paese. Con miliardi di dollari in gioco, alcu-ni proprietari preferirebbero gestire la que-stione della sicurezza direttamente invece
di aidarsi alle ineicienti agenzie pubbli-che. Un industriale che è tra i dieci maggio-ri esportatori del Bangladesh mi ha riferito
che “gli ispettori vogliono solo vedere le li-cenze e tralasciano i dettagli”. Come altri
con cui ho parlato, non ha voluto che rive-lassi il suo nome per paura di mettere a re-pentaglio la sua posizione con i clienti stra-nieri.
Un altro industriale importante mi ha
raccontato che quando aveva chiesto le
carte del progetto di una vecchia fabbrica,
il precedente proprietario si era riiutato di
dargliele: “Ho immaginato che ci fosse
qualcosa da nascondere: cemento scaden-te, una struttura fragile. Almeno tre quarti
degli ediici di questo paese non sono a nor-ma”, aggiunge, “costruiti da gente che non
aveva le competenze per farlo”. Corrompe-re gli ispettori statali perché chiudessero
un occhio non era un problema, ha detto,
osservando che il Rana Plaza aveva supera-to quattordici volte le ispezioni prima di
crollare. Così ha contattato un ingegnere
libero professionista per fare un’analisi
strutturale e altri test accurati e poi ha chiu-so la fabbrica ino al completamento di una
costosa ristrutturazione. “Non prendiamo
questi provvedimenti per accontentare gli
acquirenti”, spiega. “Lo facciamo per noi
stessi”, per evitare incidenti ancora più co-stosi.
Alcuni proprietari sostengono che per-ino i revisori indipendenti inviati dai gran-di marchi prendono mazzette. E anche
quando hanno un comportamento corretto
si limitano a controllare le grandi fabbri-che. Un industriale con tanto di certiicati
rilasciati da H&M, la seconda azienda di
abbigliamento che produce in Bangladesh,
che attestano eccellenti standard di sicu-rezza, ammette che quando gli fanno pres-sione perché evada gli ordini in meno tem-po è costretto a esternalizzare alcune fasi
della produzione. “Ci sono così tante incer-tezze – scioperi, ritardi nelle spedizioni,
vacanze, funzionari corrotti nei porti – che
il subappalto non sarà mai eliminato
dall’industria tessile del Bangladesh”, spie-ga l’industriale. “Le grandi aziende lo san-no”, aggiunge, ma “fanno inta di niente”.
La verità è che nessuno sa davvero
quante fabbriche di abbigliamento ci siano
in Bangladesh. Ci sono i giganti delle espor-tazioni visibili dalle strade principali, e poi
altre migliaia di piccoli laboratori diretta-mente o indirettamente coinvolti nell’in-dustria, per cucire chiusure lampo o taglia-re ili. Questi piccoli laboratori di solito si
trovano agli ultimi piani di ediici tetri con
sbarre alle inestre, ventilatori al soitto e
pessima illuminazione. Molti altri sono
completamente invisibili e non hanno nep-pure un’insegna sulla porta. Sono pagati in
nero, hanno dipendenti disposti
a lavorare ore e ore per una mise-ria e restano fuori dal raggio delle
ispezioni. Per preservare i loro
esigui margini di proitto, i pro-prietari risparmiano sulla sicu-rezza, spesso con la protezione di funzio-nari che partecipano agli afari. Se dovesse
scoppiare un incendio o cedere un pavi-mento, possono consolarsi pensando che
in più di vent’anni nessuno è mai stato per-seguito legalmente per la morte dei lavora-tori. E intanto le aziende straniere possono
afermare di essere all’oscuro delle viola-zioni delle norme di sicurezza.
La notte dell’8 ottobre 2013 è scoppiato
un incendio in una fabbrica di abbiglia-mento fuori Dhaka e dieci operai sono ri-masti uccisi. I documenti di spedizione le-gavano la fabbrica a una serie di noti mar-chi occidentali, tra cui alcuni che avevano
avuto rapporti con il Rana Plaza. Le loro
reazioni erano le solite: Loblaw, il proprie-tario canadese dell’etichetta Joe Fresh, ha
negato di aver fatto ordinazioni, sostenen-do di aver aperto un’indagine per accertare
eventuali responsabilità dei subappaltato-ri. Primark ha dichiarato di aver smesso di
utilizzare la fabbrica diversi mesi prima, e
lo stesso ha detto Hudson’s Bay. Un porta-voce di Walmart ha riferito che l’azienda
non aveva “una diretta relazione contrat-tuale” con la fabbrica.
L’ultimo incendio è scoppiato subito
dopo le manifestazioni di settembre in cui
i lavoratori chiedevano un aumento del sa-lario minimo da 38 a cento dollari al mese.
Con il moltiplicarsi delle prote-ste a Savar e nella cittadina di
Gazipur, il cuore dell’industria
tessile, ci sono stati blocchi stra-dali e molte automobili sono sta-te distrutte, costringendo più di
cento fabbriche a chiudere. Ci sono voluti
giorni – oltre ai lacrimogeni e ai proiettili di
gomma della polizia – per far rientrare la
rivolta.
L’ultima volta che l’ho vista, Rashida
Begum stava aspettando con il marito
Azad nell’atrio di un laboratorio per le ana-lisi del dna nel campus dell’università di
Dhaka. Dalle ossa e dai denti dei corpi si-gurati e irriconoscibili estratti dalle rovine
del Rana Plaza erano stati prelevati più di
300 campioni. Dopo tutti quei mesi dove-vano essere inalmente pubblicati i risulta-ti delle analisi, ma Rashida era sempre più
scoraggiata. Azad, che non ha i soldi per
aprire un piccolo chiosco di tè per mante-nere la famiglia, era distrutto. Un test posi-tivo gli avrebbe garantito il diritto all’in-dennizzo iniziale di 1.250 euro, abbastanza
per arrivare alla ine dell’anno. Un risultato
negativo signiicava niente soldi.
Ma come spesso succede in Bangla-desh, il laboratorio non aveva rispettato i
tempi e i risultati non erano ancora pronti.
Un tecnico ha detto alla coppia che biso-gnava aspettare almeno qualche altra set-timana prima che i giornali pubblicassero
l’elenco deinitivo. Quando Rashida non
ne poteva più, il tecnico ha aggiunto che il
numero delle richieste superava sensibil-mente il quantitativo dei campioni da ana-lizzare, perciò molti parenti sarebbero ri-masti delusi. Ma Rashida era già rassegna-ta: “Non c’è niente per i parenti degli
scomparsi”, ha detto infilandosi sotto il
braccio la foto di Nasima per afrontare il
lungo viaggio di ritorno ino a Savar. u gc
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